La “irragionevole” durata del “giusto” processo

Come chiarito dall’art 111, comma 1°, della nostra Costituzione, il “giusto processo” è quello risultante dalla summa di una serie di principi di carattere generale che fanno (o dovrebbero fare) sì che la macchina del potere giudiziario funzioni alla perfezione: punisca i cattivi ed assolva i buoni. Semplificando di molto i termini della questione, potrebbe dirsi che è giusto quel processo che, in tempi ragionevolmente brevi, attraverso il confronto delle parti contrapposte nella lite, in condizioni di assoluta parità, e grazie ad un soggetto terzo ed imparziale (il giudice), ottenga infine un risultato che sia pro veritate. Si applichi, cioè, correttamente la legge al caso concreto. Purtroppo, il concetto di giustizia, inteso come sublime ideale di perfezione, spesso e volentieri si sgretola miseramente mettendo piede nelle aule di Tribunale. E non solo. Vengono distrutte anche tutte le elementari nozioni che si accumulano durante il faticoso corso degli studi universitari: spesso infatti il giudice non è poi così “terzo”, e le parti non sono proprio “uguali” di fronte alla legge, né tantomeno, com’è inevitabile, il risultato finale del sillogismo è quello della corretta risoluzione della controversia.

Ipotizzando per assurdo di poter scindere gli uni dagli altri gli elementi che qualificano un processo come “giusto”, l’aspetto su cui vorrei soffermarmi, tenendo ben presente l’art. 111 Cost. nella sua globalità, non è, tuttavia, il modo in cui le parti ed il giudice si relazionano in un procedimento, rispetto all’esito più o meno equo di quest’ultimo, ma sull’esistenza dell’esito stesso. La Giustizia ci ha infatti tristemente abituati a processi interminabili. Molto spesso la lunghezza dei tempi, con la prospettiva di attendere estenuanti anni per un risultato incerto, ha funzionato come deterrente per chi volesse adire l’Autorità giudiziaria, costituendo un pregiudizio tanto ingiusto quanto inevitabile da sopportare, a causa di iniziative processuali delle parti dilatorie, pretestuose e strumentali, e di riprovevoli ritardi e rinvii sterili provenienti dagli Organi Giudicanti. E poiché il quadro appena descritto costituisce una realtà concreta e non al più un’astratta possibilità, il legislatore ha cercato, con legge 24 marzo 2001, n. 89, di introdurre una “soluzione”: l’istituzione di un Giudice (sezione di Corte d’Appello) che giudichi i suoi colleghi e che, eventualmente, accordi una equa riparazione dei danni patrimoniali e non, subiti dai cittadini a seguito del mancato rispetto del diritto ad un processo che si concluda in un “termine ragionevole”. Questo pur apprezzabile tentativo, tuttavia, desta non poche perplessità. In primis, l’obiettivo perseguito pare essere non tanto quello di tutelare le parti processuali, bensì di ridurre la presentazione di ricorsi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, creando una procedura interna che tenti di risolvere le questioni relative alla giusta durata dei processi del proprio Ordinamento: paradossalmente, per rimediare ai tanti “ingorghi processuali” italiani, si rischia di crearne altri. Inoltre, prevedere un risarcimento che in qualche modo “consoli” chi è vittima della lentezza del sistema giuridico, non è assolutamente un incentivo a snellire i procedimenti, ma si rivela un palliativo, ben lungi dall’essere una soluzione utile nel medio e lungo periodo. La riforma del codice di procedura civile, a mio avviso, non è l’unica alternativa rimasta per risolvere l’angosciante problema dei ritardi nei Tribunali. Soprattutto perché, negli anni, il legislatore frettoloso, e forse superficiale, nel tentativo di comprimere i tempi della giustizia, ha finito per aumentare l’incertezza del diritto, alimentando così i contrasti di giurisprudenza, quindi le impugnazioni ed il contenzioso. Non si ha in questa sede la pretesa di trovare una soluzione univoca, ma forse un buon punto di partenza potrebbe essere una norma di interpretazione autentica, in grado di eliminare, o quantomeno ridurre, i contrasti giurisprudenziali che vengono a crearsi spesso e volentieri su questioni di mera forma, evitando così i balletti dei processi che vanno avanti ed indietro soltanto perché non ci si mette d’accordo sulla procedura da adottare. Inoltre, sarebbe opportuno che il legislatore cominciasse a porsi domande semplici, prima di arrivare alle risposte: da cosa è provocata la dilatazione dei tempi in un processo? Colpa delle incertezze legislative e delle continue modifiche apportate proprio dalla legge? Ed analizzando la questione del lato di chi la legge la applica, quale dovrebbe essere la produttività media di un magistrato per essere considerato efficiente? Quali i possibili incentivi (se esistono) o disincentivi? Il carico di lavoro è distribuito in modo adeguato? In conclusione, la delusione della legittima aspettativa ad una giusta durata del processo non è certamente l’unico problema che il sistema giuridico accusa, e probabilmente neanche il più grave. Accanto a questo, però, si snoda una lunga serie di questioni, legate a doppio filo, che condizionano e vanificano gli scopi della Giustizia (si pensi, tanto per fare un esempio, a come incide un processo eccessivamente lungo sulla certezza della pena!). Le soluzioni potrebbero arrivare, secondo me, solo attraverso una maggiore collaborazione ma soprattutto una migliore qualità dell’informazione fra gli operatori del diritto, attraverso interventi strutturali diretti al momento genetico del problema, all’analisi dei fatti che lo determinano, non alla sola patologia manifestata. Studiare e comprendere la causa per curare l’effetto, insomma. Alle tante domande, aggiungo a questo punto anche le mie: sarà il legislatore all’altezza di questo non facile compito? Riuscirà ad operare nell’interesse della collettività e non seguendo altre logiche utilitaristiche? Ai posteri l’ardua (ed in tempi ragionevoli, si spera) sentenza.

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