Per un nuovo civismo. La cultura s’imponga alla politica*

Nel progetto di città che definiamo per grandi linee stasera si evidenziano sensibilità politiche e culturali diverse. È nostro dovere trovare un denominatore comune nell’interesse di un’area urbana che, nonostante il degrado del capoluogo, non può che riferirsi a Cosenza come centro di snodo delle attivita politiche, economiche e sociali del futuro. La città dei Bruzi è stata per anni un modello di civismo, di quella pratica politica e amministrativa alternativa al sistema dei partiti, che ha stretto la collettività cosentina intorno alla figura carismatica di un Sindaco, Giacomo Mancini. Il vecchio leader socialista si presentò alle elezioni del ’93 come candidato della società civile agganciando la nostra realtà ad un generale movimento di attivazione e partecipazione della cittadinanza, delle sue energie migliori, all’organizzazione politica degli enti locali. Le successive amministrazioni hanno marcato una differenza negativa rispetto al ciclo manciniano, squalificando la promozione di cultura e società a Cosenza, promuovendo piuttosto un’economia sbilanciata verso l’industria del cemento. Da una città distinta e proiettata verso l’Europa ad un piccolo centro ripiegato su stesso, disagiato come la massima parte del Mezzogiorno. Nello stesso tempo il Comune ha perso il contatto con le esigenze del proprio territorio, con le aspettative elementari dei cittadini nei confronti dell’amministrazione più vicina all’utenza dei servizi pubblici. La manutenzione delle reti che competono al Comune è strozzata dal dissesto finanziario dell’ente, mai dichiarato nei termini di legge ma sempre spubblicato dai vertici politici dell’amministrazione per giustificare l’inerzia di Palazzo dei Bruzi, incapace di svolgere le sue funzioni ordinarie e di sostenere quella proiezione europea, valore aggiunto del riformismo manciniano. E’ tempo che la politica si assuma la responsabilità di indirizzare il Comune verso il suo risanamento, facendo trasparire il bilancio e riqualificando la spesa. È tempo che la società esprima i propri interessi legittimi esigendone la tutela da parte del potere pubblico, imponendosi non sulla, ma alla politica. Questo processo, tanto delicato, esige di essere preparato dal punto di vista della cultura. La classe politica locale fa di tutto per mettere distanza tra sè e i cittadini. Questi devono colmarla facendo pesare la differenza tra chi vive del proprio lavoro e vuole impegnarsi per la cura dell’interesse generale, senza subire le decisioni ma istruendole, e chi invece guarda alla politica come ad un impiego, svilendone il significato. È tempo di mettere a frutto le competenze, le conoscene e le capacità maturate a scuola, nelle università e nei luoghi di lavoro. È tempo di far cessare l’improvvisazione che governa la cosa pubblica.

(*) tratto dall’intervento di Nicola Scirchio all’incontro dibattito Cosenza 2020: Progettiamo oggi la città di domani.


Vallanzasca, il diritto di raccontarlo

Io non sono cattivo, ho soltanto il lato oscuro un po’ pronunciato

La carriera criminale di Renato Vallanzasca Costantini, nato a Milano il 4 maggio 1950, non è quella di un disadattato assorbito dalla malavita nel fiore degli anni, ma di un giovane che sceglie consapevolmente il suo posto nella società, rectius: ai margini della stessa. La rarità di Vallanzasca è tale per il modo in cui bene e male si combinano nella sua discutibile persona. Decide di fare il ladro, assumendo su di se la responsabilità di un’impresa che coinvolge a vario titolo decine di uomini e donne disposti sotto la sua protezione. Della banda Comasina, Renè è un parafulmine: si accolla delitti che magari non ha commesso pur di salvare la coesione del gruppo. Un leader vero, insomma. Il suo carisma è riconosciuto dalla vecchia mala milanese e dal boss rivale, Francis Turatello. L’aspetto fisico, il portamento naturalmente elegante ne fanno un sex symbol. In carcere riceve centinaia di lettere. Nel ’79 sposa una delle sue ammiratrici. La capacità del nostro di influenzare la società italiana risalta sui mezzi d’informazione di massa ancora oggi. Lo scorso anno Baldini e Castoldi ha pubblicato un libro scritto a quattro mani da Leonardo Coen e Renato Vallanzasca. L’Ultima Fuga è una biografia che contiene tra le altre cose la minuziosa descrizione dell’omicidio di Massimo Loi, giovane membro della banda Vallanzasca, accoltellato nel carcere di Novara nel 1981. L’episodio è rappresentato nel film di Michele Placido, Vallanzasca – Gli angeli del male (Italia, 2010). Nel ruolo di Loi giganteggia Filippo Timi. Kim Rossi Stuart è Renato Vallanzasca. L’attore romano riproduce credibilmente accenti e atteggiamenti del suo personaggio; si appropria del dialetto meneghino e dell’umorismo tanto saliente nella personalità controversa del “bel Renè”. “Non è ammissibile riscrivere la storia e una memoria collettiva dei fatti che riguardano spietati assassini attraverso le loro logiche”, ha scritto l’associazione Vittime del Dovere domandando, dalle colonne del Corriere della Sera, l’esclusione della pellicola dall’ultima Mostra del Cinema di Venezia. Placido è stato accusato di tentare all’emulazione di un criminale i soggetti più fragili e immaturi. Con il dovuto rispetto, è una totale corbelleria. Renato Vallanzasca è un delinquente e un assassino che sconta con il carcere a vita le sue colpe. Raccontarlo è un diritto. Come l’ha fatto Placido è arte. Voto 8.


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