Il Pd e la democrazia senza partiti

Il dibattito intorno alla collocazione europea del Pd non rischia davvero di appassionare gli elettori in vista delle prossime consultazioni per il rinnovo del parlamento di Strasburgo. Ma l’ambiguità del Partito democratico, dei suoi vertici, su questo tema è uno dei motivi che mi hanno impedito, e mi impediscono tutt’ora, di aderirvi anche solo sul piano ideale. Il 19 dicembre prossimo Veltroni scioglierà la riserva. Pare proprio che il Pd farà gruppo a sé, che i parlamentari italiani non siederanno né tra i banchi dei socialisti, né tra quelli dei popolari, né tra i liberaldemocratici dell’Alde. Si temono nuove scissioni, come quella di Angius e Mussi ancora prima della fondazione del nuovo soggetto politico. A poco è servita l’apertura del Pse ad Oporto, la prospettiva di un allargamento a partiti e movimenti di matrice diversa dal socialismo europeo ma con attributi omogenei a quelli dei partiti socialisti. E’ il caso del nostro Partito democratico, la cui componente socialista è prevalente su quelle cattolica e liberale. Dappertutto si chiamerebbe socialdemocratico, da noi si chiama democratico. E basta. Senza tanti prefissi o aggettivi che lo qualifichino, che mettano l’elettore, specie quello mediano, nelle condizioni di capire che cosa sta votando. Se per un partito di destra, di sinistra, di centro, conservatore, progressista, liberale, populista, etc. Lo stesso profilo, bassissimo, tenuto da Veltroni nella scorsa campagna elettorale ha fatto sì che gli elettori non capissero un granché, che gli indecisi votassero per Berlusconi. L’Ulivo, sulle cui radici a detta di Romano Prodi è nato il Partito democratico, non aveva bisogno di aggettivi. Era un cartello, una grande alleanza, un contenitore di partiti e movimenti che non avevano nulla in comune, se non l’antiberlusconismo e un amplissimo programma elettorale. Un partito, invece, deve riferirsi ad un blocco sociale più o meno differenziato, ad una cultura politica. In Europa ce ne sono diverse e consolidate dall’esperienza. Ah, ma Veltroni è un innovatore. Si rifà al modello americano, in particolare al più “vecchio” partito del mondo (1792), che non è mai diventato un partito come lo intendiamo noi. Il Partito democratico americano, dalla sua fondazione, è poco più di un comitato elettorale. Senza ideologia, ha alle spalle una storia irripetibile altrove. La nostra è nel bene e nel male una democrazia di partiti. La politica in Europa è organizzazione. E la forma di organizzazione politica privilegiata negli ordinamenti democratici dell’Europa settentrionale, continentale e peninsulare è proprio il partito. Il Pd è fuori dal Pse non per superare la categoria di socialismo o la vecchia forma partito, ma perché i suoi vertici immaginano una democrazia senza partiti.

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One Comment on “Il Pd e la democrazia senza partiti”

  1. Nicola Scirchio ha detto:

    Il PD non esiste. L’ennesima conferma viene dalla tornata elettorale abruzzese. A breve pubblicherò un post. Saluti.


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