Italia, l’identità perduta

Motivo conduttore del dibattito in corso sui 150 anni dall’unità d’Italia è il tramonto della nostra identità nazionale, la sua perdita di senso e valore diffusi nella società. L’Italia sarebbe sul punto di morire, di uscire dalla storia, per il venir meno, dopo un secolo e mezzo, delle condizioni che l’hanno fatta sorgere (o risorgere). Fino al secondo dopoguerra, gli italiani concepirono se stessi come facenti parte di una solidarietà nazionale che a partire dalla memoria del Risorgimento e delle guerre d’Indipendenza esprimeva un progetto comune per l’avvenire unitario del paese. Successivamente, nessuno ha più rivendicato il movimento per l’indipendenza e l’unità nazionale se non in chiave propagandistica. Penso, ad esempio, alla campagna elettorale del Fronte Popolare (1948), quando l’immagine di Garibaldi fu scelta come simbolo dell’alleanza social-comunista. La Lega Nord, non c’è da meravigliarsi, ha avuto vita facile nel veicolare i propri simboli e rivendicazioni in una società debole, che coltiva uno scarso interesse per la storia patria, com’è quella contemporanea. Le istituzioni di questo paese durano dal 1946-’48. Hanno retto a trame golpistiche, stragi di Stato, terrorismo rosso, attentati mafiosi: a cose ben peggiori dei leghismi. Ma non possono mantenersi nel tempo senza poggiare su una forte cultura pubblica, resistere alle tendenze disgregatrici che operano da vent’anni a questa parte contro il valore dell’unità della nazione e l’unitarietà dell’ordinamento costituzionale e democratico.

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Via D’Amelio, la regia dell’attentato. Adesso i riscontri

Il nuovo filone investigativo emerso dalle dichiarazioni di Totò Riina sulla strage di via d’Amelio opererebbe a parziale discarico del boss di Corleone, ritenuto fin qui mandante dell’eccidio. Dietro la morte di Paolo Borsellino avrebbero agito gruppi d’interesse all’epoca in forte firbrillazione perchè temevano che le indagini del giudice toccassero il nesso tra Tangentopoli – il primo atto dell’inchiesta Mani Pulite risale al 17 febbraio del 1992 quando fu arrestato Mario Chiesa, direttore del Pio Albergo Trivulzio – e gli attentati in Sicilia. Le autobombe che fecero strage di magistrati e poliziotti tra il 1983 (uccisione di Rocco Chinnici) e il 23 maggio ’92 (Falcone) furono a dimostrazione della forza spietata dei Corleonesi e del loro capo, Salvatore Riina, che dichiarò guerra allo Stato. Mentre la regia dell’attentato costato la vita a Borsellino e agli agenti di scorta al magistrato sarebbe di qualcun altro, all’interno dell’organizzazione o anche fuori, che diversamente da Riina sostenne a lungo il dialogo coi pubblici poteri e volle scongiurare l’interruzione di quelle sinergie tra Cosa Nostra e gli apparati dello Stato che permettevano alla mafia di riprodursi, di svolgere liberamente i suoi interessi. Che s’impastavano alla perfezione con quelli di un ceto politico ormai privo di legittimazione che avrebbe sacrificato, scambiandolo con Cosa Nostra, un servitore dello Stato per la sopravvivenza. Prendiamo atto di queste nuove ipotesi e stiamo con il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso: pur se hanno l’aspetto del vero «devono necessariamente essere riscontrate».

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Invasioni riprende quota

Venerdì 17. Grazie a Solomon Burke, Invasioni ha ripreso quota dopo diverse stagioni di appannamento. Il concerto gratuito de “il Re del Rock’n'Soul” mi ha permesso, ci ha permesso, di fare esperienza dell’arte e della letteratura afroamericane. Una musica commercializzata ma sempre ben salda nella tradizione etno-culturale che esprime oggi, per la prima volta nella storia, il presidente degli Stati Uniti d’America.

Domenica 19. La serata conclusiva
, animata da Caparezza, ha fatto registrare un’affluenza di pubblico con pochi precedenti per Invasioni. A occhio saranno state 15 mila le presenze tra piazza XV Marzo, teatro del concerto, e la villa vecchia.

Questo successo rinverdisce i fasti di un recente passato
nel quale il centro storico di Cosenza era cuore pulsante della vita socio-culturale dell’intera provincia; è soprattutto uno stimolo per le amministrazioni locali che negli ultimi tempi hanno prediletto, patrocinandone le manifestazioni più diverse, l’arte pecoreccia a discapito della musica e delle arti figurative. Perchè “non di solo pane (e formaggio) vive l’uomo”.

