Alfano, ma quale gaffe?
Quella del Ministro della Giustizia, Angelino Alfano, che al termine del suo intervento alla cerimonia inaugurale dell’anno giudiziaro lo ha dichiarato aperto non è una semplice gaffe. È più la manifestazione di un desiderio inconscio. L’apertura dell’anno giudiziario spetta al Primo Presidente della Corte di Cassazione e ai presidenti delle corti d’appello. Nella fattispecie, è toccato al Presidente del distretto di Corte d’Appello dell’Aquila, Giovanni Canzio, correggere il Ministro.
Gli insulti di questo governo all’autonomia e indipendenza della Magistratura e di organi costituzionali come la Presidenza della Repubblica e la Corte Costituzionale rispondono ad una logica, evidentemente autoritaria, che i suoi interpreti, dal presidente del Consiglio fino all’ultimo dei coadiuvanti, non sanno neppure dissimulare. Non si può dire che il Ministro Alfano sia un ipocrita: l’anno giudiziario voleva inaugurarlo lui, glielo hanno impedito ostinati parrucconi affezzionati al protocollo.
La separazione dei poteri è un dato rinvenibile, ormai, solo nella lettera della Costituzione, mentre i limiti legali all’esercizio del potere esecutivo divengono sempre più sfumati. Solo la giurisdizione sfugge a quel vincolo di subordinazione che già riduce il Parlamento ad organo di ratifica delle decisioni assunte dal capo del Governo. L’ultimo, imperfetto, baluardo dello stato di diritto è sotto il costante attacco di un potere che non deriva dalla canna del fucile di Mao Tse Tung, piuttosto dal consenso.
Ma quale consenso legittima lo smantellamento dello stato costituzionale? Quale consenso giustifica il ddl sul processo breve? Un’amnistia mascherata da riforma della Giustizia, un mostro giuridico. Se fosse approvato definitivamente dalla Camera il giudice a quo si vedrebbe eccepire dalla parte lesa proprio nel diritto alla ragionevole durata del processo (paradosso) che è incostituzionale. La Consulta altro non potrebbe che dichiarare l’illegittimità dell’ennesima legge ad personam.
Nel suo intervento, Alfano ha trovato anche il modo di chiarire un concetto ai più oscuro: “che la magistratura è soggetta soltanto alla legge. Ma la legge la fa il Parlamento, che agisce nell’interesse dello stesso popolo italiano in nome del quale viene amministrata la giustizia.” Cosa c’entri questo con lui, in quanto Ministro della Giustizia, è ancora più oscuro. Come se il Parlamento, ammesso che alcuni magistrati si siano mostrati poco rispettosi dell’unica istituzione legittimata a fare le leggi e a operare le scelte nell’interesse dei cittadini”, sia sotto la tutela di Alfano. Neppure questa è una gaffe.
Propaganda vecchio stile
Da qualche giorno va in onda uno spot televisivo alquanto inusuale, almeno in Italia; si ode una voce maschile calda e impostata che, accompagnata da una leggera musica di sottofondo, recita questo testo: “Un grande libro fotografico con le più belle immagini a colori degli eventi storici che vedono protagonista Silvio Berlusconi. ‘Noi amiamo Silvio’ in edicola a soli 9 euro e 90, Alberto Peruzzo Editore”. La voce calda e impostata viene improvvisamente interrotta dal coro di una folla che inneggia a Silvio, i caratteri “Noi Amiamo Silvio” sono rigorosamente tricolori. Scorrono sullo schermo alcune foto presenti all’interno dell’album: Silvio col Papa, Silvio con Maurizio Costanzo, Silvio con Emilio Fede, Silvio con Ezio Greggio, Pippo Inzaghi con Silvio e la Coppa dei Campioni, bandiere di Forza Italia che sventolano fra la folla immensa (foto, quest’ultima, palesemente e malamente ritoccata) e Silvio che dà la mano ai suoi sudditi. Pura e pericolosa propaganda totalitarista. Non c’è altro modo, a mio avviso, di commentare una tale trovata.
