Un popolo, non un partito. E gli italiani non riconoscono l’abuso
Pubblicato: 28 aprile 2010 Filed under: Stato e società 2 Commenti »Del documento finale approvato a larghissima maggioranza dalla direzione nazionale del Pdl mi colpisce un passaggio:
Quando gli italiani che amano la libertà, che vogliono restare liberi, che non si riconoscono nella sinistra, si riunirono sotto un solo simbolo e una sola bandiera, scelsero che su quel simbolo e su quella bandiera ci fosse scritto ‘Popolo della Libertà’ e non ‘Partito della Libertà’.
Dunque Berlusconi ha fondato un popolo, non un partito. Ma che significa? Cos’è popolo? E perchè ‘gli italiani che amano la libertà…’ lo avrebbero preferito a un partito? Cos’è partito?
I partiti (1) sono associazioni di persone che rappresentano interessi diffusi nella società, che si rivolgono alle istituzioni pubbliche per influenzarne le decisioni. Nascono per consentire agli esclusi dalla gestione del potere politico di partecipare; si affermano per e con l’allargamento del suffraggio elettorale senza alcuna discriminazione. Per i loro scopi, i partiti candidano propri esponenti alle cariche elettive, si contendono la conquista del potere politico, il diritto di esercitare la sovranità che in democrazia appartiene al popolo.
Una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue, di cor (Alessandro Manzoni, Marzo 1821).
Il romanticismo riscoprì il popolo come soggetto politico dopo secoli di soggezione allo stato monarchico. Con le trasformazioni economiche e sociali intervenute a partire dalla seconda metà dell’800 (vedi la Rivoluzione Industriale) il popolo diventò un insieme di persone che si pongono con lo stato in un rapporto di cittadinanza e non più di sudditanza.
Mentre i partiti di massa conoscono, per volontà della stessa classe politica, una crisi che pregiudica la qualità della nostra democrazia, il popolo è esaltato dai leader. Questi non si pongono affatto il problema di essere rappresentativi di una parte e, quando governano, responsabili dell’interesse generale. Il solo scopo di un’azione politica associata come quella che gli omologhi Pdl e Pd hanno improvvisato negli ultimi anni è l’occupazione delle cariche pubbliche per realizzare fini personali. Ma a questo ero preparato: conosco la lezione di Max Weber (2). Il mio problema è un altro: non ci sono partiti che perseguano fini oggettivi. Mancano proprio associazioni che rispondano ad una generalissima e astrattissima definizione di partito.
La nascita del Pdl, detta anche ‘svolta del predellino’, consiste nell’identificatzione con la persona di Silvio Berlusconi di un gruppo sociale, il Popolo della Libertà, che in virtù del principio maggioritario esprime la volontà di tutti gli italiani.
Berlusconi scende in campo nel 1994 perchè non si accontenta di influenzare le decisioni collettive come farebbe un qualunque lobbista. Allora fonda un partito, Forza Italia. Di un genere non comune, ispirato ad un’azienda, ma un partito. Vince le elezioni, va al governo per due volte, ma non basta. La legge non si piega facilmente agli interessi del Cavaliere. La Costituzione ostacola l’esercizio abusivo del potere sovrano. Il carattere rigido della nostra Legge Fondamentale esige un rimedio estremo: siccome in democrazia la sovranità appartiene al popolo, tanto vale fondarne uno che determini un vero cambiamento di regime. Il nuovo sistema si baserebbe sul rapporto diretto fra il leader e le masse, senza controllo parlamentare nè mediazione partitica.
Mentre il Popolo della Libertà si autodetermina, scegliendo allegramente il proprio regime politico, quello italiano si estingue. Uno spirito pubblico in Italia non esiste più. Nel senso comune, la concezione della politica che Berlusconi promuove da sedici anni è ormai passata. La maggioranza degli elettori non concepisce la deriva populistico-plebiscitaria della democrazia italiana come tale. Altrimenti riconoscerebbe l’abuso del ‘Popolo della Libertà’.
1) Per una definzione vedi Oppo, A., Dizionario di politica, Partiti politici, Utet, Torino, 1983, pp. 795-801.
2) Weber, M., Economia e società, Edizioni di Comunità, Milano 1961.
Omaggio
Pubblicato: 21 aprile 2010 Filed under: Culture, Stato e società Lascia un commento »Per tutti coloro che dopo anni di studio e di sacrifici non hanno un lavoro e subiscono le umiliazioni di questo sistema malato:
Fratemma dice ca nun vale l’uoru,
Ca ccu lu litteratu nun c’è paru:
Iu lu vorra truvare nu trisoru
Ppe dire bonanotte a lu livraru.
