Strenna, appunti per l’anno che verrà

E’ tempo di Natale ma nell’aria, invece dei tradizionali motivi musicali, riecheggiano le strofe scanzonate di Rodolfo De Angelis che nel 1933 cantava Ma cos’è questa crisi. Quella del 2008 non è la Grande Depressione, ma la crisi impone lo stesso una riflessione, profonda, sul modello di sviluppo per l’avvenire socio-economico dell’Occidente. I temi dell’economia e del lavoro sono sull’agenda del presidente eletto degli Stati Uniti, Barack Obama, e su quella dei capi di stato e di governo dei paesi che formano l’avanguardia del mondo. Molte fabbriche annunciano chiusure e ristrutturazioni. I governi assumono misure inimmaginabili fino a qualche anno fa per fronteggiare la recessione. Gli aiuti alle imprese, quelli alle famiglie. Lo Stato, tanto vituperato durante l’epopea del neoliberismo, non è più il male assoluto. L’intervento pubblico in economia diventa non solo opportuno, ma addirittura necessario, anche per i più irriducibili sostenitori della mano invisibile. In gioco c’è la difesa di beni collettivi come la sicurezza economica diffusa e la stessa fiducia nelle relazioni di scambio che sostanziano il nostro modo di produzione. Gli egoismi minacciano il fine comune dell’uguaglianza sostanziale, della massima integrazione sociale. Proprio la lotta contro la disintegrazione delle società contemporanee, per guadagnare maggiori spazi alla socialità, è il terreno sul quale si spendono storicamente le forze politiche progressiste, di sinistra. In un’intervista a Repubblica Fausto Bertinotti ha dichiarato che «oggi in Italia nella lotta politica la sinistra non c’è» e che «il partito leggero di Veltroni è fallito». Dice bene. C’è bisogno piuttosto di un grande partito di massa, «pesante», radicato nel territorio. Un grande partito democratico e socialista. La crisi politica e istituzionale legata alle inchieste giudiziarie in atto è l’opportunità di ripensare il sistema politico italiano in generale, l’errore clamoroso del Partito democratico in particolare.

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