La necessità dell’indignazione

17.07.2010 © Il Quotidiano della Calabria, pag. 21

L’indignazione è uno stato d’animo. Qualcosa che, psicologicamente parlando, sta a metà tra l’emozione e il sentimento. Non è brevissima e istantanea come la prima, né duratura nel tempo e lenta a maturare come il secondo. Di solito, se ci indigniamo è perché capita un evento che riteniamo contrario alla nostra morale. Che lede la dignità della persona. Che va contro quei principi etici che, in teoria, sposiamo nelle azioni che compiamo ogni giorno. A quel punto sentiamo qualcosa che ci scatta “dentro”. Nella nostra interiorità. Un mormorio, una sorta di voce della coscienza, un misto di passione e razionalità che dovrebbe condurci a dire “non ci sto”. Non ci sto ad accettare passivamente quello che sta accadendo. Non voglio essere complice della situazione. Non ho intenzione di lasciare che l’evento in questione passi sotto silenzio. L’indignazione come la precondizione dell’azione: quando mi indigno, dovrei manifestare pubblicamente la mia contrarietà. Dire no. Porre un veto. Agire. Da spettatore divenire attore. Come ha scritto Gabriella Turnaturi: «Chi s’indigna di fronte alla lesione della dignità altrui, s’indigna perché sente lesa innanzitutto la propria dignità e perché vuole affermare un vivere secondo ragione. Dove ragione non è l’ordine razionale, ma la ragione, il perché dell’esistere».

Ecco, mi sembra che oggi, in questa postmodernità in cui siamo costretti a navigare, siamo sempre meno capaci di indignarci pubblicamente. E le occasioni per farlo, a mio avviso, non mancherebbero di certo, vivendo in una delle regioni più sgangherate d’Europa. Esempi? Ogni lettore può farne mille, è sufficiente pensare alla sua giornata tipo. Per restare sul “pubblico”, mi basti citare: questione mai risolta “nave dei veleni”; criticità inerenti a infrastrutture e trasporti; dinamiche clientelari a “regolare” la quasi totalità del mercato del lavoro; il guano in cui versa gran parte della sanità; la ‘ndrangheta, quotidiana e poco latente. E potrei continuare, come ogni calabrese sa bene. Nel corso dei miei viaggi accademici ho sempre mantenuto (grazie ad amici e a risorse mediatiche), una finestrella aperta su ciò che avveniva in Calabria, la mia terra d’origine. E mi sono arrovellato il cervello quando non leggevo (fatte pochissime eccezioni) di pubblici atteggiamenti di indignazione di fronte a eventi a mio parere inaccettabili (ne cito uno che mi è rimasto impresso a caratteri infuocati nella mente: come può una ragazzina morire per una anestesia sbagliata?). Bene, vorrei precisare che non c’è niente di naturale nello svolgersi degli eventi sopracitati. Sono sempre e comunque una “costruzione sociale”. Ossia, siamo noi individui che, vivendo e agendo in questa società, facciamo sì che tali eventi accadano.

Il punto è che l’indignazione – oggi più che mai – potrebbe essere il grimaldello che ci spinge a (re)agire e a modificare uno stato di cose che troppo spesso sento definire immutabile. Quante volte ho ascoltato (e continuo ad ascoltare) questa frase: «Cosa ci vuoi fare? Siamo in Calabria…». Me ne rendo conto: è facile e comodo adeguarsi allo status-quo veicolato dalla nostra società di appartenenza. E per due motivi principali: perché è comodo dare il mondo per scontato e vivere secondo un atteggiamento di senso comune (e quindi comportarci come gli “altri”); e inoltre perché, attuando comportamenti contrari a quelli della maggior parte della società, correremmo il rischio di essere etichettati come “strani”. Be’, di fronte a eventi sociali come quelli elencati, io voglio indignarmi. Perché è in mio potere farlo. Perché è una mia scelta. Perché la avverto come una necessità. Perché lo ritengo moralmente doveroso e giusto. Ed è inevitabile scegliere tra ciò che è giusto e ciò che facile. Falcone e Borsellino (del quale lunedì prossimo ricorrono 18 anni dalla strage di via d’Amelio), ce lo insegnavano ogni giorno. Con le azioni, le parole ed i sorrisi. Sì, tanti sorrisi, nonostante la loro necessaria “cattività” quotidiana. Omologarsi allo status quo, accettare passivamente la società in cui ci si trova, imitare la massa (e massa diventare, come insegnava già nell’800 uno dei primi sociologi, Gabriel Tarde) significa non vivere. Siamo noi gli artefici del nostro destino. Come tali, siamo noi i primi ad avere il diritto-dovere di indignarci. E a manifestare pubblicamente questa indignazione.

Massimo Cerulo
Docente di “Etnografia e ricerca sociale”
Università della Calabria

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