Ca sette savii de la Grecia fuoru;
E tutti uottu de fame creparu.
E si campu n’autru annu, e si nun muaru,
O chianchieri me fazzu, o tavernaru.
Canzuna di Domenico Piro alias Donnu Pantu, Aprigliano (CS) 1664-1696
Citazione necessaria / 3
Pubblicato: 17 aprile 2010 Filed under: Stato e società Lascia un commento »“Per essere corresponsabili della degenerazione della democrazia non occorre mettere fuori legge i partiti, mettere la magistratura alle dirette dipendenze dell’esecutivo e mettere sotto controllo la stampa; non è nemmeno necessario corrompere e farsi corrompere, comprare voti e parlamentari, modificare le leggi a propria immagine e somiglianza. In fondo, non è nemmeno necessario utilizzare l’informazione per propaganda personale, gestire il potere per premiare i feudatari di partito, impadronirsi delle istituzioni. È una cosa alla portata di tutti: basta essere conformisti e indifferenti.”
Piero Dorfles, Il ritorno del dinosauro, Milano 2010, p. 16
Puzza di censura
Pubblicato: 14 aprile 2010 Filed under: Stato e società 3 Commenti »
Scrivo per riferire un evento increscioso che è accaduto qualche giorno fa.
Sebbene io non sia una patita di social network nè abbia mai utilizzato la rete per scopi che vadano oltre la posta elettronica, il lavoro, i siti di informazione ed un pò di svago, ero anche io una “utente” di Facebook, come peraltro un gran numero di miei amici.
Lo scopo che mi spingeva ad aderire a tale fenomeno di costume (ormai lo si può definire tale), era più che altro legato alla necessità di non perdere i contatti con i miei amici che vivono all’estero e che conobbi durante il mio periodo di studio/lavoro in Spagna, e di parlare gratis con alcuni amici di infanzia che vivono perlopiù nel nord Italia, nonchè con mio fratello residente a Milano. Fin quì niente di grave (credo!).
Alcuni amici mi chiesero, in concomitanza con i fatti incresciosi di Rosarno, di diventare amministratore di un gruppo di facebbok dal titolo “Solidarietà agli immigrati di Rosarno” al quale aderirono incredibilmente oltre 40.000 persone. Il gruppo, assolutamente pacifico e privo di intenzioni sovversive, proponeva e propone ancora interessanti discussioni su temi di scottante attualità quali razzismo, integrazione razziale e simili, ed ha, gioco forza, preso una decisa connotazione politica antifascista. Tutto questo, però, nel pieno rispetto delle idee politiche di tutti i sostenitori del gruppo: è infatti capitato più volte di censurare commenti esagerati ed inadeguati provenienti da sostenitori di entrambe le fazioni politiche.
Ebbene tre giorni fa i gestori di facebook, non so come e non so perchè, hanno a cuor leggero deciso di “bannare” o per meglio dire “disabilitare” gli account facebook di tutti gli amministratori del gruppo, senza dare alcuna spiegazione sulle motivazioni. La decinsione, che ha il vago sapore della censura, si inquadra in una costellazione di segnalazioni simili alla mia proventienti da ragazzi miei conoscenti aderenti tutti a gruppi ben connotati politicamente. Può darsi che mi sbagli, può darsi che ci sia stato semplicemente un errore, ma la cosa è alquanto inquietante, soprattutto in considerazione del fatto che i suddetti gestori di facebook non rispondono alle mail inviate da me e dagli altri amici “disabilitati” richiedenti spiegazioni in merito.
Ribadisco, io sento puzza di censura, ma ognuno di voi può farsi un’idea in merito.
Saluti
Francesca
Altro che ingerenze. Il carisma religioso contro la Mafia
Pubblicato: 8 aprile 2010 Filed under: Stato e società 2 Commenti »L’affruntata è una rappresentazione popolare che si tiene a Pasqua in diverse località calabresi, in particolare tra le province di Reggio Calabria e Vibo Valenzia. Le statue di San Giovanni apostolo, della Vergine Addolorata e del Risorto sono portate a spalla da gruppi di fedeli in un frenetico andirivieni che ha termine con l’incontro, preceduto dalle ambasciate di Giovanni, tra Maria e il Cristo vincitore sulla morte.
A Sant’Onofrio (VV) la congregazione del Santissimo Rosario bandisce un’asta per la scelta dei portatori. Ma la tradizione vuole che siano gli uomini più robusti a reggere le sacre effigi oppure riserva il privilegio ad alcune famiglie.
