Per non eliminare Dio dal discorso pubblico

In Laici per amor di religione Joseph Ratzinger pone una questione enorme: “L’Europa – contrariamente all’America – è in rotta di collisione con la propria storia e si fa spesso portavoce di una negazione quasi viscerale di qualsiasi possibile dimensione pubblica dei valori cristiani. Perché? Come mai l’Europa, che pure ha una tradizione cristiana molto antica, non conosce più un consenso del genere? Un consenso che, indipendentemente dall’appartenenza a una determinata comunità di fede, conferisca alle concezioni fondamentali del cristianesimo un valore pubblico e portante?” Non è chi non veda come concezioni di origine religiosa siano parte dei fondamenti condivisi di un ordinamento giuridico com’è il nostro, com’è quello statunitense. Eppure il pensiero laicista contemporaneo tenta di forzare, di piegare alla propria visione, il concetto stesso di laicità perorando la causa di una secolarizzazione, a mio modo di vedere, sempre meno liberale, sempre più repressiva. Il laicismo vorrebbe, in altre parole, relegare la religione nel privato neutralizzando lo spazio pubblico in nome del relativismo. Da questo termine desumiamo significati differenti a seconda che lo coniughiamo con “culturale” o “etico”. Il relativismo culturale sostiene la relatività dei valori di ogni cultura, quello etico l’impossibilità di uniformare questi valori nell’ambito della stessa società ovvero fra popoli diversi. Tale differenza viene in particolare considerazione quando trattiamo dei diritti umani sanciti in quella dichiarazione che il 10 dicembre prossimo compirà sessant’anni, della loro violazione che non si giustifica, come vorrebbero i relativisti, a partire dalle specificità degli ambiti in cui si consuma. La violazione dei diritti umani non si giustifica e basta. Non dobbiamo rinunciare alla prospettiva di una pacificazione universale fondata sul diritto, ad una globalizzazione virtuosa: di regole e principi che realizzino su tutti il valore della persona umana. Quanto al vecchio continente e al tema sollevato dal pontefice, non tenere nella debita considerazione le premesse culturali e morali di un demos europeo, ancora in formazione, che continua ad integrarsi, pregiudica secondo me le possibilità del processo di unificazione politica, indebolisce la struttura di un edificio giuridico complesso e sotto molti aspetti ambiguo com’è quello dell’Unione Europea. E’ il nostro stesso sistema di valori che rischia di regredire, la società di imbarbarirsi. Altro atteggiamento temibile per un bene, pure universale, come la laicità è il neotradizionalismo: quello dei cosiddetti “atei devoti” che vorrebbero ricondurre alla tradizione, allo spirito popolare, alla Chiesa, non solo la morale, la coscienza individuale, ma l’etica pubblica minando l’autonomia del potere politico dall’autorità ecclesiastica. Rifuggire questi opposti estremismi per non eliminare Dio dal “discorso pubblico” e preservare la distinzione delle sfere religiosa e politica è il punto d’avvio di un dibattito fondamentale per l’avvenire della società occidentale. La mia regola.

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8 commenti on “Per non eliminare Dio dal discorso pubblico”

  1. farabundo martì ha detto:

    ritengo che il signor ratzinger non abbia tenuto in conto, perchè sono sicuro che lo abbia letto, il libro del sociologo max weber, l’etica protestante e lo spirito del capitalismo, al momento dell’elaborazione delle sue tesi. in quell’opera maestra del pensiero weberiano potrebbe riscontrare qualche argomentazione puntuale a proposito del rapporto tra pensiero (lobbistico, inteso come insieme delle elucubrazioni delle gerarchie ecclesiastiche; che nulla ha a che vedere col sentimento più sincero delle masse di fedeli)religioso e società civile.
    inoltre, da grande intellettuale(?), penso debba soffermarsi a spiegarci cosa intende per DEMOS EUROPEO;perchè a me sembra una definizione molto aleatoria e strumentale ai suoi interessi particolari, e di tutta la santa chiesa…
    farabundo martì

  2. Antonio De Rose ha detto:

    Forse le darò una delusione ma l’argomento che include il concetto di “demos europeo” è mio, non di Ratzinger che è intellettuale finissimo. Saluti.

  3. farabundo martì ha detto:

    domando scusa.

  4. Nicola ha detto:

    Farabundo puntualizza giustamente sulla distanza siderale fra pensiero lobbistico delle gerarchie ecclesiastiche e sentimento delle masse di fedeli.
    Mi domando in linea di principio (ribadisco: in linea di principio): se la chiesa è distante dai fedeli, come può essere vicina agli stati laici e sovrani? E come può essere vicina a qualunque altra cosa o persona?

  5. Antonio De Rose ha detto:

    Rispetto alla distanza tra Chiesa e fedeli questi possono fare molto. Nemmeno la Chiesa può essere autoreferenziale nel terzo millennio. Non sta scritto da nessuna parte che ci salveremo da cattolici, apostolici e romani. Non so se mi spiego.

  6. farabundo martì ha detto:

    durante il franchismo, soprattutto a partire dalla seconda metà degli anni ’50, la cultura basca s’è difesa dalla incredibile repressione del regime anche grazie all’attività sociale di molti uomini di chiesa.grazie alla copertura di cui godevano gli esponenti del clero(i più umili ovviamente) è stato possibile avviare alcune dinamiche che,indubbiamente, hanno favorito la diffusione di ideali democratici e di giustizia sociale.nei locali ecclesiastci si formarono le prime IKASTOLAS (scuole clandestine in cui si trasmettevano i fondamenti della cultura locale ed in cui si parlava in euskera, la lingua nella quale il popolo basco individua il principale fondamento delle proprie aspirazioni autonomiste e/o indipendentiste). mi pareva opportuno offrirvi questo contributo perchè lo ritengo un ottimo esempio di come possano esistere all’interno di un’istituzione tanto sclerotizzata, come appare la chiesa oggigiorno,sacche di resistenza all’ordine politico, giuridico e sociale precostituito.
    farabundo martì

  7. Antonio De Rose ha detto:

    Al solito preciso e puntuale.


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