Il Pd contro la sinistra della generazione Erasmus

Con le dimissioni dal suo incarico, comunque tardive, Walter Veltroni si è assunto le responsabilità in ordine alla progressiva, inarrestabile, perdita di consenso del Pd. Lo scorso 16 di aprile, infatti, i democratici rappresentavano un terzo dell’elettorato. Oggi non supererebbero la soglia del 25 per cento.

14 ottobre 2007
. Le cosiddette primarie (in vero un plebiscito, una consultazione di quella parte della popolazione non appartenente al patriziato della politica riunita eccezionalmente dai “tribuni” di partito) avevano legittimato ex post la leadership di Veltroni, un primato definito ben prima che si svolgessero le elezioni, sul modello di quelle americane, nel ristretto ambito di un oligarchia autoreferenziale. Il Pd è nato dalla fusione – anche se a molti di noi è parsa più una confusione – di Democratici di sinistra e La Margherita, dei loro organismi dirigenti, di due esuberanti burocrazie partitiche. Non certo dalla sintesi delle rispettive culture politiche. Quest’ultimo aspetto è molto importante, addirittura decisivo per un progetto ambizioso come il Pd: “partito a vocazione maggioritaria”. In Italia, intanto, manca una sufficiente legittimazione del ceto politico, investito da una crisi di fiducia paragonabile a quella che si registrò sulla scorta delle inchieste giudiziarie del ’92. Inoltre il Partito democratico è privo di un adeguato supporto ideologico. Deficit che rende impossibile organizzare il consenso se non si hanno a disposizione i mezzi di Berlusconi, deus ex machina del centrodestra, i suoi strumenti nel campo della comunicazione. Nel centrosinistra sono venuti meno, tutti assieme, simboli e culture, non esiste una piattaforma valoriale cui fare riferimento. Su cosa dovremmo basare, infatti, il senso di appartenenza al Pd, cosa dovrebbe spingerci, vieppiù in un contesto bipolare e bipartitico, ad andare oltre la momentanea corrispondenza dei nostri interessi al suo programma elettorale

Veltroni non è riuscito a fare il partito che aveva in mente. Personalmente non nutrivo dubbi al riguardo. Cattolici democratici e laico-socialisti, sono in questo Paese come l’acqua e l’olio, almeno sul piano della rappresentanza politica. L’ex sindaco della capitale ha colpevolmente sottovalutato questo dualismo. S’è illuso di poterlo superare guardando agli Stati Uniti d’America, attraverso un cartello elettorale; non ha ricercato una sintesi vera, ma un compromesso al ribasso. Quanto più una società e complessa e disomogenea come la nostra, tanto più c’è bisogno di corpi intermedi organizzati alla maniera dei partiti di massa. L’opzione moderata prevalsa nel Pd, poi, ha privato l’elettore di sinistra della rappresentanza parlamentare e ha dato a quello mediano un motivo in più per votare Berlusconi e il suo rassemblement.

Nella conferenza stampa di addio Veltroni ha detto di aver visto il Pd superare i vecchi schemi della sinistra per affrontare le nuove sfide della società, che sarebbe sbagliato tornare indietro ai partiti preesistenti. Come se le vecchie sfide fossero risolte e non avessimo più bisogno di sinistra, dei valori che questa storicamente intende realizzare. Veltroni voleva insieme atteggiarsi a riformista e liquidare il patrimonio storico del socialismo. Il Pd doveva essere un partito “pigliatutti”: prendere all’estrema sinistra e al centro per affermare la sua egemonia. Il sistema elettorale e il “voto utile” rendevano possibile questo disegno scellerato, fatta salva l’ipotesi, poi verificata, di perdere le elezioni. Fa parte del gioco, ovviamente. Ad essere egemone ora è il Pdl. E il Partito democratico – qui sta il dramma – non è culturalmente, né sul piano organizzativo, capace di opporre la benché minima resistenza all’onda lunga del successo berlusconiano.

