Sulla fine del nucleare e la distorsione democratica
Pubblicato: 27 aprile 2011 Filed under: Stato e società Lascia un commento »Venticinque anni fa la tragedia di Chernobyl. Il dato ufficiale dei decessi causati direttamente dallo scoppio del reattore numero 4 della centrale ucraina è 65. Su quelli presunti, in parte avvenuti, in parte da venire per tumori e leucemie da radiazioni, ci si divide. Le Nazioni Unite dicono 4 mila in 80 anni dall’incidente. Greenpeace fino a 6 milioni in 70 anni su scala planetaria. I Verdi Europei stimano tra 30 mila e 60 mila morti “presunti”. C’è un altro dato, meno contestato ma, se possibile, ancora più agghiacciante. 336 mila persone evacuate: 116 mila subito; 220 mila negli anni successivi (1). Fu una vera e propria deportazione. Mentre studi epidemiologici rivelano un aumento esponenziale di ammalati tra i soccorritori e la popolazione in età 0-18 anni al 1986, ancora poco sappiamo dei cosiddetti “liquidatori”. In 600 mila, tra militari e civili dell’allora URSS, lavorarono alla bonifica della area disastrata. La metà si adoperò in un raggio inferiore a 30 km dalla centrale ricevendo dosi di radiazioni che definire critiche per la salute è un eufemismo. Un libro di prossima pubblicazione (2) mette in relazione Chernobyl con l’incidenza dei tumori tiroidei tra i giovani. Per effetto di una “marcatura del genoma” in Italia, come in altri paesi dell’Europa occidentale, i nuovi nati sconterebbero una contaminazione che viene da lontano, “transgenerazionale”. Fossero i 4000 nelle previsioni del Chernobyl Forum, le vittime sarebbero comunque troppe. Da quell’evento, allora il più tragico nella storia dell’industria dell’atomo dal suo lancio, dovremmo aver appreso una fondamentale lezione. Le conseguenze negative di un incidente atomico sono di gran lunga superiori ai benefici che ci derivano dall’utilizzo della tecnologia nucleare per la produzione di energia. Invece, dopo un quarto di secolo, commentiamo Fukushima. L’esigenza di rivedere le politiche energetiche dovrebbe essere evidente in quei paesi che più hanno puntato sul nucleare per soddisfare il proprio fabbisogno energetico e sono esposti maggiormente al pericolo. Ma niente. Non ci si pone il problema della sostenibilità dello sviluppo. Inseguiamo la crescita ad ogni costo. Ecco un fondamentale discrimine tra destra e sinistra. Recuperiamolo partecipando alla campagna referendaria per il “Sì” all’abrogazione della norma che prevede la “realizzazione nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia nucleare”.
Ammesso che possiamo ancora votare. Con l’emendamento al ddl omnibus, già approvato dal Senato, il governo intende abrogare le norme oggetto del quesito referendario per impedire che gli elettori si esprimano su questo e sugli altri quesiti, ma conferma l’indirizzo politico che non esclude affatto dalla strategia energetica nazionale il ricorso alle centrali nucleari. Come spiega il professor Rodotà su Repubblica (3), non andando l’emendamento nella direzione dei promotori, la Corte di Cassazione potrebbe decidere addirittura di trasferire il referendum sulla nuova legge. In questo caso però si porrebbe una questione davanti alla Corte Costituzionale. La quale dovrebbe risolvere un paradosso. Gli elettori, infatti, potrebbero votare l’abrogazione della nuova legge facendo ritornare in vigore quella precedente. Il gioco democratico è sempre più distorto.
1) http://www.unscear.org/docs/reports/annexj.pdf
2) Baracca Angelo, Ferrari Ruffino Giorgio, Scram. Ovvero la fine del nucleare, con contributi di E. Burgio e M. Schneider, Jaca Book, Milano, 2011, pp. 414, Euro 34.
