Soprattutto occidentale

Il discorso d’insediamento del presidente Obama è quello di un leader democratico forte, carismatico, soprattutto occidentale. La sua elezione ha segnato un cambiamento deciso, speriamo decisivo, nella politica americana e internazionale; l’azione di governo del nuovo inquilino della Casa Bianca già si pone in discontinuità rispetto alla politica del suo predecessore, Geroge W. Bush, con particolare riferimento a quella estera e di difesa. Ma la fedeltà agli ideali di democrazia e libertà, ai principi fondamentali della costituzione americana, evocata davanti a due milioni di persone non lascia dubbio alcuno sull’integrità del profilo, da vero campione dell’americanismo, di Barack Hussein Obama II.

Il successo del primo presidente nero consiste nel rinnovamento del patto, del contratto sociale, alla base della statualità che egli rappresenta ponendo l’accento, in questo avvio di mandato, sull’identità nazionale americana. Il respiro della Dichiarazione d’Indipendenza, delle carte istitutive-costitutive degli Stati Uniti d’America, va ben oltre la solidarietà tra coloni britannici che più di due secoli fa ruppero il giogo della corona inglese: è un’eredità che grava su uomini e donne di ogni razza, lingua e religione. Proprio il richiamo alla comune matrice umana delle diverse componenti etniche che integrano la nazione americana, ancora oggi “la più prospera e potente della terra”, è l’argomento forte della suggestiva dissertazione obamiana, la soluzione al problema della convivenza tra culture diverse nell’ambito della stessa società e della pacificazione mondiale resa sempre più urgente dalla globalizzazione.

Tende la mano all’Islam, Obama. Ma la sua apertura non rende disponibile quel paradigma valoriale, variamente declinato ma pur sempre riconducibile al binomio democrazia e libertà, che ha permesso nella storia dell’umanità la massima realizzazione della persona. Ai principi del fondamentalismo islamico e del terrorismo diversamente ispirato Obama rilancia la sfida epocale già intrapresa da Bush: “a coloro che cercano di raggiungere i propri obiettivi creando terrore e massacrando gli innocenti, noi diciamo adesso che il nostro spirito è più forte e non può essere infranto. Voi non ci sopravviverete, e noi vi sconfiggeremo”. Agli esponenti di quei regimi che “scaricano sull’Occidente i mali delle loro società” rivolge il seguente ammonimento: “sappiate che i vostri popoli vi giudicheranno su quello che sapete costruire, non su quello che distruggete”.

Ma la società americana non ha solo bisogno di essere rassicurata, rinfrancata, sul tema della politica estera. Le preoccupazioni maggiori vertono sulla grave crisi economica dalla quale è auspicabile che gli Usa escano presto perché, data l’interdipendenza dei mercati europeo e americano, la fortuna loro è anche la fortuna nostra. Obama riafferma il primato della politica sull’economia quando sostiene che il successo del modello americano è dipeso insieme dalle dimensioni della produzione lorda e dall’ampiezza della prosperità, dalla diffusione delle opportunità per il maggior numero di persone. In tempo di crisi torna di grande attualità il pensiero keynesiano: investimenti pubblici per riattivare l’economia dal lato della domanda. Ricetta apparentemente semplice che tuttavia richiede forza e coraggio per essere applicata. A violare il tabù dell’interventismo statale aveva già cominciato la precedente amministrazione, ma questa tendenza deve essere convalidata da Obama. Altrimenti le sue saranno state solo speculazioni e noi, che invece lo consideriamo un leader pragmatico, saremo stati indotti in errore dal pregiudizio positivo nei suoi confronti.

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