2 Giugno, Festa della Repubblica e della Costituzione
Valerio Onida e Gustavo Zagrebelsky, presidenti emeriti della Corte costituzionale firmano a nome dell’Ufficio di Presidenza e dei Garanti di Libertà e Giustizia questa proposta per un rinnovato patriottismo costituzionale (1).
La Costituzione è stata ed è tuttora segno di unità del paese: i principi e i valori della democrazia repubblicana in essa espressi, in coerenza con la storia e gli sviluppi più maturi del costituzionalismo internazionale contemporaneo, sono un patrimonio in cui gli italiani si ritrovano. Patrimonio tanto più prezioso in quanto il pluralismo sociale, culturale e politico delle società di oggi suscita nuove linee di tensione e sollecita l’esigenza di riconoscere e ricostruire, al di là delle differenze, una identità collettiva condivisa, che solo nella comune adesione ai principi costituzionali può trovare fondamento.
Per questo Libertà e Giustizia, che considera fra i propri scopi fondamentali quello di concorrere a salvaguardare tale patrimonio e a promuovere l’attuazione della Costituzione, suggerisce che sia assunta, da un arco più ampio possibile di associazioni, gruppi e istituti culturali, l’iniziativa di proporre una legge che, modificando e integrando quanto oggi previsto (legge n. 260 del 1949, legge n. 336 del 2000), stabilisca che la festività nazionale del 2 giugno sia proclamata “Festa della Repubblica e della Costituzione”.
La festa nazionale verrebbe così arricchita con il riferimento al documento che ha dato corpo e contenuto alla Repubblica di tutti gli italiani. Alla tradizionale parata militare di Roma si potrebbe accompagnare, in molte città, una manifestazione civile in cui si celebri concretamente la Costituzione, anche dando seguito ai programmi che sono stati promossi nelle scuole su questo tema.
L’iniziativa sarebbe nel solco della tradizione. Si può ricordare che all’epoca del Regno d’Italia la festa nazionale, celebrata la prima domenica di giugno, coincideva con l’anniversario dello Statuto albertino, cioè della prima Costituzione dell’Italia unita.
L’Assemblea costituente, a sua volta approvò un ordine del giorno che dichiarava “il 2 giugno di ogni anno Festa nazionale della Repubblica italiana” allo scopo “di solennizzare l’avvento della Costituzione repubblicana e di celebrare i principi politici e sociali che sono a fondamento di essa”.
1) http://www.libertaegiustizia.it/primopiano/pp_leggi_articolo.php?id=3182&id_titoli_primo_piano=1
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Velo islamico e sensualità
Mentre in Francia si discute una legge che vieti alle donne d’indossare il velo integrale, la reclame di un’azienda tedesca di intimo ha urtato la sensibilità dei “devoti ad Allah” giocando sull’accostamento del niqab alla sensualità. Il niqab è un velo che copre la figura della donna lasciando scoperti solo gli occhi. Indossarlo risponde prima ad un uso tribale, poi religioso. Trovo la promozione di Liaison Dangereuse un po’ ambigua. Per carità, l’idea che sotto al velo si celi una Miriam Wimmer, protagonista dello spot in questione, con indosso solo della lingerie è indubbiamente suggestiva. Ma pone un problema. Anzi due. Uno, risalente, è quello dell’abuso del nudo femminile a scopi commerciali. Passi per una casa di intimo. Ma cosa vuol dire lo slogan «Erotismo per tutti. Ovunque»? Sembrerebbe riferito alle limitazioni che la sfera sessuale della donna subisce nella cultura islamica. Un problema vero. Nello spot si vede una donna, bellissima, uscire dalla doccia e compiacersi davanti allo specchio del suo aspetto fisico, valorizzato dagli indumenti dell’impresa committente. Nulla di male, sennonché il marketing spregiudicato della azienda di Amburgo le fa indossare il velo islamico sulla lingerie. Non si capisce bene se lo spot sia stato pensato per sollecitare le donne islamiche a svolgere in maniera più libera la loro personalità, pur nel rispetto della tradizione, per un ovvio tornaconto economico; o se volessero proprio insultare i fondamentalisti.
