Sulla fine del nucleare e la distorsione democratica

Venticinque anni fa la tragedia di Chernobyl. Il dato ufficiale dei decessi causati direttamente dallo scoppio del reattore numero 4 della centrale ucraina è 65. Su quelli presunti, in parte avvenuti, in parte da venire per tumori e leucemie da radiazioni, ci si divide. Le Nazioni Unite dicono 4 mila in 80 anni dall’incidente. Greenpeace fino a 6 milioni in 70 anni su scala planetaria. I Verdi Europei stimano tra 30 mila e 60 mila morti “presunti”. C’è un altro dato, meno contestato ma, se possibile, ancora più agghiacciante. 336 mila persone evacuate: 116 mila subito; 220 mila negli anni successivi (1). Fu una vera e propria deportazione. Mentre studi epidemiologici rivelano un aumento esponenziale di ammalati tra i soccorritori e la popolazione in età 0-18 anni al 1986, ancora poco sappiamo dei cosiddetti “liquidatori”. In 600 mila, tra militari e civili dell’allora URSS, lavorarono alla bonifica della area disastrata. La metà si adoperò in un raggio inferiore a 30 km dalla centrale ricevendo dosi di radiazioni che definire critiche per la salute è un eufemismo. Un libro di prossima pubblicazione (2) mette in relazione Chernobyl con l’incidenza dei tumori tiroidei tra i giovani. Per effetto di una “marcatura del genoma” in Italia, come in altri paesi dell’Europa occidentale, i nuovi nati sconterebbero una contaminazione che viene da lontano, “transgenerazionale”. Fossero i 4000 nelle previsioni del Chernobyl Forum, le vittime sarebbero comunque troppe. Da quell’evento, allora il più tragico nella storia dell’industria dell’atomo dal suo lancio, dovremmo aver appreso una fondamentale lezione. Le conseguenze negative di un incidente atomico sono di gran lunga superiori ai benefici che ci derivano dall’utilizzo della tecnologia nucleare per la produzione di energia. Invece, dopo un quarto di secolo, commentiamo Fukushima. L’esigenza di rivedere le politiche energetiche dovrebbe essere evidente in quei paesi che più hanno puntato sul nucleare per soddisfare il proprio fabbisogno energetico e sono esposti maggiormente al pericolo. Ma niente. Non ci si pone il problema della sostenibilità dello sviluppo. Inseguiamo la crescita ad ogni costo. Ecco un fondamentale discrimine tra destra e sinistra. Recuperiamolo partecipando alla campagna referendaria per il “Sì” all’abrogazione della norma che prevede la “realizzazione nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia nucleare”.

Ammesso che possiamo ancora votare. Con l’emendamento al ddl omnibus, già approvato dal Senato, il governo intende abrogare le norme oggetto del quesito referendario per impedire che gli elettori si esprimano su questo e sugli altri quesiti, ma conferma l’indirizzo politico che non esclude affatto dalla strategia energetica nazionale il ricorso alle centrali nucleari. Come spiega il professor Rodotà su Repubblica (3), non andando l’emendamento nella direzione dei promotori, la Corte di Cassazione potrebbe decidere addirittura di trasferire il referendum sulla nuova legge. In questo caso però si porrebbe una questione davanti alla Corte Costituzionale. La quale dovrebbe risolvere un paradosso. Gli elettori, infatti, potrebbero votare l’abrogazione della nuova legge facendo ritornare in vigore quella precedente. Il gioco democratico è sempre più distorto.

1) http://www.unscear.org/docs/reports/annexj.pdf
2) Baracca Angelo, Ferrari Ruffino Giorgio, Scram. Ovvero la fine del nucleare, con contributi di E. Burgio e M. Schneider, Jaca Book, Milano, 2011, pp. 414, Euro 34.
3) http://www.repubblica.it/ambiente/2011/04/27/news/rodot_referendum-15422031/

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