E’ la fine di una sottocultura, non del mercato

Non è la fine del mercato. Non penso che abbia smesso tutto d’un tratto di funzionare. E’ la fine di una sottocultura economica, di una pratica finanziaria, corrispondenti alla “fede nell’illimitata sostenibilità del debito“. La crisi non deve portare il sistema indietro nel tempo, all’interventismo statale massivo o peggio al protezionismo. Se lo Stato, in violazione delle più elemementari – evidentemente non tanto ndr – norme sulla concorrenza, impedisce alle banche gestite male di fallire ovvero di ristrutturarsi in modo autonomo (vedi Ubs e il suo riposizionamento di Investment Bank), per paura che la crisi finanziaria contagi l’economia reale, la situazione potrebbe persino aggravarsi. La garanzia del pubblico sui depositi e i prestiti interbancari, la sua partecipazione al capitale delle banche, non scongiura il rischio di un collasso sistemico globale, lo sposta. Meglio le nazionalizzazioni tout court che gli aiuti di Stato. Alla politica domando soprattutto regole. Che impongano alle banche di fare le banche, di non esporsi, ma soprattutto di non esporre i risparmi di milioni di persone, al rischio connesso all’impiego di strumenti cosiddetti di finanza derivata.

Leggi La distruzione creatrice di Bernard-Henri Lévy sul Corriere della Sera del 10 ottobre 2008

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