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La lezione di Nichi
Il presidente uscente della giunta regionale pugliese, Nichi Vendola, è stato tirato per i capelli in un confronto con il democratico Francesco Boccia che non aveva ragione d’esistere. Il Pd voleva dar vita a livello locale ad un’alleanza, larga, che tenesse insieme le forze d’opposizione al governo Berlusconi: Idv, Udc e Pd. Siccome il profilo di Vendola non andava a genio all’Udc, ecco il solito sfogo delle primarie. Ma solo le diaboliche menti dei democratici potevano ipotizzare che il presidente uscente, uno dei pochi tra quelli del centrosinistra ad aver ben governato la sua regione, sottoponesse al vaglio delle primarie la sua ricandidatura. A tutto vantaggio del Pdl. Forse ha governato bene, forse no: la parola agli elettori. Il Partito democratico persegue nelle regioni un indirizzo valevole per il livello nazionale che consiste nello spostare verso il centro moderato la barra delle alleanze. Illudendosi, così, di far mancare la terra sotti i piedi del Cavaliere. A riprova del fatto che il Pd è sempre più un cartello elettorale e sempre meno un movimento di massa, per nulla in sintonia col suo stesso elettorato, che pure dimostra di gradire le primarie, in duecentomila si sono recati alle urne e il settanta per cento ha messo la croce su Vendola. Una bella lezione per chi pensa che la sinistra in Italia sia solo uno stato d’animo, che non possa ragionevolmente aspirare al governo di una regione, di un ente locale o della Repubblica. Una dura lezione per chi sottovaluta la capacità degli elettori di militare e non solo di simpatizzare. A via delle Fratte pensavano di calare l’ennesima decisione dall’alto passandola nel lavacro plebiscitario delle primarie. Si sbagliavano.
La vittoria di Vendola: un monito per il PD
Francesco Boccia e il suo PD, ma anche Bersani e soprattutto D’Alema incassano una sonora sconfitta, l’ennesima per il partito di centro (sinistra?). Nichi Vendola stravince le primarie in Puglia e si prepara allo scontro elettorale che lo vedrà opposto al delfino dell’ex governatore Fitto, Rocco Palese. Il PD ha perso, perde, straperde e continuerà a perdere. Ha perso contro la destra, ha perso in Puglia anche contro la sinistra e l’unico commento sensato che ho sentito fin’ora è stato quello dell’ex ministro dell’istruzione Fioroni: “Balliamo sul baratro, e la prossima volta può arrivarci un calcio nel sedere a tutti”. Ma Bersani è stato chiaro: “la linea non cambia”. Benissimo: l’alleanza con Di Pietro sembra ormai giunta al tramonto, di sinistra non se ne parla, i movimenti spontanei come quello del “popolo viola” vengono snobbati, si cercano dialogo e compromessi col Governo della malavita e degli interessi particolari e l’unica alleanza possibile sembra essere quella con l’UDC di Totò Cuffaro, di Cesa, di Mannino e di altri delinquenti. Se la linea del segretario è davvero questa allora spero che il baratro di cui parla Fioroni sia dietro l’angolo e che le elezioni regionali diano l’atteso calcio nel sedere a questo partito da quattro soldi che non offre nulla di più rispetto al nulla che offre il PDL. Che questa nuova DC si faccia! Che il marcio che c’è nel PD converga al centro! E che tutto ciò accada nel più breve tempo possibile. Dateci un partito riformista, di centrosinistra, dei cittadini, della legalità.
