Un partito nato morto

Non è un partito di sinistra, né di centro né di destra. In Europa snobba i popolari quanto i socialisti. Vorrebbe forse essere un partito “pigliatutto”, come il PDL, ma finora ha preso ben poco. Il Partito Democratico, dopo la sconfitta (l’ennesima) alle elezioni regionali pare voglia continuare la sua fallimentare avventura nonostante i tragici risultati raccolti fin dal giorno della sua nascita. Dalle politiche del 2008, passando per le europee del 2009 per giungere alla disfatta delle regionali 2010 il cammino dal PD è costellato da brucianti sconfitte. E’ chiaro che quando si è già morti ancor prima di nascere non si può andare lontano. Dramma nel dramma: il Paese è completamente nelle mani di Berlusconi che gira e rigira lo Stivale a suo piacimento, senza che nessuno riesca a contrastarlo.

Ecco la mia personalissima e utopica cura:
Pierluigi Bersani deve dimettersi. I delegati, riuniti in un’assemblea straordinaria, devono porre fine a questa agonia sciogliendo il partito. Nichi Vendola deve riunire le forze riformiste e socialiste del Paese e deve creare un grande partito unico della sinistra. La convention del nuovo partito dovrà eleggere Vendola segretario per acclamazione. I probi viri dovranno fare attenzione alle infiltrazioni indesiderate e chiedere senza tentennamenti che gli indegni vengano espulsi. Naturalmente sarà necessario entrare nel Partito Socialista Europeo. Chi è troppo “di centro” per questa soluzione ha sempre la possibilità di seguire Rutelli e/o Casini che ancora stanno appresso alle direttive della madre Chiesa. Chi è troppo “di sinistra” invece può sempre seguire quei personaggi un pò retrò tipo Ferrando e/o Diliberto che ancora stanno appresso alla morta e sepolta madre Russia.

L’auspicio in Calabria
Se invece il Partito Democratico decidesse di perseverare nell’agonia, che almeno faccia piazza pulita di tanti suoi esponenti calabresi. L’assurda idea di ricandidare in Calabria il presidente uscente Agazio Loiero è stato un suicidio politico dati i cinque anni di malgoverno e di malcontento generalizzato. Come minimo, dopo la disfatta elettorale, auspico una tabula rasa dei vertici del PD calabrese: persone che da troppi anni siedono sulle poltrone che contano e che hanno lasciato marcire la Regione esattamente dove l’avevano trovata.


Raiperunanotte

Trasmessa da Current tv, Sky, RaiNews24 e una quarantina di emittenti locali, Raiperunanotte ha fatto il 13% di share. Centinaia di migliaia gli spettatori sul web: 350.000 solo sul sito di Repubblica. Un successo senza precedenti viste le modalità della trasmissione.

L’iniziativa della Federazione Nazionale della Stampa e dell’Usigrai, con in testa Michele Santoro, ha infranto il muro della censura. Ha svecchiato il modo stesso di approfondire le notizie, raggiungedo il pubblico via web, digitale terrestre e piattaforma satellitare. Ha alleggerito il format televisivo di Anno Zero con contributi di alto valore artistico e comunicato il senso, profondo, di una manifestazione storica.

Il Governo ha impedito che gli elettori fruissero, per l’intera campagna elettorale, dell’approfondimento giornalistico, sulle reti Rai, di notizie politicamente rilevanti. Ma la Radiotelevisione italiana è la società concessionaria in esclusiva del Servizio Pubblico radiotelevisivo. Dunque è una fonte istituzionalemente necessaria d’informazione per i cittadini. Sempre, anche durante la campagna elettorale. Soprattutto durante la campagna elettorale.

L’informazione non deve essere confusa con la comunicazione politica. È giusto pretendere che i partiti accedano in condizioni di parità alle reti del servizio pubblico. Ma le responsabilità di un giornalista sono diverse rispetto a quelle di un moderatore di dibattiti televisivi: il primo dà le notizie e le approfondisce con i contributi, esterni alla sua redazione, che ritiene più utili; il secondo è l’arbitro imparziale di una discussione che deve rendere comprensibile agli spettatori.

