Rita Clementi, un pugno nello stomaco dei vassalli

Della lettera inviata al presidente della Repubblica Napolitano dalla dottoressa Rita Clementi, brillante medico genetista da domani in organico presso un istituto di Boston, mi colpisce la pietà della ricercatrice, costretta alla fuga, nei confronti del suo Paese.

L’Università, che in Italia è il principale snodo della ricerca scientifica e tecnologica di base, da istituzione libera o statale ma sempre di alta cultura, s’è involuta nel tempo a “burocrazia culturale” alleata della politica più conservatrice. I mali dell’una (cooptazione dei nuovi membri, mancata valorizzazione del merito, scarsa economicità nella gestione delle risorse) sono quelli dell’altra.

Personalmente diffido di coloro che, specie dall’interno, si schermiscono dietro l’argomento degli scarsi finanziamenti all’università per giustificare il quadro desolante della ricerca italiana che emerge dal confronto internazionale quando, come sostiene la stessa Clementi, è perfettamente inutile aumentare gli stanziamenti se non si sradicano «le lobby che usano le Università e gli enti di ricerca come feudo privato».

L’esempio della dottoressa Clementi è un pungo nello stomaco di chi ha prestato una sorta di giuramento vassallatico nei confronti dei cosiddetti “baroni”, di chi aspira ai gradini superiori della gerarchia “feudale” e, sapendo di non poterci arrivare solo per merito, ma piuttosto per fedeltà, si tace.

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5 commenti on “Rita Clementi, un pugno nello stomaco dei vassalli”

  1. Francesca ha detto:

    Non è un pugno nello stomaco, semmai una “grattatina”! Purtroppo il sistema universitario è inevitabilmente controllato da gerarchie invalicabili e chi lavora nell’ambiente non può non notare come ciò sia ordinaria amministrazione. Non sarà certo la lettera accorata di una ricercatrice a cambiare le cose, e purtroppo neanche a smuoverle. Ci tengo però a precisare che questo lifestile è purtroppo manifesto di tutto un quadro del nostro paese, non solo dell’università. Il baronato è atteggiamento tipicamente italiano che purtroppo taglia trasversalmente tutti i settori della cosa pubblica. E’ sempre stato nostro costume cercare scorciatoie comode, magari rivolgendosi al proprio “santo in paradiso”. Ciò avviene tutti i giorni nelle amministrazioni pubbliche, nella politica e finanche nella gestione quotidiana della propria vita. Non meravigliamoci allora solo della situazione universitaria, e soprattutto non usiamo questo per giustificare la carenza di fondi alla ricerca, spesi molto spesso in operazioni assurde come il finanziamento di aziende fallite o quasi (vedi il caso Alitalia). La ricerca ha bisogno di fondi, senza di essi non va avanti nessuno, nè i baroni nè coloro i quali questo lavoro lo fanno per passione, e fortunatamente non sono pochi. Saluti

  2. Antonio De Rose ha detto:

    Va bene, riformulo. La lettera di un “cervello in fuga”, apparsa sul principale quotidiano italiano, che denuncia il malcostume diffuso nell’università e nei centri di ricerca è un gesto di sensibilizzazione che non può lasciare indifferente nessuno. Non basta, ma aiuta.
    Nessuno giustifica la carenza di fondi alla ricerca: nè la dottoressa Clementi, nè il sottoscritto che modestamente ha commentato la sua lettera. Chi lo fa è manifestamente cretino.
    Personalmente non mi meraviglio “solo” dell’Università. Ma cominciare dal sistema universitario è il modo migliore per risanare il Paese nel suo complesso. Dico questo proprio perchè riconosco un peso determinante all’istruzione, agli studi universitari e alla ricerca scientifica ai fini dello sviluppo politico, economico e sociale di una nazione.
    Il baronato vige in tutti gli ordinamenti universitari del Mondo, mica solo in Italia. In alcuni casi, all’estero, è peggio (o meglio?) se pensiamo che le assunzioni sono dirette, neppure mascherate da concorsi. La vera tipicità del sistema italiano consiste nel fatto che da noi non si riesce a far valere le responsabilità di alcun rettore (o preside, o professore) per i risultati che (non) abbia ottenuto e con lui dei suoi collaboratori.
    La tua generalizzazione, cara Francesca, che il malcostume “taglia trasversalmente tutti i settori della cosa pubblica”, non teme smentita. Solo non risponde alla questione sollevata dalla Clementi, ma ad un’altra logica: quella del “tanto peggio, tanto meglio”. Saluti.

  3. Costanza ha detto:

    Dopo aver ascoltato l’intervista alla Dr.ssa Clementi in procinto di partire per Boston e aver letto le osservazioni che precedono, su questo sito, le mie, ciò che più mi sento di sottolineare è la profonda empatia verso la rabbia di una ricercatrice che dedica la porpria vita per il progresso della scienza e con esso per il bene dell’umanità senza averne un adeguato riconoscimento, non solo economico.
    Ciò che spaventa è la totale assenza di lungimiranza di chi consente che avvenga ancora una volta “l’inevitabile” esodo.
    Un sistema che, condivido pienamente, risulta essere malato, incapace di premiare ed incentivare il merito ma, ancor prima, di riconoscerlo; incapace di spezzare antichi ed infruttuosi meccanismi di potere anzi, alimentandoli, nel momento in cui non affronta e non risolve il problema, non solo degli investimenti ( indispensabili nell’ambito della ricerca) ma anche dei network di conoscenze.
    Come ha affermato, soprattutto in ambito medico, la ricerca non è un fatto privato ma pubblico.
    Ho apprezzato molto l’accento deciso della Clementi che ha espressamente detto :” La ricerca E’ collaborazione!”
    Concetti questi che , purtroppo, in una Paese come l’Italia sono sconosciuti ai più e ancora lontani dall’essere applicati.
    Qui non esistono le condizioni basilari per fare ricerca : non si incentivano e premiano i ricercatori meritevoli , non si investe a sufficienza, e tutto ciò, paradossalmente, dopo che da più parti si riconosce l’importanza degli inevstimenti per un settore determinante ai fini dello sviluppo. Non solo gli States aprono le porte ai nostri cervelli, anche altri Paesi Europei, come è noto , investono molto più di noi in ricerca ( ad esempio, sempre in ambito medico, la Gran Bretagna) ma soprattutto, evidentnmente sanno accogliere chi è in grado di attivare progetti degni di nota.
    Non credo possa perpetrarsi all’infinito questa indecorosa situazione…

  4. […] ricercatore ha sempre ragione Con Lorenzo sono tornato sull’argomento Università e ricerca scientifica in Italia. Mi fa specie che una persona di valore come lui mediti di lasciare il Paese per continuare la sua […]


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