La Grecia, il rischio contagio e il feticismo dell’Euro

110 miliardi di Euro in tre anni. È l’ammontare del piano di sostegno finanziaro alla Grecia, sull’orlo della bancarotta, da parte dell’Unione Europea e del Fondo Monetario Internazionale.

La decisione, per parte europea, è stata presa all’unanimità dai ministri dell’economia degli stati aderenti all’Ue. Presto sarà convalidata dal Consiglio europeo, formato dai capi di stato e di governo dei paesi membri dell’Unione.

La Grecia si è impegnata a risanare il bilancio riducendo stipendi pubblici e pensioni. Sarà più facile licenziare. Si andrà a riposo più tardi e alla stessa età per uomini e donne. Aumenteranno le accise e il prelievo fiscale sui generi di lusso. Il ministro delle Finanze, George Papacostantinou ha detto:

siamo un Paese che si assume le sue responsabilità. E rimborseremo tutto, fino all’ultimo euro.

Speriamo. Ma è ragionevole pensare che il default della Grecia sia solo rimandato e temere per la stabilità dell’intera eurozona. La Grecia si è indebitata a tassi d’interesse doppi (5/6%) rispetto a Spagna e Portogallo, che potrebbero subire gli effetti perversi di una nuova ondata speculativa. Tra i paesi più indebitati dell’area Euro ci siamo anche noi, ma con i conti sotto controllo (pare) e la fiducia dei mercati (per ora). Atene ha fatto esplodere il suo debito colpevolmente. Se l’Europa fosse una cosa seria, a questo punto i greci sarebbero fuori dall’unione monetaria. Invece.

Salvare la Grecia, prevenire o limitare il contagio della crisi ad altri paesi, conviene a tutti, ma il rischio è particolarmente sentito lungo l’asse franco-tedesca. La Germania ha evitato già una volta il fallimento alle sue banche diventandone azionista: Hypo Real Estate, Postbank e Deustche Bank dentengono 14 miliardi di euro in titoli di debito pubblico greco. La Francia è esposta per il 30% del suo pil (più di 500 miliardi di Euro) verso Grecia, Spagna, Portogallo e Italia.

Il problema dell’Europa è che ha unificato la moneta senza consolidare l’economia del continente. Sul Corriere della Sera di venerdì 29 maggio, Francesco Giavazzi scrive:

L’epilogo della crisi greca ha rotto un tabù, l’illusione che nell’Unione monetaria tutti i debiti fossero uguali, i titoli tedeschi e finlandesi identici a quelli greci e portoghesi. Non era colpa della miopia dei mercati, semplicemente del fatto che il maggior acquirente di titoli pubblici europei, la Bce, non ha mai distinto fra i titoli dei diversi Paesi. Così facendo ha illuso gli investitori che, se mai ci fosse stato un problema, qualcuno sarebbe intervenuto. Spezzato l’incantesimo, gli investitori hanno aperto gli occhi.

Questa nuova fase della crisi finanziaria globale 2007-2010 ha messo in luce la debolezza del processo d’integrazione europea. Che ha presentato, e presenta, indubbi vantaggi ma, come osservano gli studiosi Angelo Baglioni e Rony Hamaui su Lavoce.info, comporta anche notevoli costi. Come loro ritengo che non si debba tornare indietro:

meglio andare avanti fino a quando l’Europa sarà un vero stato federale. Solo allora si potrà considerare la Grecia alla stregua di Los Angeles, che non ha banche né depositanti da salvare, ma solo un bilancio da sanare.

Ma uno stato federale è quanto di più lontano dall’attuale costruzione europea, che risponde ad una logica spuria. Le ragioni che ispirarono la comunità economica del secondo dopoguerra esigerebbero ben altra reciprocità tra gli stati dell’Ue a questo punto del processo d’integrazione. Invece permangono differenze strutturali tra i membri dell’Unione che minacciano di ridurre la moneta unica ad un feticcio, l’europeismo ad una forma di religiosità primitiva, mentre conserva intatto il suo valore. È ora di rilanciarlo.

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