Nel caso di una tribuna elettorale l’Agcom tutela il consumo di una libertà fondamentale del cittadino, quella di conoscere i candidati, tutti, e le loro proposte. Proprio questo è il punto: nè Anno Zero nè Ballarò sono mai state tribune elettorali. Sono piuttosto degli ibridi, “talk d’informazione”, che non incontrano il mio personalissimo gradimento: preferisco i rotocalchi à la Report o Presadiretta.

Ma la sospensione di Santoro e Floris non si giustifica certo a partire dal diritto di tribuna. È piuttosto il riscontro patologico di un male che afflige l’Italia. Lo temo. E inizio a compatire la gente che non manifesta la minima sensazione di sè, negativa, in relazione all’atteggiamento dispotico del Governo, del suo capo.


Tomasi di Lampedusa? No, Hair Spray… Grasso è bello.

Jeans, camicie e maglioncini, giubbotti casual, scarpe comode, bar con bibite, patatine, caramelle e pop corn, allestimenti spartani, vistosi manifesti cinematografici e posti a sedere rivestiti con stoffa di dubbia qualità. Giacche, cravatte, scarpe lucide, cappotti impegnativi, lampadario di cristallo, scalinata imponente e tappeto rosso, ingresso sfarzoso, posti a sedere e palchetti rivestiti da un soffice velluto. Il primo è un normale cinema-teatro, il Garden di Rende (CS), il secondo è un importante teatro di tradizione, il Rendano di Cosenza. Naturalmente oltre alle differenze strutturali e di vestiario esiste anche una differenza qualitativa dell’offerta artistica. Esiste sì, ma al contrario. Mentre un impeccabile, bravissimo, Luca Zingaretti regalava al pubblico del cinema-teatro profonde emozioni recitando “La Sirena” di Tomasi di Lampedusa la direzione artistica del teatro di tradizione mandava in scena “Hair Spray… Grasso è bello” con Stefano Masciarelli. Con tutto il rispetto per il simpatico Masciarelli. Senza grande rispetto per chi pretende di organizzare la stagione del Teatro Rendano, uno dei pochi teatri di tradizione in Italia, uno dei pochissimi nel meridione.


La logica del voto, insufficiente e necessario

Domenica si vota, ma la tentazione di disertare le urne, sull’esempio dei francesi, è forte. Il solo sentir parlare di elezioni suscita nella gente intorno a me un profondo disagio. Attenzione, però, a fare paragoni.

L’astensionismo francese non è disaffezione, apatia o frustrazione. È un metodo, paradossale, di partecipazione alla vita pubblica. Uno strumento che i francesi usano, regolarmente, per inviare messaggi al ceto politico. L’astensionismo, in Francia, sanziona l’indirizzo di un governo ovvero il comportamento di un partito perchè cambi. È strategico.

Tanto più che si è trattato di elezioni regionali e i francesi non sembrano aver colto, pienamente, il significato della riforma costituzionale del 2003 che ha decentralizzato la Repubblica spostando l’equilibrio dei poteri dallo Stato verso le regioni e gli enti locali. La Francia è da dodici secoli uno stato unitario, il più antico d’Europa. Le vicende politiche della periferia non appassionano a tal punto i cittadini da farli correre in massa alle urne quando si tratta di eleggere gli amministratori locali di un potere pur sempre di derivazione statale.

Questi motivi concorrono alla spiegazione di un fenomeno tipico della Francia, che si è verificato anche nell’ultima tornata di elezioni. Non dell’Italia. Alla vigilia delle regionali, vale la pena chiedersi se sia ugualmente sensato, a fronte della già scarsa legittimazione della nostra classe politica, astenersi dal voto. Penso di no.

Il nostro problema è ben altro da quello dei cugini d’oltralpe. Se non andassi a votare, se quelli come me fossero la maggioranza degli aventi diritto, i responsabili del degrado politico, economico e sociale del mio paese completerebbero l’opera di trasformazione della democrazia italiana in un regime autocratico. In un ordinamento di tal fatta, le istituzioni che formano la volontà di tutti traggono legittimazione da sè stesse e non dal corpo elettorale.

Rispetto al voto, fondamentale strumento di partecipazione politica, si può fare di più, anzi si deve. Ma non possiamo farne a meno. In logica, la condizione necessaria e sufficiente di una proposizione è quell’evento che è vero se e solo se la proposizione è vera. Il voto, da solo, non garantisce la proposizione democratica, dunque è insufficiente. Ma senza il voto quella proposizione non può essere vera.


