La modernità non esige il Ponte, ma case sicure

Continui comunicati ci aggiornano sul bilancio, tremendo, delle vittime in Abruzzo. Il terremoto che ha sconvolto quella regione pone il nostro Paese di fronte ad una realtà durissima. Ancora una volta. Svolgo qualche riflessione dopo aver assorbito la notizia della “più grave catastrofe ambientale dall’inizio del millennio”: così l’hanno perentoriamente definita i media nazionali.

Prima di tutto ho apprezzato la tensione emotiva che ha stretto la comunità nazionale e internazionale attorno alla gente d’Abruzzo, il generale afflato verso la ricostruzione dei principali centri devastati dal sisma, da realizzarsi in tempi, si spera, ragionevolmente brevi. La risposta della “macchina di intervento in emergenza”, come la chiamano gli addetti ai lavori, è stata dal mio punto di vista soddisfacente. Vuol dire che qualcosa abbiamo imparato dalle precedenti calamità che hanno interessato la penisola dal Friuli al Belice. Qualcosa che, evidentemente, non è abbastanza.

Perché la protezione civile non è solo “il dopo” ma anche, forse soprattutto, “il prima”. Lo ha ribadito con decisione il vicepresidente della Croce Rossa Internazionale, Massimo Barra, intervenuto martedì, di prima mattina, in un dibattito televisivo. Non entro nella vexata quaestio della prevedibilità dei fenomeni sismici. Non mi compete. Ma non sembra essere questo il punto. Sto alle dichiarazioni, della cui autorevolezza è difficile dubitare, del prof. Franco Barberi, ordinario di Vulcanologia e Geotermia presso l’Università degli Studi Roma Tre e presidente della Commissione nazionale per la previsione e la prevenzione dei grandi rischi: «Un terremoto così in California non avrebbe provocato nemmeno un morto». Il problema vero, allora, concerne la qualità dei fabbricati e i relativi controlli.

E’ ovvio che in Abruzzo si verifichino eventi sismici di questa portata. È intollerabile che non abbiamo adeguato i nostri standard di sicurezza a quelli di Stati Uniti e Giappone, paesi che con noi condividono una notevole esposizione ai rischi connessi alla dinamica terrestre. Attenzione: non mi riferisco al saper fare; non dubito che siamo capaci di realizzare edifici pubblici e per civile abitazione in grado di sopportare terremoti come quello dell’Aquila. Sostengo che le pubbliche amministrazioni non svolgono, come dovrebbero, le opportune verifiche di idoneità dei progetti (non parliamo dei manufatti) in base alle norme antisismiche.

Manca, inoltre, un’iniziativa politica che si faccia carico dell’esigenza di assicurare a tutti, e prima di tutto, un’abitazione. E che questa sia sicura. Non è un mero bisogno, è un interesse pubblico. Il governo in carica intende rilanciare l’edilizia attraverso il cosiddetto “piano casa”, che prevede l’ampliamento degli stabili, della loro cubatura. Piuttosto dovrebbe apprestare un vasto programma di edilizia popolare e procedere alla demolizione di edifici indegni di un paese civile. Mi rendo conto che in questo modo gli immobiliaristi subirebbero un ulteriore, durissimo, colpo. Che l’attenzione mediatica si sposterebbe dalle “grandi opere” ad un tema più serio. Ma sono queste le grandi opere che la modernità non domanda, esige. Altro che il Ponte sullo Stretto.

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4 commenti on “La modernità non esige il Ponte, ma case sicure”

  1. Polìscor ha detto:

    E con Napoli come la mettiamo? Usiamo i soldi del Ponte per mettere un tappo al Vesuvio?

    Non sono cose che si affrontano né tanto meno si risolvono con un decreto o con un “piano casa”, non facciamo demagogia. Il “piano casa” è stato pensato per tentare di risollevare l’economia, qui si parla d’altro.
    Qui c’è un problema culturale, servono generazioni, serve istruzione, serve sradicare la mentalità che fa preferire ancora a molti degli ex- terremotati dell’Irpinia l’abitare nei container perché così non pagano le utenze.

    Questo serve.

  2. Antonio De Rose ha detto:

    Governare significa, tra l’altro, stabilire delle priorità. Il post è provocatorio, me ne rendo conto. Mi avrebbe fatto piacere se lei, caro Poliscor, avesse raccolto la provocazione invece di darmi del demagogo. Sono d’accordo: c’è un problema culturale. Qualcuno pensa ancora di risollevare l’economia attraverso l’edilizia. La speculazione ha saturato il mercato immobiliare, ha inquinato, attraverso gli strumenti derivati, quello finanziario. E ancora sento parlare di edilizia come panacea.

    Ma qui si parla di altro, va bene. Di sicurezza abitativa. Il potere pubblico deve garantirla dal momento che non può, come osserva lei, tappare il Vesuvio, scongiurare i fenomeni sismici. C’è un nesso formidabile tra la speculazione edilizia e i crolli verificatisi all’Aquila. I costi per la ricostruzione sono sopportati dalla collettività, come quelli per la realizzazione del Ponte sullo Stretto. Quale delle due?

  3. Nicola Scirchio ha detto:

    Non si tratta di demagogia, caro Poliscor.
    La provocazione di Antonio mi sembra pertinente rispetto al problema che stiamo trattando. Un Paese ad alto rischio sismico DEVE disporre di abitazioni e di infrastrutture adatte al proprio territorio. C’è poco da discutere, se vogliamo essere “moderni” dobbiamo utilizzare le risorse economiche per abbattere le costruzioni a rischio e costruirne di nuove (nel rispetto dei centri storici) sui modelli giapponesi e statunitensi. Altro che ponte sullo stretto.

  4. Mario Artese ha detto:

    Hai ragione Poliscor, c’è un problema culturale, serve istruzione…non è che puoi metterci una buona parola con il ministro Gelmini?


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