Coppi, negli almanacchi non si trova la sua grandezza

Negli almanacchi si trovano i campioni del passato, ordinati per numero di vittorie e primati vari. La loro grandezza no, quella non siamo in grado di registrarla, di fermarla in una cifra. I numeri dicono che il più forte ciclista di tutti i tempi, capace di imporsi in 426 corse tra il 1965 e il 1978, di vincere tutto quello che c’era, sempre, senza nulla lasciare agli avversari (perciò fu soprannominato Il Cannibale), è il belga Eddy Merckx.

Ma il più grande? Adriano De Zan, che mi educava e istruiva dalla televisione mentre papà ronfava sul divano durante le cronache di tappa dei grandi giri, amava dire: “Eddy Merckx è stato il più forte di tutti, Fausto Coppi il più grande”.

A farlo entrare nel cuore della gente è la vittoria all’esordio sulle strade del giro (1940). Comincia da gregario di Bartali; ma il capitano della Legnano cade nelle prime tappe, dando il via libera al talentuoso compagno. Nella Firenze-Modena, Fausto parte sull’Abetone; all’arrivo è maglia rosa, la difenderà fin sul traguardo di Milano. Dopo la guerra (1946), vince la Milano-Sanremo con un quarto d’ora sul secondo. La radio fa un esilarante annuncio: “Primo classificato Coppi Fausto; in attesa del secondo classificato trasmettiamo musica da ballo”.

La rivalità sportiva con Gino Bartali contribuisce alla mitizzazione di Coppi, sancita dalla prematura scomparsa del Campionissimo.

Giro del 1949. La radiocronaca della tappa Cuneo-Pinerolo si apre con la voce del giornalista Mario Ferretti che compone un poemetto epico in diretta: “Un uomo solo è al comando; la sua maglia è bianco-celeste; il suo nome è Fausto Coppi”. Nello stesso anno Fausto centra l’accoppiata Giro-Tour, primo nella storia. Per i francesi è “Fostò”. Lo amano, pure se italiano, lo venerano per la sua classe ed eleganza. Ripeterà l’accoppiata nel 1952.

Nel ’53 arriva il titolo di Campione del Mondo su strada, conquistato a Lugano. Nel giugno di quell’anno la relazione extraconiugale tra Fausto Coppi e Giulia Occhini, La Dama Bianca, suscita un grave scandalo nel Paese. I due sono perseguiti per adulterio: condannato a due mesi di reclusione lui, a tre mesi lei.

Muore il 2 gennaio del 1960 di malaria, contratta durante una battuta di caccia in Burkina Faso (all’epoca Alto Volta). In Italia è curato per un’influenza stagionale.

Con Coppi se ne va l’iniziatore di una nuova era del ciclismo professionistico. La natura ha dotato l’Airone di Castellania (Al) di un fisico eccezionale. Nato per la bicicletta. La sua capacità polmonare è di 6,5 litri, le pulsazioni del cuore a riposo sono 44 al minuto. Agile in bici, ma anche molto fragile. Asseconda le sue doti atletiche prestando un’attenzione maniacale alla dieta e ai metodi di allenamento. A questo proposito c’è un aneddoto che ci restituisce l’immagine del passaggio generazionale dal ciclismo eroico dell’anteguerra, impersonato da Gino Bartali, alla sua evoluzione, assistita dalla scienza medica, incarnata da Coppi.

Alla prima partecipazione al Giro d’Italia, Fausto Coppi ha vent’anni. Il peso della maglia rosa è troppo anche per un talento come il suo. Sulle Dolomiti una pessima giornata quasi lo costringe al ritiro, quando Bartali si accorge della crisi. E’ la tappa che da Pieve di Cadore conduce ad Ortisei: Bartali vuole vincere, Coppi lo segue. Sul Pordoi Fausto va in crisi, è una cotta tremenda. Ginettaccio se ne accorge e lo aspetta. Lo incoraggia, ma niente. Fausto è sul punto di mettere il fatidico piede a terra, di lasciare la corsa. Allora Bartali scende dalla Bici prende una manata di neve da bordo strada e la passa sulla fronte di Coppi, anche sotto la maglia. Il campione alessandrino reagisce alle urla di Bartali: “Coppi, sei un acquaiolo! Ricordatelo! Solo un acquaiolo!”. Bartali intende dire che uno che non beve vino, anche prima di una gara, è un uomo di scarso valore. Altro che dieta.

Queste righe sono un timido tributo a Fausto Coppi nel cinquantesimo anniversario della morte; il tempo e lo spazio che impiegano, un modesto riguardo alla memoria di un grande italiano. Di una grandezza che non si apprende dagli almanacchi sportivi.

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2 commenti on “Coppi, negli almanacchi non si trova la sua grandezza”

  1. Francesca ha detto:

    Bellissimo pezzo Antò, ho solo una domanda: ai tempi il doping c’era? E soprattutto…l’antidoping?
    Ciaoooooooooooo

  2. Antonio De Rose ha detto:

    Grazie per il complimento.

    Il doping c’era eccome. Si chiamava β-fenilisopropolamina, meglio conosciuta come anfetamina (o amfetamina). C’erano anche la cocaina, la stricnina, la ketamina, il cloroformio. L’antidoping no.

    Saluti.


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