Dal legittimo impedimento allo Stato di partiti
Pubblicato: 26 febbraio 2010 Filed under: Stato e società 1 Commento »Venerdì scorso ho assistito ad un’interessante e appassionata conferenza sul legittimo impeditmento. Relatori l’avvocato penalista Francesco Verri e il costituzionalista Silvio Gambino. L’evento è stato organizzato dal Popolo Viola di Cosenza.
L’avvocato Verri ha chiarito che il legittimo impedimento in Italia c’è già, disciplinato dal codice di procedura penale agli articoli 420-ter e 599. Se passasse il disegno di legge all’esame del Parlamento, il giudice non potrebbe più discernere sull’effettiva legittimità dell’impedimento reclamato da premier e ministri. Basterebbe un’autocertificazione del presidente del Consiglio, preso da “ogni attività, comunque, coessenziale alle funzioni di Governo”, a far scattare il rinvio (fino a sei mesi) del processo penale ad altra udienza. Già questa deroga al principio d’uguaglianza appare ingiustamente discriminatoria tra chi riveste una carica di governo e gli altri soggetti di diritto.
Ma veniamo alla ratio della norma, definita dai media come “legge ponte”. Le disposizioni in materia di impedimento a comparire in udienza sono transitorie: la legge avrebbe un’aspettativa di vita non superiore ai diciotto mesi, il tempo necessario al varo di un lodo Alfano bis, da approvare con legge costituzionale. Ciò non eviterà la censura della Corte. Il prof. Gambino ha spiegato che non è sufficiente la procedura rinforzata (ex art. 138 Cost.) a validare una legge che viola nel merito, e non solo nel metodo, il principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge.
Allora il dibattito si è spostato su un tema che interroga tutti, non solo gli studiosi, visti i reiterati attacchi alla Costituzione. La tenuta delle istituzioni di garanzia. Il berlusconismo informa già il corpo elettorale, il Parlamento e il Governo. La deriva populista risparmia gli altri organi indefettibili dello Stato, Presidente della Repubblica e Corte costituzionale. Quanto a lungo, queste due istituzioni, possono arginare l’ingrossamento della funzione politica quando essa persegua finalità non conformi a Costituzione?
La dottrina prevalente e la giurisprudenza non li ritengono disponibili, ma dal Governo si levano voci inquietanti sulla necessità di modificare i principi fondamentali della Costituzione, a cominciare dall’articolo 1. Credono di disporre, con la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari, di principi (lavorista, di laicità, pluralista, democratico, di uguaglianza, solidarista, internazionalista e pacifista) che sono insuperabili, la cui violazione configura un cambiamento di regime. Neanche il Duce del Fascismo – è uno dei passaggi più intensi del ragionamento di Gambino – cambiò la costituzione del Regno d’Italia. Lo Statuto Albertino, formalmente, rimase in vigore anche dopo le “fascistissime” del 1925-’26. Benito Mussolini non pretese per sé quel potere costituente che oggi si concentra nelle mani di Berlusconi.
Non ci aspettiamo un colpo di stato manu militari. La principale insidia del berlusconismo, che quotidianamente verifichiamo, è la deformazione della democrazia liberale, attraverso i media, in populismo. E alla democrazia populista, nella quale il leader interpreta in maniera esclusiva e diretta il volere del popolo, si risponde – è l’ultimo importante spunto della conferenza – con la partecipazione alla vita delle istituzioni pubbliche attraverso i partiti. Proprio così, la cittadinanza critica (quella del Popolo Viola lo è) deve sfociare, quando possibile, nella militanza partitica per testimoniare lo spirito democratico della Costituzione Repubblicana ad un livello, quello dei corpi intermedi, che impaccia l’esposizione del leader. Senza partiti, la volontà popolare è rimasta priva di uno strumento realmente efficace per la sua formazione e rappresentanza.
Leggi La crisi di regime e l’assalto alla Costituzione di Stefano Rodotà, “la Repubblica”, 22 gennaio 2010
Leggi Le parole di Brunetta e l’assalto alla Costituzione
Il valore di Bertolaso
Pubblicato: 18 febbraio 2010 Filed under: Stato e società Lascia un commento »
Guido Bertolaso ha risposto alle dieci domande di Repubblica marcando una differenza netta, di stile, nei confronti del presidente del Consiglio; confermando di essere un servitore dello Stato e non un servo di questo Governo che, sul buon andamento dell’amministrazione pubblica posta sotto la responsabilità gestionale del dott. Bertolaso, ha pasciuto il proprio consenso.