3) http://www.repubblica.it/ambiente/2011/04/27/news/rodot_referendum-15422031/
L’ombra di Cerulo. Equilibrio e rigore
Pubblicato: 19 aprile 2011 Filed under: Culture, Stato e società Lascia un commento »
La ricerca di Massimo Cerulo, edita da Guerini e Associati nel 2009, rende un alto servizio a due cose: cultura e società. Alla cultura per il suo valore scientifico, di studio etnografico, di analisi dei comportamenti sociali, con particolare riferimento alle abitudini, relazioni, emozioni del politico di professione. Alla società perché risponde ad una domanda sulla bocca di ogni cittadino dotato di un minimo di coscienza civile: dov’è finito il senso del fare politica? Cerulo rinviene nella vita quotidiana categorie che integrano un quadro descrittivo nitido di una perdita sensistica senza precedenti, che s’avverte a tutti i livelli della vita associata: da quello locale al nazionale. Il cittadino, per così dire “laico”, ha la sensazione che il politico viva in un altro mondo. Spesso è convinto che la società civile sia migliore di quella politica. Da Massimo sappiamo, invece, che il loro è “Un mondo (quasi) a parte”. Che i politici lavorano eccome. Che conoscono situazioni di disagio come tutti. Non c’è l’assoluzione del professionismo che ha logorato la fiducia dei cittadini nelle istituzioni di governo e rappresentative. Non c’è neppure traccia di antipolitica. Equilibrato e rigoroso. Sotto analisi ci sono gli aspetti prepolitici della crisi che la democrazia attraversa ormai da tempo, che la Costituzione e le leggi non sono riuscite ad assorbire. In particolare nel Mezzogiorno. Perché i politici seguiti come un’ombra dal dottorando Cerulo sono calabresi, elemento questo di ulteriore complessità e interesse per la sua ricerca.
Massimo Cerulo, Un mondo (quasi) a parte, Guerini e Associati, Milano, 2009, pp. 298, € 24.00
Amministrative, Cosenza rischia lo stesso destino di Partenope
Pubblicato: 6 aprile 2011 Filed under: Stato e società Lascia un commento »Sembrerebbe che nelle recenti decisioni del PD romano sulle candidature cosentine non ci sia alcuna ratio. Sembrerebbe che i dirigenti nazionali del PD abbiano pubblicamente sconfessato il lavoro svolto da quelli calabresi – Musi e Villella – nella scelta del candidato sindaco della città dei Bruzi. Sembrerebbe che Roma non abbia capito nulla delle dinamiche locali, entrando a gamba tesa in relazioni e accordi maturati direttamente sul territorio. Sembrerebbe che – come affermato da qualcuno – Nicola Adamo sia riuscito nel suo intento: ossia scavalcare l’ala del PD già schierata per Enzo Paolini e convincere Roma che l’unico candidato degno di fregiarsi del simbolo dalla doppia consonante sia Salvatore Perugini. Sembrerebbe, appunto. Perché a mio avviso le cose stanno in maniera diversa.
Mi sembra di ritrovarmi in una sorta di déjà vu. Spettatore di un film già visto. All’interno di una macchina del tempo che mi riporta a vivere episodi accaduti mesi fa. Se affermo ciò è perché da agosto a gennaio ho avuto il piacere e l’onere di essere ghostwriter per Nicola Oddati, uno dei candidati a sindaco delle primarie napoletane. E, con le dovute proporzioni dovute alla città e al contesto socio-politico, anche in riva al Golfo è avvenuto quello che sta accadendo in questi giorni in riva al Crati. Anche a Napoli, nell’ambito di primarie di coalizione, il PD locale aveva individuato un candidato unico – Nicola Oddati, per l’appunto: assessore alla cultura del Comune, direttore della Fondazione Forum Universale delle Culture e bassoliniano doc. Solo che, col passare delle settimane, Roma ha tramato nell’ombra, favorendo all’ultimo minuto utile la candidatura di Andrea Cozzolino, europarlamentare e uomo forte nell’ambito del PD locale (hanno anche modificato il regolamento delle primarie affinché ciò potesse avvenire!).
Tutti sappiamo come sono andate a finire le primarie napoletane: compravendita di voti, extracomunitari trascinati alle urne e risultato mai ufficializzato. Ma perché è avvenuto ciò? E che relazione ha con i recenti eventi cosentini? È presto detto. Al contrario di quanto si ascolta in questi giorni nella città di Telesio, i dirigenti romani del PD hanno a mio parere un obiettivo chiaro e alquanto razionale: esautorare una parte dei dirigenti e politici locali, evidentemente sgraditi. È la stessa tattica che Roma mise in atto a Napoli. E con successo. Subito dopo le primarie, i principali dirigenti locali vennero “licenziati” e quelli nazionali poterono ripartire da zero nell’assegnazione di incarichi e investiture. Cosenza rischia lo stesso destino di Partenope. A mio parere, Roma dà amministrativamente per persa l’antica Consentia. Preso atto di ciò, mira a mettere tutti contro tutti quadri e politici locali del PD, in modo da “rottamarli” alla fine della contesa.
Queste poche righe vorrebbero fungere da monito ai vari Adamo, Musi, Paolini, Perugini, Villella, ecc. I burattinai romani hanno già ingabbiato Pulcinella. Prendere coscienza della storia significa mettere da parte rancori personali e rese dei conti al fine di perseguire quel concetto di unità che dovrebbe rappresentare uno dei cardini della Sinistra. Altrimenti, continueremmo soltanto a farci del male.
Massimo Cerulo © Il Quotidiano della Calabria del 06 aprile 2011, pg. 19
