Quale modello Detroit? Basta guardarci dentro

Della partita a Risiko giocata da Fiat in queste settimane mi colpisce un dato soprattutto. Il ruolo dei sindacati nel salvataggio delle aziende automobilistiche in crisi. Prima Chrysler ed ora, potrebbe darsi, Opel. Domenica scorsa ho letto sul quotidiano torinese La Stampa un’intervista a Michele Tiraboschi, docente di diritto del lavoro a Modena, già collaboratore di Marco Biagi e oggi consulente del Ministro del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali, Maurizio Sacconi. Il prof. Tiraboschi illustra i vantaggi che una significativa presenza dei sindacati nell’azionariato e nei consigli d’amministrazione delle aziende avrebbe anche in Italia. “Un sindacato presente in Cda è un sindacato responsabilizzato, che non alimenta conflitto e antagonismo, ma che capisce che è nel suo interesse che l’impresa faccia scelte di lungo periodo, che sia sana e solida”. Il lavorista evoca l’art. 46 della Costituzione: “Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende”. Questa disposizione è rimasta fin qui disattesa per diverse ragioni. Per responsabilità degli imprenditori, certo. Ma anche dei sindacati. Gli uni e gli altri, temendo di compromettersi, ne hanno ritardato l’attuazione. Il cambiamento non è stato favorito neppure dal carattere misto della nostra economia, dalla presenza del potere pubblico nelle principali aziende italiane attraverso il pervasivo sistema delle partecipazioni statali. Anzi, il controllo svolto dalla politica sull’economia ha reso il sindacato subalterno alle esigenze della grande industria, sempre meno rappresentativo degli interessi dei lavoratori. Inoltre l’integrazione europea ha modificato profondamente i principi cardine della “Costituzione economica” (art. 35-47 Cost.). L’ordinamento italiano, basato sul costituzionalismo democratico del secondo dopoguerra, è stato avvolto in un quadro culturale e normativo sovranazionale che negli ultimi vent’anni si è mosso in tutt’altra direzione, orientando l’assetto privatistico dell’economia non all’utilità sociale, all’elevazione economica dei lavoratori, ma alla stabilità dei prezzi, alla libera concorrenza, assumendo come unico principio ispiratore della disciplina economica il mercato. Senonché la grave crisi di questi mesi, quella conseguente del pensiero unico neoliberista, ci mettono di fronte ad un bel paradosso. Negli Usa si torna a politiche di regolazione dell’economia di chiara impronta keynesiana e si procede all’apertura degli organi direttivi delle aziende ai lavoratori nell’ambito di delicatissimi processi di ristrutturazione del capitale: davvero insolito per loro. Lo chiamano “modello Detroit”, i sindacati ne invocano l’applicazione anche in Italia. Ma Obama, che pure ha il merito di riformare in senso partecipativo le relazioni industriali del suo paese, non ci insegna nulla che già non conosciamo, o almeno dovremmo conoscere. Basterebbe guardarci dentro.

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