Il rispetto manifestato dal capo dipartimento della Protezione Civile, indagato per corruzione, nei confronti della Magistratura esige da parte nostra e degli osservatori professionali un contegno altrettanto rispettoso del valore civile di Guido Bertolaso. Quello degli appalti per i lavori del G8 è uno scandalo, ma non diamo per scontato che dello scenario di corruzione emerso dall’inchiesta della Procura della Repubblica di Firenze faccia parte lo stesso Bertolaso. Il quale con grande senso di responsabilità, ha rimesso il suo incarico nelle mani del presidente del Consiglio e offerto piena collaborazione agli inquirenti.
Il Cavaliere non ha perso tempo, passando subito al contrattacco. L’obiettivo è quello di sempre, i magistrati: “Mi sembra che ci sia lo sport nazionale di andare a deprimere chi fa il bene del Paese”. Come se le vicende giudiziarie del presidente del Consiglio e del suo sottosegretario fossero paragonabili; come se la disponibilità del capo dipartimento della Protezione Civile a collaborare coi giudici possa essere confusa con la reticenza del capo del Governo.
Da eccellente comunicatore, Bertolaso ha fatto della controinformazione sulla presunta trasformazione della Protezione Civile in società per azioni. Che non si sarebbe trattato di una privatizzazione tout court del Servizio Nazionale di Protezione Civile bastava leggersi il decreto legge 30 dicembre 2009, n. 195 per capirlo. L’articolo 16, prima del suo stralcio, s’intitolava “Attività di supporto strumentale al Dipartimento della protezione civile”.
Protezione Civile S.p.A. doveva essere, nelle intenzioni del Governo, la stazione unica appaltante dei lavori che la Presidenza del Consiglio dei Ministri avrebbe coordinato attraverso un suo dipartimento, quello della Protezione Civile, in maniera più efficiente ed efficace. Altro che “Bertolaso Spa”. È vero, l’ambito di operatività della Protezione Civile è cresciuto in modo abnorme negli ultimi tempi, gli stati di emergenza e i cosiddetti “grandi eventi”, meritevoli della sua attenzione, non si contano più e andrebbero perciò verificati. Ma la nostra Protezione Civile resta un modello di gestione delle emergenze, specie ambientali, nel Mondo. Risparmiamole almeno gli attacchi gratuiti.
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Propaganda vecchio stile
Pubblicato: 3 febbraio 2010 Filed under: Stato e società 3 Commenti »Da qualche giorno va in onda uno spot televisivo alquanto inusuale, almeno in Italia; si ode una voce maschile calda e impostata che, accompagnata da una leggera musica di sottofondo, recita questo testo: “Un grande libro fotografico con le più belle immagini a colori degli eventi storici che vedono protagonista Silvio Berlusconi. ‘Noi amiamo Silvio’ in edicola a soli 9 euro e 90, Alberto Peruzzo Editore”. La voce calda e impostata viene improvvisamente interrotta dal coro di una folla che inneggia a Silvio, i caratteri “Noi Amiamo Silvio” sono rigorosamente tricolori. Scorrono sullo schermo alcune foto presenti all’interno dell’album: Silvio col Papa, Silvio con Maurizio Costanzo, Silvio con Emilio Fede, Silvio con Ezio Greggio, Pippo Inzaghi con Silvio e la Coppa dei Campioni, bandiere di Forza Italia che sventolano fra la folla immensa (foto, quest’ultima, palesemente e malamente ritoccata) e Silvio che dà la mano ai suoi sudditi. Pura e pericolosa propaganda totalitarista. Non c’è altro modo, a mio avviso, di commentare una tale trovata.
2 Giugno, Festa della Repubblica e della Costituzione
Pubblicato: 1 febbraio 2010 Filed under: Stato e società 1 Commento »
Valerio Onida e Gustavo Zagrebelsky, presidenti emeriti della Corte costituzionale firmano a nome dell’Ufficio di Presidenza e dei Garanti di Libertà e Giustizia questa proposta per un rinnovato patriottismo costituzionale (1).
La Costituzione è stata ed è tuttora segno di unità del paese: i principi e i valori della democrazia repubblicana in essa espressi, in coerenza con la storia e gli sviluppi più maturi del costituzionalismo internazionale contemporaneo, sono un patrimonio in cui gli italiani si ritrovano. Patrimonio tanto più prezioso in quanto il pluralismo sociale, culturale e politico delle società di oggi suscita nuove linee di tensione e sollecita l’esigenza di riconoscere e ricostruire, al di là delle differenze, una identità collettiva condivisa, che solo nella comune adesione ai principi costituzionali può trovare fondamento.