Craxi, la storia non ammette strumentalizzazioni
Alla magistratura spettava l’accertamento giudiziario dei reati, corruzione e finanziamento illecito ai partiti, per i quali Bettino Craxi è stato condannato con sentenza passata in giudicato rispettivamente a cinque anni e sei mesi e a quattro anni e sei mesi. Gli altri processi che vedevano come imputato il leader socialista si sono estinti con lui il 19 gennaio del 2000.
L’inchiesta mani pulite fu strumentalizzata, negli anni 1992-’94, da ambo gli schieramenti che si andavano condensando attorno al Pds di Occhetto e al partito azienda di Berlusconi, a fini di lotta politica. Da una parte gli eredi del Pci, i quali affermavano la loro “diversità morale” dai partiti di governo; dall’altra gli emergenti: la Lega e il movimento in predicato di diventare Forza Italia, che all’epoca si guardavano bene dal delegittimare i giudici, anzi. A Di Pietro e D’Avigo fu persino chiesto di entrare nel primo governo Berlusconi.
Il nostro presente mantiene legami forti con il craxismo, perciò dobbiamo fermarci e riflettere. Alla maniera di Spinoza: “né ridere né piangere, né sperare né temere, ma capire”. A chi resta spetta un giudizio di tipo storico che non ammette strumentalizzazioni.
Ridurre sul fuoco della polemica politica la figura, e la statura, di Craxi a quella di un ladrone, gravare la sua memoria di tutta Tangentopoli, non è rendere un servizio alla verità. Senza negare il significato controverso della sua vicenda pubblica, inizierei ad astrarre Craxi dal sistema corruttivo che non riguardò solo lui e che egli certamente non inventò per cogliere la sostanza migliore della sua politica: dagli accordi di revisione dei patti lateranensi al taglio della scala mobile a Sigonella.
Così come le tangenti, i meriti non si cancellano.
Leggi Bettino Craxi, discorso alla Camera del 3 luglio 1992.
Quella di Rosarno è una guerra tra poveri
A Rosarno la furiosa protesta degli extracomunitari, dopo il ferimento di due di loro, ha scatenato la risposta di alcuni cittadini che, armi in mano, hanno intrapreso una vera e propria caccia all’uomo. Nero. Il procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria, Nicola Gratteri, si dice sicuro che dietro i fatti di Rosarno c’è la regia della ‘Ndrangheta. Ma oltre allo svolgimento di rapporti che, ahimè, sono costitutivi della comunità, della società e della politica nel Sud d’Italia, c’è dell’altro. E c’è di nuovo.
La pulizia etnica. Le cosche soffiano sul fuoco del razzismo che non credevamo ci appartenesse. La presenza di una minoranza come quella di colore in un contesto impreparato ad accoglierla si è risolta in un’alterazione del contrasto nell’immagine “accogliente” della Calabria: sparisce il grigio intermedio della tolleranza; il bianco prende il sopravvento sul nero. Altro che integrazione. In Gran Bretagna, Francia e Germania la mediazione tra la maggioranza e le minoranze etniche concerne i sistemi culturali. Le differenze di costume e religione sono particolarmente sensibili: ne va della sicurezza globale vista l’escalation del terrore che si registra nell’ultimo decennio.
Nel nostro Paese il problema sembra essere ancora la razza in senso stretto, in particolare il colore della pelle. Un comitato spontaneo di cittadini è sceso in piazza per dimostrare contro l’immagine xenofoba di Rosarno. “Vent’anni di convivenza non sono razzismo”, sostengono i volenterosi della Piana che hanno preso le distanze dalla cieca reazione dei loro concittadini. Tutto ciò è ammirevole. Ma io non chiamo convivenza la ghettizzazione di decine di migliaia di persone, la loro concentrazione in capannoni di aree industriali dismesse o mai entrate in funzione. Come animali, sono costretti a lavorare per 18 euro al giorno in nero, a vivere in condizioni disumane, magari entro il limite che induce questi disgraziati a lasciare i paesi d’origine, ma pur sempre intollerabili.
