Quella di Rosarno è una guerra tra poveri

A Rosarno la furiosa protesta degli extracomunitari, dopo il ferimento di due di loro, ha scatenato la risposta di alcuni cittadini che, armi in mano, hanno intrapreso una vera e propria caccia all’uomo. Nero. Il procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria, Nicola Gratteri, si dice sicuro che dietro i fatti di Rosarno c’è la regia della ‘Ndrangheta. Ma oltre allo svolgimento di rapporti che, ahimè, sono costitutivi della comunità, della società e della politica nel Sud d’Italia, c’è dell’altro. E c’è di nuovo.

La pulizia etnica. Le cosche soffiano sul fuoco del razzismo che non credevamo ci appartenesse. La presenza di una minoranza come quella di colore in un contesto impreparato a riceverla si è risolta in un’alterazione del contrasto nell’immagine “accogliente” della Calabria: sparisce il grigio intermedio della tolleranza; il bianco prende il sopravvento sul nero. Altro che integrazione. In Gran Bretagna, Francia e Germania la mediazione tra la maggioranza e le minoranze etniche concerne i sistemi culturali. Le differenze di costume e religione sono particolarmente sensibili: ne va della sicurezza globale vista l’escalation del terrore che si registra nell’ultimo decennio.

Nel nostro Paese il problema sembra essere ancora la razza in senso stretto, in particolare il colore della pelle. Un comitato spontaneo di cittadini è sceso in piazza per dimostrare contro l’immagine xenofoba di Rosarno. “Vent’anni di convivenza non sono razzismo”, sostengono i volenterosi della Piana che hanno preso le distanze dalla cieca reazione dei loro concittadini. Tutto ciò è ammirevole. Ma io non chiamo convivenza la ghettizzazione di decine di migliaia di persone, la loro concentrazione in capannoni di aree industriali dismesse o mai entrate in funzione. Come animali, sono costretti a lavorare per 18 euro al giorno in nero, a vivere in condizioni disumane, magari entro il limite che induce questi disgraziati a lasciare i paesi d’origine, ma pur sempre intollerabili.

La storia ci insegna che durante le crisi economiche e sociali l’ansia collettiva è scaricata sulle minoranze. Negli anni Trenta il partito nazista accreditò l’idea che responsabili dei crolli borsistici fossero finanazieri ebrei. Sappiamo come andò a finire. Lo scrittore Tahar Ben Jelloun, magrebino molto noto in Francia per i suoi scritti sul razzismo, alla fine dello scorso anno ammoniva: “Temo che questa crisi economica e finanziaria abbia conseguenze sulla società europea. Produrrà maggiore disoccupazione, e per questo la gente cercherà un capro espiatorio, ed è possibile che lo trovi negli stranieri“. Dunque quella di Rosarno è una battaglia combattuta nell’ambito di una epocale guerra tra poveri. Vecchi e nuovi.

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2 commenti on “Quella di Rosarno è una guerra tra poveri”

  1. Rossana ha detto:

    E’ proprio vero che vivere, ignorando il ghetto dove sono confinate le minoranze non ha niente a che fare con l’integrazione. Fino a quando non riusciremo a vedere nel diverso da noi, per storia, cultura, lingua, religione, noi stessi, cioè riconoscere e rispettare l’umanità reciproca, sarà difficile superare il razzismo che in periodi di crisi acuisce la ricerca di un capro espiatorio. E’ follia pensare che lo straniero deve annullare la propria identità per poter “integrarsi” nella nostra società

  2. […] Vai alla fonte Condividi questo post: […]


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