Per questo Libertà e Giustizia, che considera fra i propri scopi fondamentali quello di concorrere a salvaguardare tale patrimonio e a promuovere l’attuazione della Costituzione, suggerisce che sia assunta, da un arco più ampio possibile di associazioni, gruppi e istituti culturali, l’iniziativa di proporre una legge che, modificando e integrando quanto oggi previsto (legge n. 260 del 1949, legge n. 336 del 2000), stabilisca che la festività nazionale del 2 giugno sia proclamata “Festa della Repubblica e della Costituzione”.
La festa nazionale verrebbe così arricchita con il riferimento al documento che ha dato corpo e contenuto alla Repubblica di tutti gli italiani. Alla tradizionale parata militare di Roma si potrebbe accompagnare, in molte città, una manifestazione civile in cui si celebri concretamente la Costituzione, anche dando seguito ai programmi che sono stati promossi nelle scuole su questo tema.
L’iniziativa sarebbe nel solco della tradizione. Si può ricordare che all’epoca del Regno d’Italia la festa nazionale, celebrata la prima domenica di giugno, coincideva con l’anniversario dello Statuto albertino, cioè della prima Costituzione dell’Italia unita.
L’Assemblea costituente, a sua volta approvò un ordine del giorno che dichiarava “il 2 giugno di ogni anno Festa nazionale della Repubblica italiana” allo scopo “di solennizzare l’avvento della Costituzione repubblicana e di celebrare i principi politici e sociali che sono a fondamento di essa”.
1) http://www.libertaegiustizia.it/primopiano/pp_leggi_articolo.php?id=3182&id_titoli_primo_piano=1
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Alfano, ma quale gaffe?
Pubblicato: 1 febbraio 2010 Filed under: Stato e società Lascia un commento »Quella del Ministro della Giustizia, Angelino Alfano, che al termine del suo intervento alla cerimonia inaugurale dell’anno giudiziaro lo ha dichiarato aperto non è una semplice gaffe. È più la manifestazione di un desiderio inconscio. L’apertura dell’anno giudiziario spetta al Primo Presidente della Corte di Cassazione e ai presidenti delle corti d’appello. Nella fattispecie, è toccato al Presidente del distretto di Corte d’Appello dell’Aquila, Giovanni Canzio, correggere il Ministro.
Gli insulti di questo governo all’autonomia e indipendenza della Magistratura e di organi costituzionali come la Presidenza della Repubblica e la Corte Costituzionale rispondono ad una logica, evidentemente autoritaria, che i suoi interpreti, dal presidente del Consiglio fino all’ultimo dei coadiuvanti, non sanno neppure dissimulare. Non si può dire che il Ministro Alfano sia un ipocrita: l’anno giudiziario voleva inaugurarlo lui, glielo hanno impedito ostinati parrucconi affezzionati al protocollo.
La separazione dei poteri è un dato rinvenibile, ormai, solo nella lettera della Costituzione, mentre i limiti legali all’esercizio del potere esecutivo divengono sempre più sfumati. Solo la giurisdizione sfugge a quel vincolo di subordinazione che già riduce il Parlamento ad organo di ratifica delle decisioni assunte dal capo del Governo. L’ultimo, imperfetto, baluardo dello stato di diritto è sotto il costante attacco di un potere che non deriva dalla canna del fucile di Mao Tse Tung, piuttosto dal consenso.
Ma quale consenso legittima lo smantellamento dello stato costituzionale? Quale consenso giustifica il ddl sul processo breve? Un’amnistia mascherata da riforma della Giustizia, un mostro giuridico. Se fosse approvato definitivamente dalla Camera il giudice a quo si vedrebbe eccepire dalla parte lesa proprio nel diritto alla ragionevole durata del processo (paradosso) che è incostituzionale. La Consulta altro non potrebbe che dichiarare l’illegittimità dell’ennesima legge ad personam.
Nel suo intervento, Alfano ha trovato anche il modo di chiarire un concetto ai più oscuro: “che la magistratura è soggetta soltanto alla legge. Ma la legge la fa il Parlamento, che agisce nell’interesse dello stesso popolo italiano in nome del quale viene amministrata la giustizia.” Cosa c’entri questo con lui, in quanto Ministro della Giustizia, è ancora più oscuro. Come se il Parlamento, ammesso che alcuni magistrati si siano mostrati poco rispettosi dell’unica istituzione legittimata a fare le leggi e a operare le scelte nell’interesse dei cittadini”, sia sotto la tutela di Alfano. Neppure questa è una gaffe.
