Sul Mezzogiorno, i vizi del discorso di Draghi

«Alla radice dei problemi del Sud stanno la carenza di fiducia tra cittadini e tra cittadini e istituzioni, la scarsa attenzione prestata al rispetto delle norme, l’insufficiente controllo esercitato dagli elettori nei confronti degli amministratori eletti, il debole spirito di cooperazione: è carente quello che viene definito ‘capitale sociale’». Lo dice il Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, nell’intervento d’apertura al convegno su Mezzogiorno e politica economica italiana, che si è tenuta giovedì a Palazzo Koch.

Con il dovuto rispetto per cotanta istituzione, Draghi commette un’imprudenza quando ricorre ad una categoria ancora molto discussa nell’ambito della ricerca economica e sociale per giustificare il persistente dualismo nord-sud. Perchè si può eccepire che il Mezzogiorno è estremamente ricco di capitale sociale; pure se questo si basa su relazioni informali di autorità, fiducia e norma (Coleman, 2005), le stesse cui fa riferimento il Governatore nel suo intervento, che rispondono ad una logica uguale e contraria a quella delle organizzazioni sociali cosiddette ‘intenzionali’, come lo Stato, i partiti, le associazioni (1).

Mi spiego. La fiducia tra i cittadini meridionali c’è, ma non esprime ragioni di interesse pubblico, piuttosto serve motivazioni di prevaricazione sociale. Il rendimento delle istituzioni nel mezzogiorno è influenzato negativamente dall’etica comunitaria e premoderna del Sud. Lo scarso controllo degli elettori nei confronti degli amministratori eletti significa che altri sono gli attori, individuali e collettivi, che decidono, prima e al di fuori del circuito istituzionale, nell’ambito di reti di relazioni capaci, ad esempio, di mobilitare risorse pubbliche per destinarle ad un uso diverso da quello per cui sono originariamente stanziate. Penso all’abuso dei fondi nazionali ed europei destinati allo sviluppo del Mezzogiorno.

Gli stessi amministratori locali devono la loro elezione al capitale sociale costitutivo della politica e dell’economia nel meridione. Parliamo di ‘social network’ egocentrici basati su norme non meno vincolanti delle leggi che regolano la convivenza civile nelle società complesse del mondo moderno e postmoderno, che resistono alla civilizzazione delle istituzioni politiche, economiche e sociali. Il Sud d’Italia deve ancora interiorizzare i principi fondamentali del costituzionalismo liberale e democratico e i valori positivi della vita associata, perchè possiamo guardare al futuro con la fiducia di uno sviluppo economico autosostenuto. In altre parole, i cittadini del Mezzogiorno dovrebbero sentirsi finalmente italiani.

Invece, il senso comune nelle regioni meridionali continua ad essere quello descritto da Tomasi di Lampedusa nel Gattopardo (2). La sicilianità (o spirito gattopardesco) consiste nella capacità di adattarsi ai cambiamenti senza modificare la propria essenza. Nel dialogo tra Don Fabrizio e Chevalley, il Principe di Salina spiega al rappresentante del governo piemontese, come sia difficile, se non impossibile, ‘incanalare la Sicilia nella storia universale’. Quel discorso è ancora attuale e rappresenta bene non solo la realtà siciliana, ma quella di tutto il Mezzogiorno.

Così come ha subìto l’unificazione nazionale, il Sud s’adegua ai mutamenti successivi, per ultima la federalizzazione dello Stato che fin’ora è soltanto una scatola vuota, come piace ai Tancredi degli anni Duemila. Un altro passaggio di Draghi, rilevante ai fini della comprensione del nesso tra le mafie e il persistere della questione meridionale, è viziato da uno schema superato: «Grava su ampie parti del nostro Sud il peso della criminalità organizzata. Essa infiltra le pubbliche amministrazioni, inquina la fiducia fra i cittadini, ostacola il funzionamento del libero mercato concorrenziale, accresce i costi della vita economica e civile». Anche in questo caso, c’è da eccepire che non solo sul Mezzogiorno grava la cappa del crimine organizzato. La mafia si e’ infiltrata negli appalti per la ricostruzione dell’Abruzzo e in quelli dell’Esposizione Universale di Milano 2015.

Leonardo Sciascia scriveva (1961) che la palma va a Nord volendo significare che la pervasività del fenomeno mafioso già dirigeva verso il cuore pulsante dell’economia italiana (3). Una cultura dell’opposizione al potere mafioso manca nella stessa classe dirigente politica ed economica centro-settentrionale la quale, evidentemente, non è avvertita del pericolo che corre.

1) Coleman, James S., Fondamenti di teoria sociale, Il Mulino, Bologna, 2005;
2) Tomasi di Lampedusa, Giuseppe, Il Gattopardo, Feltrinelli, Milano, 1978;
3) Sciascia, Leonardo, (1961), Il giorno della civetta, Adelphi, Milano, 1993.

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