Il dissenso non è reato

La pubblica istruzione italiana è allo sbando: poca formazione, poca disciplina, troppa tolleranza verso i somari, i bulli e i maleducati, edifici fatiscenti eccetera. La buona notizia è che non abbiamo ancora toccato il fondo. Lo toccheremo a breve con la chiusura delle scuole più piccole, con i licenziamenti di parte del corpo docente, con il precariato ancora più precario, con la negazione del diritto allo studio, con i tagli selvaggi all’istruzione, insomma, con la riforma Gelmini. Professori, studenti, rettori, presidi e genitori sono sul piede di guerra. Gli istituti scolastici e le Università sono in fermento e le occupazioni, le autogestioni, gli scioperi e le manifestazioni in tutto il Paese ormai non si contano. Il nostro Presidente del Consiglio un giorno minaccia l’intervento della polizia per zittire i manifestanti con la forza, il giorno dopo smentisce ciò che ha pubblicamente affermato, un altro giorno comunica a due milioni di persone riunite al circo massimo che possono protestare quanto vogliono, tanto a lui non importa niente. Direi di dare un’occhiata a ciò che dicono gli esperti: Leonardo Morlino su “il Dizionario di Politica” scrive che:

Il dissenso può essere anche un modo di articolare la domanda politica attraverso i canali di comunicazione di massa. […] Un modo che mette a disposizione dei gruppi sotto-privilegiati uno strumento politico capace di ridurre la diseguaglianza dei membri del sistema rispetto alla distribuzione delle opportunità di accesso ai canali di trasmissione della domanda (politica). Ora è evidente che la concezione del dissenso come modo di articolare la domanda politica esiste ed è ammissibile solo in un regime democratico. Anzi, un regime è tanto più democratico quanto più evidentemente esiste questa caratteristica.

Anche a voi lettori è venuto in mente, fra le altre cose, lo strapotere tele-comunicativo di Berlusconi rispetto a noi sotto-privilegiati? Sempre su “il Dizionario di Politica” Mario Stoppino afferma che:

Nella tipologia dei sistemi politici, si sogliono chiamare autoritari i regimi che privilegiano il momento del comando e sminuiscono in modo più o meno radicale quello del consenso, concentrando il potere politico in un uomo o in un solo organo e svalutando gli istituti rappresentativi. Donde la riduzione ai minimi termini dell’opposizione e dell’autonomia dei sottosistemi politici e l’annientamento o il sostanziale svuotamento delle procedure e delle istituzioni intese a trasmettere l’autorità politica dal basso verso l’alto.

L’estratto del testo di Stoppino fa pensare non solo alla minaccia di reprimere con l’intervento della polizia il dissenso studentesco, ma anche alla svalutazione del consenso parlamentare umiliato dall’utilizzo sproporzionato dei decreti governativi. Dalle pagine di “repubblica.it” in un suo editoriale di alcuni giorni fa Ezio Mauro scriveva:

Qualcuno dovrebbe spiegare al Premier che la pubblica discussione e il dissenso sono elementi propri di una società democratica.

Evidentemente è tutto inutile. I concetti di Democrazia, di consenso e dissenso, di pubblica discussione e, sopratutto, di autorità politica dal basso verso l’alto non fanno parte della cultura di Silvio Berlusconi. Nella sua testa chi vince le elezioni è padrone. Ma non ci siamo, non funziona così: chi vince le elezioni è “servo”.

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3 commenti on “Il dissenso non è reato”

  1. Antonio De Rose ha detto:

    Mi hanno molto colpito le parole di Cacciari che ci ammoniscono rispetto alla demagogia praticata dal premier in primis, ma anche dal leader dell’opposizione. Il deficit di cultura politica di Berlusconi non ci sorprende più. Quella di Veltroni sì. La manifestazione del 25 ottobre era ad uso e consumo della sua leadership.

  2. Francesca Romana Lupi ha detto:

    Nicò, il mio parere è sempre lo stesso: con l’annientamento della cultura si ottiene comando e potere,e dove c’è ignoranza molto spesso c’è dittatura. Per quanto riguarda la situazione universitaria italiana, ho risposto con il post. Quì in Spagna mi ridono dietro, ma tu lo sai già!

  3. Nicola Scirchio ha detto:

    E lo so, lo so che siamo lo zimbello d’Europa. Bisognerebbe abbandonare l’Italia e ridere di chi è rimasto.


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