Il futuro e la ricerca

Ogni giorno ti chiedi di più. Alla soglia (ancora non prossima, ma già ben visibile) dei 30 anni fare un resoconto è doveroso. E chiedersi soprattutto cosa hai guadagnato rispetto a 10 anni fa, cosa hai fatto di più. 10 anni fa frequentavo il 4° anno di liceo, ero una secchiona, con pochi amici e molti sogni. Oggi sono un po’ meno secchiona, ho molti amici, ma dello studio e della ricerca ho fatto una professione, e i sogni sono ancora tutti lì. Oggi ho una bella laurea in tasca, sto per finire un dottorato di ricerca, sono all’estero per studio, potrei avviare una bella carriera, ma…. Davvero, che ne sarà di me? L’università italiana è una “nave senza nocchiero in gran tempesta”, e gli eventi di questi giorni ne sono emblematico quadro. Sto in un laboratorio da tre anni per 12 ore al giorno, molto spesso il mio lavoro è mortificato da chi ti guarda sconcertato perché non sa neanche cosa sia il dottorato di ricerca, ma anche da colleghi che si comportano da bestie affamate perché “mors tua vita mea”. Tutto ciò per 800 euro al mese. Di per sé il fattore economico non è avvilente in maniera determinante, perché in fin dei conti questo lavoro è meraviglioso e c’è gente meno fortunata che nello stesso campo non percepisce retribuzione. Ci si può vivere dignitosamente da bamboccione a casa di mamma, e io non me ne vergogno affatto ma ad un certo punto la natura vuole che il cordone ombelicale sia tagliato. È avvilente pensare che dopo tutto questo forse non c’è futuro, che finire un dottorato a 28 anni vuol dire essere troppo giovani per la carriera universitaria e troppo vecchi per quella industriale. È mostruoso pensare che l’industria italiana consideri “vecchio” un ingegnere ventottenne al primo impiego, e troppo formato un “giovane ventottenne” dottore di ricerca. È così che mi sento quindi: sempre fuori luogo. E allora penso che mi piace la ricerca, anche quando a volte non ottieni il risultato sperato: il bello non è il risultato, ma il viaggio della scoperta. E mi piace fare ricerca all’università, perché sono libera di pensare e di decidere con i modi e i tempi indipendenti dal profitto. Penso che acquisire conoscenza giorno dopo giorno sia un dono, non un dovere e che conoscere il perché delle cose ti renda definitivamente libero. Ma di cultura non si campa, con il sapere non si compra il cibo, non si dissetano le passioni (o meglio, non tutte), non si vola verso mete sconosciute e non si fa una famiglia. Per quello ci vuole un lavoro, e questo dovrebbe essere un diritto, oltre che la necessità di uno stato che vuole progredire. Questo quindi non è né un articolo di cultura, né un saggio politico, ma uno sfogo chiamiamolo di attualità. Un lamento tra tanti di una ragazza che cercherà tutta la vita di guadagnarsi il pane onestamente, perché l’onestà, almeno quella non la si compra col denaro.

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10 commenti on “Il futuro e la ricerca”

  1. Antonio De Rose ha detto:

    Cara Francesca Romana, l’università e la ricerca scientifica sono svilite da diversi fattori. Dall’espansione del personale tecnico-amministrativo delle università, tanto per cominciare. Gli atenei italiani sono mutati da istituti scientifici di ordine superiore in burocrazie che tendono a proteggere sé stesse. Il “lavoro” nelle università dovrebbe essere il tuo, quello dei docenti e dei ricercatori. Invece sembra essere quello degli impiegati. Gli stessi professori non sono nelle condizioni di verificare la preparazione degli studenti, di accompagnarli nel loro percorso di studi, perché i corsi di alcune facoltà sono saturi fino all’inverosimile. Il che non significa, tu mi insegni, che tutti gli iscritti hanno la vocazione per lo studio a così alto livello; significa piuttosto che i diplomati scelgono l’università per il valore legale del titolo di studio che andranno a conseguire, la laurea. Penso sia necessario razionalizzare la spesa universitaria, non tagliarla indiscriminatamente, per migliorare le condizioni economiche e normative in cui gli operatori del settore svolgono la loro attività. Ridimensionare il valore della laurea ai fini occupazionali. Abbiamo bisogno di cittadini istruiti, prima che di lavoratori. Questi non devono essere necessariamente laureati per svolgere proficuamente un lavoro nel terziario, ad esempio. L’università riconosce titoli accademici a persone che in effetti istruite non sono, anche se c’è un diploma che attesta il contrario; né sono in possesso di una preparazione professionale adeguata all’immediato inserimento nel mondo del lavoro. E’ istruito chi sa leggere, scrivere e far di conto. Conosco laureati che si esprimono con difficoltà in italiano, figuriamoci se sono in grado di apprendere una lingua straniera. Alcuni miei colleghi mostravano un disagio quasi patologico ad operare con i numeri, eppure adesso sono dottori. L’università come fenomeno di massa, non supportato da un sistema scolastico adeguatamente formativo e/o professionalizzante di per sé stesso, non è compatibile con le esigenze dei giovani ricercatoti e dei laureati che vogliono intraprendere la carriera universitaria, dunque fare della cultura il proprio mestiere. Comprendo il tuo sfogo e ti ringrazio per la testimonianza. Un abbraccio.

  2. Francesca Romana Lupi ha detto:

    Grazie a te per il commento, sono assolutamente d’accordo con te quando dici che l’università è assediata da inutili figure professionali che svolgono in 5 il compito che dovrebbe essere di uno solo. Anche tra questi, naturlamente, ci sono professionisti di spicco che “mandando avanti la baracca” sobbarcandosi il lavoro degli altri. Il problema però è che ciò accade in tutti gli uffici pubblici del nostro territorio nei quali gli impiegati fantasma sono assunti per favoritismi nei confronti del politico di turno. Il problema è che ciò accade all’ennesima potenza nel parlamento italiano, in cui per ogni “onorevole” esistono 20 portaborse (giustificabili forse solo per per le pochettes di Louis Vuitton della Carfagna). I tagli però riguardano la pubblica (d)istruzione, e chi sarà sarà “tagliato” non saranno loro, ma i ricercatori (o aspiranti tali). Sono altrettanto d’accordo con te quando esprimi il tuo rispetto verso chi non è laureato ma svolge, da persona istruita, compiti estremamente importani per la società, e sono anch’io sgomenta per l’ingoranza che impera nelle università medie italiane (non foderiamoci gli occhi di prosciutto). Insomma, la situazione è pericolosa e delicata, e riguarda tutti noi…baci e a presto!

  3. Nicola Scirchio ha detto:

    […]es difícil llegar a fin de mes
    y tener que sudar y sudar
    “pa” ganar nuestro pan.

  4. Francesca ha detto:

    Nick, nient’altro da aggiungere…!

  5. Francesca ha detto:

    Incredibile. Dopo secoli, dopo rospi ingoiati…dopo questo articolo….mi hanno aumentato la borsa di dottorato. Di poco, ma il segnale c’è! In ogni caso oggi è un giorno felice!

  6. Nicola Scirchio ha detto:

    Auguri, meritata ricompensa. Adesso, perdindirindina, offrici una birra.

  7. Francesca ha detto:

    Perdincibacco sarà fatto!

  8. Eva ha detto:

    Chiedi se per caso gli avanza qualche centesimo da dare pure a me.

  9. Francesca ha detto:

    non ho il potere di chiedere niente a nessuno purtroppo. Se potessi lo farei! Baciotti


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