Quest’anno la processione di Sant’Onofrio è stata rinviata a data da destinarsi per un attentato al priore della confraternita che organizza l’evento: dieci colpi di pistola contro il cancello della sua abitazione. Trenta cartucce calibro trentotto special sono state ritrovate dai carabinieri nei pressi del cimitero, nella nicchia della Santa Croce. È la reazione della ‘Nadrangheta all’esclusione dal cosiddetto incanto di soggetti ritenuti vicini alle cosche. Il divieto di partecipazione ai riti religiosi viene direttamente dalla sede vescovile di Mileto-Nicotera-Tropea, è rivolto agli affiliati della ‘Ndrangheta da Monsignor Luigi Renzo. Un uomo di Chiesa che spende il suo carisma per uno scopo veramente degno di Cristo. Altro che ingerenze.
La mafia strumentalizza da sempre l’universo simbolico della fede riconoscendo l’autorità morale della Chiesa come facevano gli imperatori romano-bizantini o la grande feudalità nel medioevo. Ma Chiesa e mafie dovrebbero essere realtà inconciliabili. Invece, dal Risorgimento italiano ad oggi, abbiamo avuto una Chiesa che forniva credenze e valori all’identificazione della mafia e un’altra pronta al sacrificio estremo pur di tener fede al proprio magistero.
A quest’ultima appartiene la memoria del Cardinale Salvatore Pappalardo il quale, durante l’omelia ai funerali di Carlo Alberto Dalla Chiesa (1982), attaccò frontalmente lo Stato, colpevole di aver lasciato solo l’altissimo ufficiale, citando Tito Livio: “mentre a Roma si discute, Sagunto viene espugnata”. Parole che scolpiscono la coscienza di chiunque le apprenda anche a distanza di anni.
Pino Puglisi, parrocco del quartiere popolare di Brancaccio a Palermo, fumo negli occhi dei fratelli Graviano. Era tranquillo il giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno, il 15 settembre del 1993, quando fu avvicinato da due persone. Gaspare Spatuzza gli tolse il borsello dalle mani dicendo: “padre, questa è una rapina”. Don Puglisi rispose con il sorriso stampato sulla faccia: “me l’aspettavo”. Voltò le spalle ai sicari. Salvatore Grigoli gli sparò un colpo di pistola alla nuca. Non ha mai dimenticato quel sorriso. In un’intervista di qualche anno fa a Famiglia Cristiana, lo stesso Grigoli dichiarò che la Chiesa di Puglisi era diversa: non nascondeva più i latitanti, cessava di essere un territorio neutro.
Giancarlo Maria Bregantini, vescovo di Locri-Gerace tra il 1994 e il 2007. Il presule si oppose alla ‘Ndrangheta comminando una scomunica a “coloro che fanno abortire la vita dei nostri giovani, uccidendo e sparando, e delle nostre terre, avvelenando i nostri campi”. Sfidò la mafia sul piano economico e sociale sottraendo i giovani alla devianza, recuperandoli dopo esperienze negative al lavoro, quello nelle cooperative che producono mirtilli, fragole e lamponi tra i più buoni d’Italia. Fu “promosso” arcivescono metropolita di Campobasso-Boiano dopo dodici anni di apostolato. Io stesso pensai: promoveatur ut amoveatur. Ma il sostituto di Bregantini, Monsignor Giuseppe Morosini, sembra animato dallo stesso spirito del predecessore. Intervenendo sulla vicenda dell’affruntata, ha dichiarato a Repubblica: “la Chiesa è stata a volte troppo timida di fronte alla mafia; ci vogliono scelte coraggiose. Purtroppo alcune volte dobbiamo combattere contro una religiosità fatta solo di tradizioni e di usanze, ma senza contenuti di valori veramente cristiani. Non servono le battaglie sulla presenza del crocifisso nei luoghi pubblici, se poi non si vivono i valori che il simbolo rappresenta.”
Libera, associazione fondata da Don Luigi Ciotti, ha di recente chiesto la riapertura delle indagini sulla morte di don Cesare Boschin, parroco della frazione di Borgo Montello nel comune di Latina. Venticinque anni fa don Cesare venne incaprettato e percosso in volto. Morì per asfissia. Pagò ai Casalesi la solidarietà coi cittadini che non volevano l’interramento di rifiuti tossici nel loro territorio.
