Conflitto tra poteri e “questione morale”, un discorso politico

L’allontanamento di De Magistris da Catanzaro potrebbe rivelarsi un boomerang per chi lo spogliò delle sue prerogative sul finire di importanti inchieste che misero in luce un sistema criminale avente come snodo la gestione di fondi pubblici destinati allo sviluppo del Mezzogiorno. La Procura della Repubblica di Salerno non solo ha chiesto l’archiviazione nei confronti dell’ex sostituto procuratore di Catanzaro per presunte irregolarità nell’inchiesta denominata «Toghe lucane», ha affermato: «Il contesto giudiziario in cui si è trovato ad operare il pm Luigi De Magistris negli anni della sua permanenza a Catanzaro appare connotato da un’allarmante commistione di ruoli e fortemente condizionato dal perseguimento di interessi extragiurisdizionali, anche di illecita natura». Ancora, una «pressante attività di interferenza alle indagini», posta in essere dalla stessa procura catanzarese, si sarebbe sempre più manifestata «con il progressivo intensificarsi delle investigazioni da parte del pm De Magistris. Alle continue ingerenze sull’attività inquirente è risultata connessa, secondo una singolare cadenza cronologica, la trasmissione di continue denunce e segnalazioni agli organi disciplinari ed alla Procura di Salerno».

Un cortocircuito istituzionale interessa due importanti procure, Catanzaro e Salerno, che si accusano vicendevolmente; investe l’organo di autogoverno della Magistratura che aveva disposto il trasferimento di De Magistris da Catanzaro a Napoli. Tanto per restare in metafora, la resistenza del nostro ordinamento a questi valori di corrente è troppo bassa per scongiurare l’innesco di un conflitto tra poteri dello Stato. Già Tangentopoli aveva posto in maniera forte la quaestio dei rapporti tra magistratura e politica. Irrisolta. In queste ore assistiamo all’emersione, come in un fenomeno carsico, dello stesso grave problema. Stavolta ad uscirne con le ossa rotte è soprattutto l’ordine giudiziario. La crisi è di legittimazione. La vicenda De Magistris, la sua censura da parte del Csm, convalida la tesi della subalternità della magistratura nei confronti della politica, dell’uso strumentale della Giustizia. L’esecutivo e la maggioranza di centrodestra prospettano, ça va sans dire, una riforma dell’ordinamento giudiziario sul modello americano: separazione delle carriere e introduzione di norme sulle priorità nello svolgimento dei processi. Anche il Partito democratico è possibilista, apre al Pdl con qualche tentennamento. Si teme, infatti, che una riforma possa recare pregiudizio all’indipendenza della magistratura.

Ma il deficit di autonomia della magistratura dalla politica risale ai tempi dell’Unità d’Italia. Il conformismo, l’omogeneità culturale di giudici e pubblici ministeri nei confronti del ceto politico, è la cifra che ha caratterizzato l’amministrazione della giustizia prima durante il Regno d’Italia, poi nell’Italia repubblicana. Un’associazione come Magistratura democratica nacque nel 1964 sul presupposto che fosse indispensabile superare il dogma della neutralità/apoliticità del giudice proprio per affermarne l’indipendenza dalla politica, in particolare dal potere governativo. Questa visione laica della funzione giurisdizionale è rimasta invariata fino alla stagione del terrorismo quando, secondo un’autorevole letteratura¹, ci fu l’incontro di Md con l’allora Partito comunista italiano, tra giudici di grandissimo valore come Violante e Caselli e il gruppo dirigente di Botteghe Oscure. Lo scambio tra associazione e partito fu intenso, la via giudiziaria al cambiamento della società un’illusione che fece molta strada nel Pci in crisi di consenso. Durante Tangentopoli il Pds sposò le tesi giustizialiste di Violante offrendo una sponda politica alla Procura di Milano. Da tempo il primato di Magistratura democratica nell’Associazione nazionale magistrati è in discussione. Le frizioni tra le procure e in seno al Csm vanno lette anche alla luce di questo dato. Il giustizialismo è una sottocultura che il Pd prova a soffocare riproponendo la “questione morale”, che riguarda trasversalmente l’intero arco costituzionale. La riflessione, tutta politica, che i post-comunisti trascurarono subito dopo la caduta del muro e la fine del dualismo con la Dc, spazzata via dal repulisti giudiziario del ’92, s’impone oggi al Partito democratico.

(1) Fasanella Giovanni; Pellegrino Giovanni, La guerra civile, BUR, Milano 2005, VIII-166 p.

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