Va riconosciuta, dunque, una sensibile inversione di tendenza nell’indirizzo degli assessorati allo Spettacolo (Bozzo), alla Cultura (Dionesalvi) e al Turismo (Vuono) del Comune di Cosenza. Per il futuro promettono ulteriori iniziative. Buon lavoro.


- Solomon Burke, None Of Us Are Free -


Feste, festini… wow wow

Ieri (02 luglio 2009) ero in giro per il centro storico di Cosenza a bordo di una fiat 600 del 1958 celeste con cappottina blu. Facile intuire che l’incantevole vettura, seppure in buone condizioni, non può garantire estrema affidabilità. Ebbene stavo per lasciare Corso Telesio pensando di immettermi nella Piazza XV marzo per poi proseguire verso casa lungo la strada che, costeggiando la Villa Comunale sale sul Colle Pancrazio e scende verso la città nuova. Niente da fare, Piazza XV marzo era transennata ed ho dovuto svoltare a sinistra per prendere l’unica via d’uscita…LA DELEGAZIONE! Una discesa di 150 metri con pendenze che sfiorano forse il 30%. I freni della 600 per chissà quale volontà divina hanno tuttavìa retto alla grande e sono uscito incolume da questa dura prova. Le simpatiche transenne che mi hanno impedito un rientro tranquillo erano state strategicamente installlate per via della mega festa organizzata dal neo eletto Presidente della Provincia, Gerardo Mario Oliverio.

La mia piccola disavventura non ha chiaramente nulla a che vedere con le critiche che mi accingo a muovere contro i suddetti festeggiamenti. Ci mancherebbe.

Ho votato per il Presidente Oliverio alla prima tornata ed ho riconfermato il mio voto anche al ballottaggio. Ma in occasione di questa inopportuna festa ho provato un certo sdegno. Gran gala al palazzo della Provincia, cenone offerto in villa per tutti i cittadini accorsi a sbafo all’evento e spettacolo pirotecnico al Castello Svevo della durata di mezz’ora che ha lasciato a bocca aperta i cosentini. Personalmente trovo di pessimo gusto cotanti festeggiamenti e relative spese folli in un periodo di magra come questo. Uno schiaffo alla miseria di tanti cittadini in difficoltà, una stupida dimostrazione di forza. Inoltre mi chiedo: cosa diavolo c’è da festeggiare? Ha votato il 42% degli elettori della Provincia. Abbiamo perso tutti. L’affluenza così bassa dimostra la grave disaffezione della gente verso le istituzioni locali. Buttando soldi in questo modo e offrendo pasta, sazizza, frittate ecc.. Oliverio non ha fatto altro che scendere allo stesso basso livello del suo ultimo avversario.

Caro Gerardo Mario, con  queste belle iniziative forse ti guadagni la simpatia di chi  mangia gratis ai tuoi festini, ma contribuisci ad abbassare ulteriormente quel già penoso 42%.


Rita Clementi, un pugno nello stomaco dei vassalli

Della lettera inviata al presidente della Repubblica Napolitano dalla dottoressa Rita Clementi, brillante medico genetista da domani in organico presso un istituto di Boston, mi colpisce la pietà della ricercatrice, costretta alla fuga, nei confronti del suo Paese.

L’Università, che in Italia è il principale snodo della ricerca scientifica e tecnologica di base, da istituzione libera o statale ma sempre di alta cultura, s’è involuta nel tempo a “burocrazia culturale” alleata della politica più conservatrice. I mali dell’una (cooptazione dei nuovi membri, mancata valorizzazione del merito, scarsa economicità nella gestione delle risorse) sono quelli dell’altra.

Personalmente diffido di coloro che, specie dall’interno, si schermiscono dietro l’argomento degli scarsi finanziamenti all’università per giustificare il quadro desolante della ricerca italiana che emerge dal confronto internazionale quando, come sostiene la stessa Clementi, è perfettamente inutile aumentare gli stanziamenti se non si sradicano «le lobby che usano le Università e gli enti di ricerca come feudo privato».

L’esempio della dottoressa Clementi è un pungo nello stomaco di chi ha prestato una sorta di giuramento vassallatico nei confronti dei cosiddetti “baroni”, di chi aspira ai gradini superiori della gerarchia “feudale” e, sapendo di non poterci arrivare solo per merito, ma piuttosto per fedeltà, si tace.


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