I giornali si stampano, tanto nessuno li legge

Il capo del Governo che si adopera presso il garante delle comunicazioni e il direttore generale della Rai per la sospensione di un programma sgradito. Non c’era bisogno che le intercettazioni di Trani lo appurassero. È così da quando Berlusconi ha assorbito nella sua sfera di influenza personale la radiotelevisione pagata col canone. Sarebbe meno grave se il presidente del Consiglio non fosse proprietario di tre reti televisive. Sarebbe poco male se gli italiani, sette su dieci, non s’informassero guardando la televisione, in particolare i telegiornali. In Italia c’è libertà di stampa nel senso, letterale, che uno può stampare quello che vuole, prendiamo la Repubblica e Il Fatto Quotidiano. Ma questi giornali, insieme, non superano il milione di copie. Mentre il Tg1 delle 20.00 informa l’opinione di 7 milioni di persone ogni giorno. La cifra raddoppia se consideriamo Mediaset e il telegiornale della sua rete ammiraglia. Senza alcun approfondimento, la televisione può prendere una notizia dai giornali e restituirla all’opinione pubblica cambiandole i connotati. Il Tg1 ha il potere di assolvere Mills, ad esempio. È la libertà d’informazione, non quella di stampa, che manca in Italia. I giornali si stampano, tanto nessuno li legge. Con il controllo dei principali network radiotelevisivi da parte del governo, Rai e Mediaset offrono agli elettori una rappresentazione della realtà corrispondente all’interesse di una parte politica. Riducendo al silenzio i programmi d’approfondimento giornalistico il presidente del Consiglio esclude che una notizia comunque riguardante l’azione di governo possa essere approfondita e rimessa alla libera valutazione dei cittadini i quali, altrimenti, si recherebbero alle urne sapendo troppe cose.


Danni collaterali

L’assalto alla Costituzione continua. Ma i tribunali resistono all’arroganza di un governo che viola il prinicipio di leale collaborazione tra poteri dello Stato, da ultimo tra enti costitutivi della Repubblica.

La legge elettorale del Lazio è regionale (13 gennaio 2005, n. 2). Il decreto legge 5 marzo 2010, n. 29 (c.d. “salva-liste”), interpreta gli articoli 9 e 10 della legge 17 febbraio 1968, n. 108. Dello Stato. Perciò il Tar del Lazio ha dichiarato l’inapplicabilità del decreto.

Dunque il Governo ha mancato il bersaglio, clamorosamente, ma non per questo ha fatto meno danni. Possiamo chiamarli collaterali. Come le vittime civili dei bombardamenti, come gli effetti indesiderati dei farmaci. Ritenuta la straordinaria necessità e urgenza di consentire il corretto svolgimento delle elezioni, il Consiglio dei Ministri ha emanato un decreto lesivo delle prerogative costituzionali della Regione Lazio. Con ciò innescando un serie vorticosa di ricorsi alle sedi giurisdizionali più diverse, dall’ufficio elettorale del Tribunale di Roma alla Corte Costituzionale, che rischiano di far saltare le elezioni, altro che salvarle.

Ho smesso di guardare allucinato alle vicende di questi mesi. È ormai certo: l’ignoranza, che fa il paio proprio con l’arroganza, ha preso il potere. Ministri e sottosegretari di Stato, gli stessi consulenti giuridici del governo. Ciucci e presuntuosi.