La storia ci insegna che durante le crisi economiche e sociali l’ansia collettiva è scaricata sulle minoranze. Negli anni Trenta il partito nazista accreditò l’idea che responsabili dei crolli borsistici fossero finanazieri ebrei. Sappiamo come andò a finire. Lo scrittore Tahar Ben Jelloun, magrebino molto noto in Francia per i suoi scritti sul razzismo, alla fine dello scorso anno ammoniva: “Temo che questa crisi economica e finanziaria abbia conseguenze sulla società europea. Produrrà maggiore disoccupazione, e per questo la gente cercherà un capro espiatorio, ed è possibile che lo trovi negli stranieri“. Dunque quella di Rosarno è una battaglia combattuta nell’ambito di una epocale guerra tra poveri. Vecchi e nuovi.
Rosarno e l’abitudine al brutto
Ricordo ancora l’intervento di Roberto Saviano alla trasmissione “Che tempo che fa” (Raitre, 12/11/2009) in cui l’autore raccontava, con la sua tipica freddezza disarmante, la strage degli immigrati di Castelvolturno ad opera della Camorra. Pensai, allora, che non può esserci limite all’ignoranza che alimenta l’odio e la cecità di coloro i quali rigonfiano le fila già nutrite degli “affiliati” di Camorra. E pensai, inoltre, che gli unici che avevano alzato la testa contro le efferatezze della mafia erano uomini e donne provenienti da altri paesi, culture, abitudini. E soprattutto pensai che un episodio del genere avrebbe potuto accadere anche qui in Calabria, temibile roccaforte della ‘ndrangheta. Pensieri di questo genere hanno vita breve.
Dopo lo sgomento iniziale, dovuto soprattutto alla consapevolezza che la fotografia del mezzogiorno d’Italia è rappresentata dall’immagine che di noi dipingono i fatti di mafia, si ritorna inconsapevolmente alla vita di tutti i giorni. Siano ormai anestetizzati contro ogni dolore proveniente dalle ferite aperte dagli atti meschini e infimi degli uomini di mafia. Ne siamo talmente circondati che ormai ne facciamo parte, e siamo portati quasi a giustificare omicidi, regolamenti di conti, narcotraffico, prostituzione, violenza, inquinamento, abusivismo. I nostri occhi sono ormai talmente abituati al brutto che non riescono più neanche a distinguerlo da ciò che brutto non è. Poi accadono episodi come i terribili fatti di Rosarno, e ripiombi rovinosamente nello sconforto.
Scrivo queste poche righe per dire che mi vergogno, e per prendere le distanze. Scrivo perché sono stanca di trovare le parole per spiegare a chi calabrese non è cosa voglia dire nascere e crescere in questa terra terribilmente complicata. E soprattutto scrivo perché sono solidale con tutti gli abitanti di Rosarno e della Calabria non mafiosa che hanno ripudiato le azioni dei 50 mafiosi o semplicemente “sudditi” che hanno scatenato il terrore nella piana di Gioia Tauro. Scrivo perché, nel 2010, esistono ancora gli schiavi, e non so dare un perché a tutto ciò. E, in ultimo, scrivo per chiedere scusa ai ragazzi immigrati e spiegazioni al governo che, come sempre, latita.
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Coppi, negli almanacchi non si trova la sua grandezza
Negli almanacchi si trovano i campioni del passato, ordinati per numero di vittorie e primati vari. La loro grandezza no, quella non siamo in grado di registrarla, di fermarla in una cifra. I numeri dicono che il più forte ciclista di tutti i tempi, capace di imporsi in 426 corse tra il 1965 e il 1978, di vincere tutto quello che c’era, sempre, senza nulla lasciare agli avversari (perciò fu soprannominato Il Cannibale), è il belga Eddy Merckx.
Ma il più grande? Adriano De Zan, che mi educava e istruiva dalla televisione mentre papà ronfava sul divano durante le cronache di tappa dei grandi giri, amava dire: “Eddy Merckx è stato il più forte di tutti, Fausto Coppi il più grande”.
