La beffa delle missioni di pace

Le salme dei caduti in Afghanistan, il sergente Massimiliano Ramadù e il caporalmaggiore Luigi Pascazio, hanno ricevuto, al loro rientro in Italia, l’omaggio del Capo dello Stato, gli onori di una rappresentanza di tutte le forze armate e la benedizione dell’ordinario militare. Ad attenderli c’era il dolore dei familiari, la commozione generale e una questione aperta. Con Ramadù e Pascazio fanno 24 italiani morti ammazzati dal 2004 nel paese degli afghani: perchè? Che ci facciamo ancora?

L’antefatto
Gli angloamericani, offesi dagli attentati dell’11 settembre 2001 al World Trade Center di New York e al Pentagono, hanno rivoltato il regime dei taliban sotto la cui protezione, tra il 1996 e il 2001, Osama Bin Laden addestrava i terroristi di una rete internazionale. al-Qāʿida, l’impresa jihadista di Bin Laden, persegue il fine della creazione di un nuovo califfato contro l’influenza occidentale sul mondo islamico, in particolare sul medioriente. Perciò non esita ad uccidere persone innocenti spargendo il terrore in quella parte di mondo, l’Occidente, che impedisce la comunione dei credenti nell’Islam, l’unificazione della ummah mussulmana.

L’Isaf
Una forza internazionale che impiega militari provenienti da circa quaranta paesi è stata costituita su mandato dell’ONU con l’incarico della sicurezza in Afghanistan, continuamente minacciata da Talebani, che controllano le province di sudest al confine con il Pakistan, militanti di al-Qā ʿida e gruppi mercenari. L’Italia fa parte dell’Isaf (International Security Assistance Force) con 2.795 unità.

Una guerra
L’intervento in Afghanistan s’inquadra nella Guerra al terrorismo lanciata da Geroge W. Bush dopo gli attentati dell’11 settembre. Non una guerra tradizionale, ma pur sempre una guerra. Totale, con morti e feriti tra militari e civili. Dunque Ramadù e Pascazio sono caduti in una guerra. Eppure, in Italia, ci ostiniamo a chiamarla in un altro modo. La retorica di molti ‘interventisti’ è insopportabile. Parlare di ‘missione di pace’ non ha senso. Peacekeeping, peaceenforcing, etc., sono definizioni operative che non mutano la sostanza delle cose: in Afghanistan c’è una guerra e noi, tra gli altri, siamo lì per combatterla. Ramadù e Pascazio erano due professionisti qualificati per stabilizzare l’ordinamento della Repubblica Islamica dell’Afghanistan nell’interesse (presunto) del nostro Paese. Gli italiani costruiscono infrastrutture d’ogni genere, riforniscono di viveri e medicinali la popolazione locale, scherzano coi bambini afghani. Ma lo fanno sempre con il proiettile in canna. Consapevoli del rischio che corrono per controllare un territorio che i Talebani intendono riconquistare. La guerra non è ancora vinta.

Un costume italiano
Quando un soldato americano perde la vita non c’è la diretta televisiva dei funerali. La famiglia riceve la visita discreta di una berlina con a bordo due graduati che assolvono l’ingrato compito di informare i parenti. Ad Aprile è uscito su questo tema un film di Oren Moverman, Oltre Le Regole – The Messenger. I protagonisti sono uomini in divisa del Casualty Notification Office che si recano presso le famiglie prima che vengano raggiunte da giornali e televisioni. La sobrietà degli Usa riflette un dato della cultura anglosassone, quella privacy che non consente alcuna strumentalizzazione politica del caduto in combattimento il quale, a torto o a ragione, ha onorato il suo paese: ‘right or wrong is my country’.

Il costume italiano è un altro. La morte di un soldato è un evento clamoroso. Lo strazio dei familiari, ripreso dai media, è offerto al pubblico stupore come qualcosa di straordinario: e gli operai che muoiono tutti i giorni sul lavoro? La Rai ha catturato l’audio della madre di Pascazio, inconsolabile, dall’abitazione pugliese del caporale presidiata da poliziotti, carabinieri e militari dell’esercito. Un opportunismo un po’ becero elabora la morte pubblicamente, mediaticamente, a fini politici. Si fa così nei regimi autoritari.

Ci dimentichiamo che la morte violenta fa parte del mestiere di soldato. Chi si arruola lo sa bene. Chiamare ‘missione di pace’ un’operazione militare è un’ipocrisa che insulta la dignità e professionalità di chi lavora nelle FF.AA. e deforma la percezione della nostra presenza all’estero presso l’opinione dei cittadini.

‘Vittima di guerra in una missione di pace’ è un paradosso che nessuno dovrà mai spiegare ai familiari di un marine degli Stati Uniti morto in azione, mentre da noi si fa beffe ancora di troppa gente.

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