Decreto salva-liste, abuso di potere

Un decreto legge interpretativo (?!) che, secondo il Ministro Maroni, “aiuta il TAR ad applicare la legge serenamente e in modo corretto”; come se il TAR fosse un ritrovo di ignoranti e di incapaci. Il dl prevede ventiquattr’ore di tempo, a partire dall’accettazione delle liste, per sanare eventuali vizi e/o irregolarità formali. I termini, sempre secondo questo provvedimento d’urgenza, sono comunque rispettati (anche se le liste non vengono materialmente consegnate in tempo) semplicemente comprovando l’ingresso dei delegati incaricati alla presentazione delle liste nei locali del tribunale o della corte d’appello competente entro l’orario previsto. Ma in questo caso bisognerebbe consumare il panino all’interno delle strutture del tribunale e non mi sembra un comportamento civile. L’opera non poteva essere completa senza una norma transitoria secondo la quale solo ed unicamente per quanto riguarda le elezioni regionali che si terranno in Lazio e Lombardia il conto alla rovescia per le sanatorie non parte dal momento del deposito delle liste (sarebbe già scaduto da un pezzo), ma da quello di attuazione della legge. Insomma, dalla sua pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. Ecco pronto il decreto fatto su misura per cancellare le irregolarità commesse dal PDL nel Lazio e da Formigoni in Lombardia. Con la firma apposta dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (a questo punto, vista l’ennesima delusione, un dei peggiori dal 1948 ad oggi), cadono, precipitano, muoiono, si infrangono le garanzie che il Capo dello Stato ci deve riguardo al rispetto delle regole democratiche. Questo decreto è un abuso, è l’utilizzo della legge per sopperire alle mancanze alla disorganizzazione ed all’incapacità di una parte politica, nonché alla sua disonestà dato che in Lombardia Roberto Formigoni ha accumulato firme false per presentare la sua lista. Nel suo editoriale su Repubblica.it il direttore Ezio Mauro scrive: “questo gesto unilaterale compiuto dalla maggioranza a tutela di se stessa può sembrare una prova di forza. È invece la conferma di una atrofia politica di base e di vertice, che somma un vizio finale alle colpe iniziali, rivelando il vero volto che nei sistemi democratici assume la forza quando è senza politica e fuori dalle regole che la disciplinano e la governano: l´abuso di potere”.


Regionali, lo stato dell’arte

Assolto Loiero dalle accuse di corruzione e abuso d’ufficio nell’ambito dell’inchiesta Why Not, i candidati alla presidenza della giunta regionale calabrese sono tre: Giuseppe Scopelliti per il centrodestra, Loiero per il centrosinistra e l’indipendente Callipo. Su Loiero, che avrebbe ritirato la propria candidatura se il gup di Catanzaro lo avesse condannato, e più in generale su Why Not sarà interessante leggere le motivazioni della sentenza. I pubbilici ministeri Massimo Lia e Eugenio Facciolla hanno dichiarato “che il giudice ha riconosciuto il sistema di illeciti commessi per quanto riguarda i progetti affidati dalla Regione”. Se così fosse il presidente Loiero, comunque, porterebbe su di sé una grave responsabilità politica, dal momento che di penalmente rilevante non c’è nulla che lo riguardi. Vedremo.

Buttando l’occhio oltre le miserevoli vicende di casa nostra ci si rende conto che, ad esempio in Lazio e Lombardia, le cose non vanno tanto meglio per gli elettori, disorientati dall’inettitudine di chi vorrebbe rappresentarli. Il Pdl conferma di essere un partito di plastica. Relativamente maggioritario, assolutamente molle. La sua burocrazia, che si vuole leggera al contrario dei tanto vituperati partiti di massa, non avrebbe assolto gli obblighi di legge connessi all’esercizio di un sacrosanto diritto, quello di voto. Ma, mi domando, a cosa servono questi obblighi di legge? Forse proprio a garantire l’universale diritto di voto? O forse l’elettorato (attivo e passivo) non è più una situazione giuridica che necessita della massima attenzione da parte dei pubblici poteri al fine di garantirne la correttezza delle operazioni?

L’organizzazione liquida del centrodestra pregiudica il normale avvicinamento al voto di Lazio e Lombardia. Roberto Formigoni e Renata Polverini non sanno ancora se sono candidati alla presidenza di esecutivi regionali di prima grandezza nello stato autonomico italiano. Verrebbe da dire che se non sono in grado di presentare le liste non sono neppure in grado di amministrare una regione. Ma non è così. Formigoni è talmente capace che il centrodestra non ha potuto fare a meno di ricandidarlo dopo due mandati consecutivi, dunque a rischio di una sua destituzione perchè ineleggibile. Polverini ha svolto fin qui una brillante carriera nel sindacato. Da segretario confederale dell’Ugl s’è occupata di difficili vertenze, dall’industria pesante ai trasporti alla pubblica amministrazione. Non so se avrà la meglio sulla Bonino ma è una competizione di alto livello. Sarebbe un peccato se la candidata del centrodestra non potesse più prendervi parte.