A farlo entrare nel cuore della gente è la vittoria all’esordio sulle strade del giro (1940). Comincia da gregario di Bartali; ma il capitano della Legnano cade nelle prime tappe, dando il via libera al talentuoso compagno. Nella Firenze-Modena, Fausto parte sull’Abetone; all’arrivo è maglia rosa, la difenderà fin sul traguardo di Milano. Dopo la guerra (1946), vince la Milano-Sanremo con un quarto d’ora sul secondo. La radio fa un esilarante annuncio: “Primo classificato Coppi Fausto; in attesa del secondo classificato trasmettiamo musica da ballo”.
La rivalità sportiva con Gino Bartali contribuisce alla mitizzazione di Coppi, sancita dalla prematura scomparsa del Campionissimo.
Giro del 1949. La radiocronaca della tappa Cuneo-Pinerolo si apre con la voce del giornalista Mario Ferretti che compone un poemetto epico in diretta: “Un uomo solo è al comando; la sua maglia è bianco-celeste; il suo nome è Fausto Coppi”. Nello stesso anno Fausto centra l’accoppiata Giro-Tour, primo nella storia. Per i francesi è “Fostò”. Lo amano, pure se italiano, lo venerano per la sua classe ed eleganza. Ripeterà l’accoppiata nel 1952.
Nel ‘53 arriva il titolo di Campione del Mondo su strada, conquistato a Lugano. Nel giugno di quell’anno la relazione extraconiugale tra Fausto Coppi e Giulia Occhini, La Dama Bianca, suscita un grave scandalo nel Paese. I due sono perseguiti per adulterio: condannato a due mesi di reclusione lui, a tre mesi lei.
Muore il 2 gennaio del 1960 di malaria, contratta durante una battuta di caccia in Burkina Faso (all’epoca Alto Volta). In Italia è curato per un’influenza stagionale.
Con Coppi se ne va l’iniziatore di una nuova era del ciclismo professionistico. La natura ha dotato l’Airone di Castellania (Al) di un fisico eccezionale. Nato per la bicicletta. La sua capacità polmonare è di 6,5 litri, le pulsazioni del cuore a riposo sono 44 al minuto. Agile in bici, ma anche molto fragile. Asseconda le sue doti atletiche prestando un’attenzione maniacale alla dieta e ai metodi di allenamento. A questo proposito c’è un aneddoto che ci restituisce l’immagine del passaggio generazionale dal ciclismo eroico dell’anteguerra, impersonato da Gino Bartali, alla sua evoluzione, assistita dalla scienza medica, incarnata da Coppi.
Alla prima partecipazione al Giro d’Italia, Fausto Coppi ha vent’anni. Il peso della maglia rosa è troppo anche per un talento come il suo. Sulle Dolomiti una pessima giornata quasi lo costringe al ritiro, quando Bartali si accorge della crisi. E’ la tappa che da Pieve di Cadore conduce ad Ortisei: Bartali vuole vincere, Coppi lo segue. Sul Pordoi Fausto va in crisi, è una cotta tremenda. Ginettaccio se ne accorge e lo aspetta. Lo incoraggia, ma niente. Fausto è sul punto di mettere il fatidico piede a terra, di lasciare la corsa. Allora Bartali scende dalla Bici prende una manata di neve da bordo strada e la passa sulla fronte di Coppi, anche sotto la maglia. Il campione alessandrino reagisce alle urla di Bartali: “Coppi, sei un acquaiolo! Ricordatelo! Solo un acquaiolo!”. Bartali intende dire che uno che non beve vino, anche prima di una gara, è un uomo di scarso valore. Altro che dieta.
Queste righe sono un timido tributo a Fausto Coppi nel cinquantesimo anniversario della morte; il tempo e lo spazio che impiegano, un modesto riguardo alla memoria di un grande italiano. Di una grandezza che non si apprende dagli almanacchi sportivi.
