Cuba, Obama e i vecchi miti

Dopo mezzo secolo si prepara una svolta nelle difficili relazioni tra Stati Uniti e Cuba. Obama, infatti, ha disposto un allentamento del risalente embargo che ha impedito, non da solo, alla repubblica socialista cubana di espandere la sua economia. In cambio, però, il presidente Usa vorrà un’apertura del regime castrista in materia di libertà civili e politiche. Al vertice delle Americhe di domenica, a Trinidad, Obama ha chiarito che la revoca dell’embargo contro Cuba «non è per domani». Ma è ragionevole pensare che il dialogo porterà frutti nel medio periodo.

A Cuba la crisi è particolarmente grave per la forte dipendenza della sua economia dall’estero (2/3). Per stimolare la crescita, Fidel Castro avrebbe dovuto perseguire politiche di riforma strutturale, pagare un prezzo politico altissimo pur di salvare il suo paese dalla fame: la sconfessione del modello di stato e società affermato con la rivoluzione sociale del 1959. Ma l’ossessione del potere ha prevalso, irriducibile.

Raul Castro, succeduto nel 2006 a Fidel, ha marcato una discontinuità rispetto al passato liberalizzando il mercato delle nuove tecnologie. Oggi i cittadini cubani, ammesso che ne abbiano la disponibilità, possono acquistare televisori e computer; sono liberi di possedere un cellulare. Ma il controllo sociale svolto dal governo sui civili è ancora oppressivo e proprio su questo la Casa Bianca intende agire. Le rimesse che arriverano dagli States non basteranno, certo. Ma aiuteranno la gente ad essere un po’ più ibera dal regime comunista.

Obama esercita un forte carisma in tutte le Americhe mettendo a rischio i vecchi miti. L’idealizzazione del “Lider maximo”, Fidel Castro, alimentata da una parte significativa della classe intellettuale di sinistra, che ancora esprime le aspirazioni di tanti giovani nel mondo, è particolarmente esposta a quest’alea. La rivoluzione cubana attende finalmente un giudizio basato sull’analisi razionale delle fonti. Cuba è mito, non ancora storia.

Intanto i cinema italiani passano la prima parte del film di Steven Soderbergh con Benicio Del Toro, Che – L’argentino. Un poderoso lavoro di adattamento per il grande schermo dei diari sulla rivoluzione cubana di Ernesto Guevara che nulla concede all’agiografia.

Il docu-film è aperto, rappresentativo delle diverse opzioni culturali che si misurarono in un contesto come l’America Latina della fine degli anni Cinquanta del Novecento: crocevia di tensioni fra l’imperialismo nord-americano e le avanguardie nella lotta al colonialismo; terreno di confronto tra i due blocchi internazionali che nel secondo dopoguerra si consolidarono attorno a Stati Uniti e Unione Sovietica.

Poderoso e anche per questo non facile da distribuire. In Italia è uscito con un sensibile ritardo rispetto al mercato americano e dell’Europa continentale. L’opera è valsa, giustamente, a Del Toro la Palma d’oro a Cannes. Formidabile Demiàn Bichir nei panni di Fidel Castro: una mimica, la sua, studiata nel dettaglio. Lo sviluppo della trama è discontinuo come nello stile di Soderbergh, ma inutilmente lungo, addirittura provante. Ho trovato l’autore involuto rispetto ai suoi precedenti. Voto 6.

– Buena Vista Social Club, Hasta Siempre Comandante Che Guevara

Annunci


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...