Infine sulla legge elettorale regionale. In Italia ne abbiamo diverse. Ma quella Calabrese è (finalmente) una bella eccezione rispetto al metodo del listino del presidente per l’attribuzione del premio di maggioranza; meritoria è stata l’iniziativa di Mario Oliverio (provincia di Cosenza) per la sua abolizione. Il listino (vedi legge n. 43 del 23 febbraio 1995) aveva introdotto nell’ordinamento italiano l’aberrante logica della cooptazione, implementata dal “porcellum” nel 2005 per eleggere deputati e senatori. In Calabria i seggi in più saranno attribuiti alla coalizione vincente sulla base dei quozienti riportati dalle liste di candidati al consiglio regionale nei colleggi provinciali, recuperati assieme ai resti più alti in un colleggio unico regionale (maggioritario plurinominale).


Citazione necessaria, Immanuel Kant

L’illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità di cui egli stesso è colpevole. Minorità è l’incapacità di servirsi della propria intelligenza senza la guida di un altro. Colpevole è questa minorità, se la sua causa non dipende da un difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di servirsi di essa senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! Questo dunque è il motto dell’illuminismo.

(…)

A far sì che la stragrande maggioranza degli uomini (e fra questi tutto il gentil sesso) ritenga il passaggio allo stato di maggiorità, oltreché difficile, anche molto pericoloso, si preoccupano già quei tutori che si sono assunti con tanta benevolenza l’alta sorveglianza sopra costoro. Dopo averli in un primo tempo istupiditi come fossero animali domestici e aver accuratamente impedito che queste placide creature osassero muovere un passo fuori dal girello da bambini in cui le hanno imprigionate, in un secondo tempo descrivono ad esse il pericolo che le minaccia qualora tentassero di camminare da sole. Ora, tale pericolo non è poi così grande, poiché, a prezzo di qualche caduta, essi alla fine imparerebbero a camminare: ma un esempio di questo tipo provoca comunque spavento e, di solito, distoglie da ogni ulteriore tentativo.

(…)

da Risposta alla domanda: che cos’è l’illuminismo?, 1784


Mills-Berlusconi, annoto due cose

Giovedì le sezioni unite della Cassazione hanno dichiarato l’estinzione del reato per il quale David Mills era stato condannato in primo e secondo grado di giudizio: l’avvocato inglese fu corrotto per testimoniare il falso in due processi ma non è possibile far valere le sue responsabilità penali dal momento che sono trascorsi dieci anni dal fatto. La Procura della Repubblica di Milano accusa Silvio Berlusconi di essere lui il corruttore di Mills. Il presidente del Consiglio, per effetto di una legge incostituzionale, si è sottratto al processo. Fino a sabato, quando i suoi legali hanno chiesto una nuova sospensione in attesa delle motivazioni del giudizio di Cassazione su Mills. Respinta.

A proposito di questa vicenda annoto due cose.

Il Tg1 del 26 febbraio, edizione delle 13.30, ha dato per due volte la notizia che David Mills è stato assolto. Faccio mie le dure esternazioni di Michele Serra il quale, nel suo solito corsivo su Repubblica, ha scritto: “Per un giornalista manomettere la verità è un crimine, tal quale per un fornaio sputare nel pane che vende. Qui non si tratta di opinioni, di interpretazioni, di passione politica. E’ proprio una frode, una lurida frode che non descrive più l’aspra dialettica di un paese spaccato, descrive qualcosa di molto peggiore: l’impunità conclamata di chi mente con dolo, con metodo, con intenzione, sicuro di non doverne rispondere ad alcuno (all’Ordine dei giornalisti? è più realistico sperare che intervenga Batman).” Ho anche aderito al gruppo intitolato alla dignità dei giornalisti e al il rispetto dei cittadini.

La seconda notazione. Il Ministro della Giustizia si è prodotto nell’ennesima, deliberata, invasione di campo. Fuori della responsabilità di indirizzo del suo dicastero, nel merito di una questione che non gli compete. Alfano ha dichiarato legittima l’istanza di rinvio del processo a Berlusconi presentata dall’avvocato Ghedini al Tribunale di Milano, poi respinta. Il Ministro della Giustizia italiano, a Bruxelles per un Consiglio dell’Unione Europea, che s’interessa di un processo penale in corso a Milano, che risponde a domande sulla sua dinamica interna, che manifesta delle aspettative nei confronti della giurisprudenza della Cassazione. Chi mi legge su questo blog sa che non me la sento di chiamarle gaffe.


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