Dalle intercettazioni alla Costituzione economica, il modello è Deng Xiaoping

Berlusconi ha raccontato all’assemblea di Confcommercio che il governo ha disegnato la legge sulle intercettazioni in quattro mesi ma:

l’iter si è rivelato lunghissimo. Ora si parla di metterlo in calendario per il mese di settembre, poi bisognerà vedere se il Capo dello Stato lo firmerà e poi, quando uscirà, ai pm della sinistra non piacerà e si appelleranno alla Corte costituzionale che, secondo quanto mi dicono, la boccerà.

Il Cavaliere fa una caricatura dello stato costituzionale di diritto esagerandone due aspetti fondamentali: la rigidità della Carta e il controllo di legittimità costituzionale. Sono garanzie contro gli abusi del legislatore, ma il presidente del Consiglio ci rappresenta l’equilibrio dei poteri sbilanciato a favore della giurisdizione. Il parlamento e gli organi d’informazione sono, con le dovute eccezioni, senza più dignità. Non ci restano che i giudici a tutela dei diritti sanciti dalla norma fondamentale della Repubblica. E se, approvata una legge come quella sulle intercettazioni, il controllo di costituzionalità risultasse vano. Ce lo immaginiamo?

Lo feci una volta, all’università, durante il corso di filosofia politica tenuto dalla professoressa Anna Jellamo, che ricordo caramente. La domanda su che fare dopo che tutte le vie della partecipazione politica sono percorse inutilmete, mi fu posta anche all’esame. Ci ripenso in questo periodo fosco. Mi aiuta, da ultimo ma non ultimo, l’articolo di Nadia Urbinati apparso sabato 12 giugno su la Repubblica, Disobbedire, per la democrazia. Urbinati ripropone il tema della disobbedienza civile come forma di lotta politica. Da attuare come estrema ratio per la ‘denuncia della situazione di incostituzionalità nella quale si trova a operare la maggioranza con la sua smania dispotica di liberarsi dalle regole’. Quelle poste a garanzia del diritto d’informazione, certo. Ma non solo. Nel mirino del governo ci sono gli articoli 41 e 118 della Costituzione.

Vogliamo arrivare a un nuovo sistema in cui non si debbano chiedere più permessi, autorizzazioni, concessioni o licenze. Silvio Berlusconi, 9 giungo 2010

La costituzione economica del nostro Paese è fondata sul principio della libertà d’intrapresa. Ma questa non può mai porsi in contrasto con la sicurezza e la dignità dell’uomo. Perciò i permessi, le autorizzazioni, le concessioni, le licenze. Snellire le procedure per l’avvio di un’impresa è giusto. Ma per farlo non c’è alcun bisongo di riformare la Costituzione. Il 118, poi, è stato modificato nel 2001 sul presupposto che le funzioni amministrative si svolgessero vicino agli utenti dei servizi pubblici e per iniziativa degli stessi cittadini. Si vuole forse sostenere, per tornare indietro, che la sussidiarietà è d’ostacolo alle libertà economiche? Cosa intende davvero il governo? La deregolazione dei rapporti economici, sembrerebbe. Ma il modello non è Regan, nè la Tatcher. Se non c’è stato costituzionale è più Deng Xiaoping.

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