Un augurio a Bersani, un saluto a Rutelli

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Le primarie del Pd sono un unicum della politica comparata. In America servono ad eleggere i candidati alla presidenza degli Stati Uniti, in Italia a convalidare il voto degli iscritti ad un partito che dovrebbero, da soli, formarne gli uffici. Può sembrare paradossale ma Pierluigi Bersani, votato da 1.081.532 persone, non è più legittimato di Lorenzo Cesa, suo omologo dell’Udc, come capopartito. Il vero paradosso consiste nel fatto che i militanti del Partito democratico devono recepire l’inidirizzo definito da un segretario eletto con voti estranei all’associazione di cui fanno parte. Fortuna per gli iscritti che il segretario uscito vincitore dallo scrutinio interno al partito sia lo stesso del plebiscito tenutosi domenica scorsa. Inoltre Bersani è fautore di una linea più ortodossa in tema di organizzazione rispetto ai suoi predecessori che liquidarono i partiti d’origine per dar vita ad un cartello elettorale: povero dal punto di vista dell’identità e dell’insediamento sociale. La finzione di una democrazia presidenziale è entrata nel sentire comune degli italiani, inutile negarlo. Chi domenica si è recato alle urne lo ha fatto credendo di votare non solo, e non tanto, un capopartito, ma il leader dell’opposizione a Berlusconi, il suo antagonista alle prossime elezioni. È altrettanto vero, però, che questa convenzione, sufficientemente anche se non definitivamente radicata nella società, non corrisponde alla forma di governo che deriva dal patto costituzionale del 1948. La deriva plebiscitaria del nostro sistema, accelerata dal dualismo Berlusconi-Veltroni, tutto improntato alla semplificazione del quadro politico e non al recupero della partecipazione democratica, ha rinforzato il Cavaliere che, già tronfio del suo potere personale, prova quotidianamente ad agirare gli ostacoli di ordine istituzionale-costituzionale alla realizzazione dei suoi interessi. A Bersani va l’augurio di invertire una tendenza che le primarie del Pd non fanno altro che confermare.

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Già ai tempi della Fed, Francesco Rutelli, sosteneva che l’elettorato mediano non avrebbe mai votato per un’alleanza di riformisti (nel frattempo diventata partito, ndr) troppo spostata a sinistra. Anche se il Pd ha smarrito il patrimonio del socialismo democratico con la fusione fredda Ds-Dl, specchiandosi in Bersani è tornato a vestire di rosso. Il mondo del lavoro, che aveva voltato le spalle ai democratici nel 2008, sembra essere il target della nuova segreteria. Mentre Rutelli guarda alle medie imprese che, specie al nord, hanno come principale interlocutore la Lega, temendo (a ragione secondo me) che lo stesso fenomeno possa riprodursi a sud con un partito ad hoc che si collochi nell’alveo del centrodestra. Saluto la svolta centrista di Rutelli, da sempre a disagio nel Pd, ma non m’illudo che possa bastare a chiarificare quel «partito mai nato» che l’ex Sindaco di Roma si appresta a lasciare.

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