Marchionne fa bene il suo mestiere, il Pd spoliticizza il lavoro

Di tutte le analisi e i commenti apparsi in questi giorni sulla stampa a proposito di Fiat la più suggestiva è quella di Mario Deaglio, proprio sul quotidiano di famiglia. L’economista sintetizza così la discontinuità voluta dall’amministratore delegato Sergio Marchionne nelle relazioni industriali italiane: “il mercato al posto della politica“. La casa torinese, tradizionalmente garantita dalle istituzioni pubbliche, spiegherebbe le vele verso il mare aperto della competizione internazionale. Senza aiuti, forte di accordi sindacali che limitando i diritti dei lavoratori aumenterebbero la produttività aziendale, la competitività dell’impresa. Un capitalismo italiano finalmente maturo si appresta dunque ad archiviare una storia segnata da dinamiche protezionistiche o, come osserva il professor Giulio Sapelli sul Riformista, addirittura “latifondistiche”. Rispetto Marchionne. Il quale fa molto bene il suo mestiere di manager. Dal punto di vista economico e finanziario è certo che assistiamo ad una modernizzazione nei rapporti tra impresa privata e potere pubblico, con la prima che non è più disposta a svolgere un ruolo ancillare nei confronti del secondo. Ma se guardo alla tendenza di questo mutamento sono preoccupato dal determinarsi di un nuovo pericoloso squilibrio. Questa volta a favore della grande impresa che rivendica il diritto di investire dove le condizioni sono più vantaggiose per il capitale e meno per il lavoro. La politica nazionale non è più capace di indirizzare a fini sociali la produzione: ha le mani legate dal trattato dell’Unione europea, le manca la sovranità. I sindacati, quelli meno rappresentativi, hanno iniziato un pericoloso gioco al ribasso nei confronti dei datori di lavoro per affermare il loro primato nella rappresentanza degli interessi dei lavoratori: vedi l’esclusione dei sindacati non firmatari degli accordi dalla formazione delle RSU. La sinistra parlamentare non esprime più le ansie di coloro che vivono del proprio lavoro. Il Partito democratico guarda dalla nascita al modello americano, i suoi dirigenti non fanno che appiattirsi sulle istituzioni politiche, economiche e sociali degli Usa: perciò come possono cogliere l’arretramento dei diritti e delle tutele dei lavoratori ai tempi del sindacalismo corporativo? Il Pd sembra essere tornato quello di Veltroni: vorrebbe competere con il centrodestra spoliticizzando una questione come il lavoro.

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