Neanche probabilmente (mafioso)

Un indagato per mafia, come qualsiasi altro, è innocente fino a prova contraria. La legge prevede il segreto per gli atti compiuti durante le indagini. Ho appena riferito due banalità, ma è meglio non darle per scontate. Se quella stessa persona che, contro la legge, si viene a sapere indagata per concorso esterno in associazione mafiosa ricopre incarichi politico-istituzionali, facciamo ad esempio: sottosegretario di Stato all’Economia e alle Finanze, si pone un problema di opportunità che continui a svolgere le proprie funzioni.

Devono essergli garantiti i diritti fondamentali della persona, ma il solo dubbio che possa essere partecipe di un’impresa criminale come Cosa Nostra, Camorra o ‘Ndrangheta, ne pregiudica la compatibilità, anche momentanea, con la funzione pubblica. Se il nostro fosse prosciolto al termine delle indagini preliminari, o prima, verificato che non sussistono i presupposti per l’esercizio dell’azione penale, potrebbe non solo continuare l’attività politica, ma vedersi assegnato un incarico ancora più importante del precedente. Se, viceversa, fosse riniviato a giudizio, dunque processato, avremmo avuto un sottosegretario di Stato probabilmente mafioso pure nel periodo in cui gli veniva contestato da parte di un pubblico ministero di essere colluso con la mafia. Che semplicemente non è ammissibile. Un così alto ufficiale della Repubblica non può essere, neppure probabilmente, mafioso.

Perchè, quando si tratta di mafie, si dice che il politico non soltanto deve essere onesto, ma apparirlo (1). Aveva ragione Indro Montanelli, quando scriveva (1974) che almeno in Italia l’incompatibilità è tra politica e pudore, altro che istituzioni e mafia (2). Il fondatore de il Giornale nuovo denunciava allora la lotta per il potere «garantito dall’impunità», «la svendita di indulgenze sottosegretariali» a persone come l’ex-sindaco di Palermo Salvatore Lima. «Non lo conosciamo. Può anche darsi che sia un galantuomo. Ma su di lui pendono varie richieste di autorizzazione a procedere per diversi reati: peculato, omissione di atti di ufficio eccetera. Il Parlamento ha impiegato dieci anni a concedere per alcune di esse l’autorizzazione, cioè quanto bastava a farla decadere. E ora, per la seconda volta, ha promosso Lima a sottosegretario.»

Ora, la Camera potrà anche negare l’autorizzazione a procedere nei confronti dell’onorevole Nicola Cosentino, dunque risparmiargli la galera, proprio perchè lo ritiene innocente fino ad “una sentenza irrevocabile di condanna” (nel qual caso non ci sarebbe neppure bisogno dell’autorizzazione del Parlamento per privare un suo membro della libertà personale). Non troverei la difesa dei parlamentari nei confronti di un proprio collega scandalosa di per sè o banalmente corporativa. L’immunità parlamentare è scritta nella Costituzione del 1948, all’art. 68. Il testo originario recitava: «I membri del Parlamento non possono essere perseguiti per le opinioni espresse e i voti dati nell’esercizio delle loro funzioni. Senza autorizzazione della Camera alla quale appartiene, nessun membro del Parlamento può essere sottoposto a procedimento penale; né può essere arrestato, o altrimenti privato della libertà personale, o sottoposto a perquisizione personale o domiciliare, salvo che sia colto nell’atto di commettere un delitto per il quale è obbligatorio il mandato o l’ordine di cattura. Eguale autorizzazione è richiesta per trarre in arresto o mantenere in detenzione un membro del Parlamento in esecuzione di una sentenza anche irrevocabile». La legge costituzionale 29 ottobre 1993, n. 3, ha sostituito il testo in maniera corrispondente all’emersione della sistematica corruzione, della concussione e del finanziamento illecito ai partiti, intaccando l’impunità che garantiva un abusato potere politico. Può non piacere, ma è così.

Senza nulla togliere all’esigenza di sventare le interferenze indebite tra politica e magistratura e il conflitto tra poteri dello Stato, purtroppo in atto, mi accontenterei che i partiti di maggioranza, proprio per apparire onesti, chiedessero la rimozione di Cosentino dal suo incarico. Tanto per cominciare. C’è tempo per discutere di una riforma organica e non contingente della giustizia. Berlusconi, purtroppo per tutti, non è un interlocutore autorevole visto il suo conflitto d’interessi. L’incontro del «disgelo» tra il Cavaliere e Fini, con l’elaborazione a tempo record di un disegno di legge sul c.d. «processo breve», non cambia i termini della questione. Non sarà il governo a presentarlo, ma è l’ennesimo tentativo di risolvere per via legislativa questioni che non interessano i cittadini, ma precisamente il presidente del Consiglio.

1) Vedi Paolo Borsellino che incontra, il 26 gennaio del 1989, gli studenti dell’Istituto professionale di Stato per il commercio “Remondini” di Bassano del Grappa.

2) Montanelli, I., Moro e il sultano, Il Giornale Nuovo, Anno I, n. 127, Milano, venerdì 29 settembre 1974, pag. 1.

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