Su come si declina la sinistra nel ventunesimo secolo ci ragiono da tempo. In Italia è ancora più difficile che altrove. Ma ciò non deve essere un alibi per le menti più pigre. Veltroni, ad esempio, mette nello stesso calderone Maragaret Tatcher e Willy Brant chiudendo sbrigativamente la partita. Con questa premessa immagino che il Pd si sarebbe spostato ancora più a destra nei prossimi anni se lo stesso Veltroni fosse rimasto al timone. Ma qui intendo ragionare sull’attuale collocazione dei democratici, nel centrosinistra. Sono persuaso che l’elettorato accoglierebbe con favore un partito democratico e socialista con in seno una componente di ispirazione cristiana. Nella mia personalissima esperienza è proprio il cristianesimo il fondamento morale di una scelta politica di sinistra, per il socialismo europeo. Questo atteggiamento trova conforto nella storiografia che ha indagato il rapporto tra socialismo e cristianesimo, una formidabile corrispondenza nella vicenda politica di uomini come Jacques Delors in Francia e Tony Blair in Gran Bretagna. I saggi che hanno istruito la costituente del Partito democratico avrebbero dovuto attingere a piene mani dalla letteratura che li riguarda, dai loro discorsi, dalle loro visioni. Dovrebbero sapere che la fusione tra i gruppi politici, di matrice cristiana ovvero laico-socialista, che si ponevano come obiettivo la trasformazione della società al fine di comporne le diseguaglianze è stata realizzata in tutta Europa nel solco scavato dal socialismo democratico.

Jacques Delors, politico ed economista francese, portò nel Partito socialista il progetto riformista della Nouvelle Société. Delors è cattolico praticante, proveniva dai cristiano-sociali quando alla fine degli anni Settanta passò con i socialisti di François Mitterand. La sinistra europea doveva ancora riprendersi dal crollo del comunismo quando Tony Blair divenne campione del “socialismo etico” in contrapposizione al determinismo marxista. In un articolo apparso sul Sunday Telegraph, nel 1996, Blair si chiedeva: “si puo’ essere cristiani e allo stesso tempo conservatori?”. La domanda è retorica, sottintende che il vero cristiano dovrebbe essere di sinistra. Persino nel Psoe di Zapatero il dialogo (la tensione, in questa fase) tra “Cristianos Socialistas” e socialisti atei o agnostici è un elemento di grande vitalità.

Si possono immaginare soluzioni diverse per il nostro paese, certo. Ma nessuno stupore se non fanno presa nella società. La “questione romana” giustificò nell’Italia liberale la contrapposizione tra cattolicesimo politico e movimento operaio organizzato. Ma già i padri del riformismo italiano, Filippo Turati e Claudio Treves, seppero cogliere le affinità tra socialismo e cattolicesimo di matrice leoniana alleggerendo la polemica contrapposizione tra le due “chiese”. Risolta la questione romana con i Patti lateranensi, di cui ricorre in questi giorni l’ottantesimo anniversario, restò quella cattolica, semplificata fino a ai primi anni ’90 del secolo scorso dall’unità politica dei clerico-moderati e dei cattolici democratici nella Dc. La sinistra democristiana confluì, dopo la liquidazione del partito, nella coalizione dei Progressisti, poi nell’Ulivo, infine nel Pd. Quest’ultimo passaggio s’inquadra nell’ambito di un processo di aggregazione, che riguarda anche il centrodestra, virtuoso se guardiamo alla semplificazione del sistema partitico come ad un valore (in effetti lo è), ma scarsamente incisivo se consideriamo la capacità di un partito del 33 per cento di organizzare il consenso intorno ad una coerente linea politica. Il Pd non c’è riuscito perché il suo “correntismo”, tipico dei grandi partiti di massa del Novecento, è esasperato dalla mancanza di una cornice ideale in grado di tenere assieme elettori attivi e passivi tanto diversi. Gli ex dc non sanno parlare ai propri elettori che in un modo, e i post comunisti, rivolgendosi alla cosiddetta “base”, lo stesso.

Eppure una cornice ideale c’è, bene rappresentata dal socialismo. Il quale offre un strumentario teorico aggiornatissimo al partito unico dei riformisti per rispondere alle domande della società contemporanea. Ma riportare il Pd nell’ambito della socialdemocrazia europea implicherebbe uno sforzo teoretico che non possiamo chiedere a questa generazione “stanca”, di politici provati da anni di guerra civile strisciante, che nel bene e nel male ha già fatto abbastanza per il nostro paese. Non sarebbe giusto. Il ceto dirigente democratico dovrebbe avere l’umiltà di cedere il passo ad una nuova generazione che, magari attraverso l’esperienza dei progetti Erasmus o Leonardo, abbia conosciuto direttamente le riforme in campo economico e sociale di Blair, Zapatero, del danese Poul Nyrup Rasmussen e così via. La sinistra del ventunesimo secolo, dal riconoscimento delle unioni civili alla flexsecurity, è socialista.

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