L’elenco dei caduti tra gli ordinati della Chiesa Universale è breve rispetto al bilancio di sangue delle forze di polizia e magistratura, ma per ogni prete che espone le propria persona e la Chiesa stessa alle ritorsioni mafiose tantissimi iniziano un percorso di conversione al bene, non necessariamente alla religiosità, che induce il crimine organizzato a più miti consigli. La lotta alle mafie è una straordinaria prova per l’autorità morale della Chiesa, per la sua tenuta in una società sempre più insensibile al problema dei principi che realizzano l’unico valore davvero universale, quello della persona. Ma la stessa lotta deve coinvolgere anche le istituzioni civili. Altrimenti quello di Monsignor Renzo, dello stesso parroco di Sant’Onofrio Fragalà, sarebbe l’ultimo esempio di quell’eroismo che, secondo il monito di un grande santo laico, non è giusto pretendere da cittadini inermi. Questo santo si chiama Giovanni Falcone.
Il paradosso di Loiero, buon lavoro a Scopelliti
Pubblicato: 2 aprile 2010 Filed under: Stato e società Lascia un commento »Non sono il primo a rilevare un paradosso giuridico nel meccanismo elettorale che abbiamo saggiato in questa tornata di consultazioni, la contingenza politica mi suggerisce almeno un passaggio sul punto. Dell’elezione a consigliere regionale di Agazio Loiero. L’art. 5 della legge cost. n. 1 del 1999 riserva un seggio al candidato presidente che ha conseguito un numero di voti immediatamente inferiore a quello del candidato proclamato eletto, in modo da garantire la presenza in Consiglio del capo dell’opposizione. A beneficiare di una norma siffatta è l’ex presidente Loiero. Che non solo ha perso da Scopelliti, ma ha preso meno voti delle liste a lui collegate. Dunque non può ritenersi, autorevolmente, leader del centrosinistra, capo dell’opposizione come presume la legge. Otto partiti hanno superato lo sbarramento previsto per l’accesso alla ripartizione dei seggi. Tra questi Italia dei Valori. Secondo me è irragionevole che entrino in Consiglio candidati di Idv eletti in liste circoscrizionali e non anche il leader della coalizione Callipo.
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Buon lavoro a Giuseppe Scopelliti, nuovo presidente della Giunta regionale calabrese con oltre il 57% dei voti. In Consiglio avrà una maggioranza larga e apparentemente omogenea. Trenta consiglieri tra Pdl, Udc e due liste civiche. Numeri importanti per una legislatura che si giocherà su tre temi fondamentali.
Primo. Il rientro dalla situazione di deficit della sanità, ereditata dalle precedenti gestioni. C’è un piano in atto che potrebbe essere parzialmente rivisto alla luce dei risultati elettorali.
Secondo. Le infrastrutture, Scopelliti è tornato nelle ultime ore sull’argomento: “Dobbiamo uscire dall’isolamento in cui la Calabria è confinata. Senza l’alta velocità ferroviaria, un’A3 finalmente veloce e funzionale, una SS106 ammodernata e il Ponte sullo Stretto non possiamo essere competitivi. Lavoreremo moltissimo sul sistema delle infrastrutture, valorizzando le risorse portuali e aeroportuali. Non possiamo rimanere così isolati dal resto del mondo”. La competenza in materia, specie quella delle grandi reti di trasporto e di navigazione, è concorrente. La corrispondenza di segno politico tra le amministrazioni coinvolte, statale e regionale, è nel senso comune una condizione favorevole alla realizzazione di opere pubbliche in un dato territorio. Vedremo i fatti.
Infine, ma non ultimo, il federalismo fiscale. L’inveramento dell’autonomia finanziaria ex art. 119 Cost. responsabilizzerà le giunte regionali e degli enti locali dal punto di vista dell’economicità della gestione. Ho forti dubbi che Scopelliti possa manovrare con sufficiente autonomia da esponenti del suo partito che hanno costruito intere carriere sulla gestione irresponsabile dei flussi di denaro pubblico provenienti dal centro, diretti verso la periferia, dunque su una finanza completamente derivata, sulla dipendenza della nostra regione dal gettito delle aree economicamente più sviluppate del Paese. Le eminenze del presidente Scopelliti si adopereranno ai livelli più alti della politica nazionale, trovando una sponda nell’opposizione, perchè in sede di legislazione delegata non si esageri troppo con la concorrenza tra territori nella produzione di servizi pubblici. Questa finirebbe, dopo un periodo iniziale di lacrime e sangue, per rendere più efficiente l’andamento della pubblica amministrazione e meno dominante l’ego dei politici locali.
