Il Pd ai giovani alieni

di Massimo Cerulo*

Viene da chiedersi come sia possibile. Come possa accadere che i vertici nazionali del PD siano così spesso miopi di fronte al tesoro cui potrebbero attingere. Nel loro partito esistono giacimenti di competenza giovanile che attendono soltanto di essere setacciati e portati alla luce. Ragazzi con entusiasmo, passione politica (à la Weber), cultura e serietà che non vedono l’ora di essere protagonisti attivi della società di cui fanno parte. Di impegnarsi per un’Italia più moderna, democratica, solidale, innovativa.

In questi giorni ho avuto la possibilità di conoscere diversi giovani di siffatto stampo. Andando in giro per la Campania, la Calabria e la Sicilia per la presentazione del libro “Emozioni primarie” (un diario etnografico sulla crisi del PD) mi sono imbattuto nelle loro riflessioni, ho auspicato le loro domande, ho apprezzato la loro capacità analitica, mi sono rasserenato percependo il loro capitale culturale. L’attenzione e l’entusiasmo con cui hanno criticamente discusso sull’attuale crisi del Partito Democratico hanno disegnato sorrisi sui miei volti e generato fuochi di speranza nella mia coscienza. Ho incontrato, dialogato e interagito con “giovani democratici” che dimostrano di avere idee chiare e voglia di metterle in atto sul loro territorio di appartenenza (e non solo). Ragazzi come Antonio De Rose a Cosenza o Piero David a Messina (per citarne soltanto due) che, pur riconoscendo l’importanza e la necessità del Partito Democratico, sentono che è obbligatorio un cambio di marcia, uno svecchiamento della classe dirigente, un’apertura consistente al dialogo con i cittadini nelle sue diverse forme spaziali (faccia a faccia e attraverso i sociali network). D’altronde, che le recenti tornate elettorali amministrative e i referendum rappresentino un evento alquanto significativo nella storia politica italiana è già un dato di fatto: altissima partecipazione “dal basso”, coinvolgimento emozionale sui temi della campagna elettorale da parte di differenti strati della popolazione, utilizzo dei social network in termini di informazione e propaganda come mai prima d’ora, partiti di massa spazzati via dall’allegria, dall’informalità e dall’incidente sostanziosità dei movimenti. E tuttavia è auspicabile che i dirigenti del PD prendano atto di tale svolta epocale e agiscano di conseguenza.

Se acuiamo lo sguardo sul territorio calabrese, è possibile scorgere una situazione ambivalente, permeata da luci (poche) e ombre (molte). Certo, gli esempi di Scalzo e Canale rappresentano il fiore all’occhiello di quello che potrebbe diventare un PD nuovo di zecca. Un altro partito. Ragazzi preparati e competenti, che hanno sudato sui libri e girato il mondo, cosmopoliti e poliglotti, capaci di conquistare menti e preferenze grazie a un’armonia di parole e atteggiamenti. Di ragionamenti e sorrisi. E pur tuttavia, Scalzo e Canale rappresentano soltanto la punta di un iceberg, il quale fatica a emergere dall’abisso. Il PD calabrese, quello che occupa posizioni di potere, continua a essere in mano ai “soliti noti”, gente che fa politica da lustri e che sembra non accorgersi di quanto il vento stia cambiando. Gente che appare giovarsi di faide e dissapori interni (l’esempio cosentino del tutti contro tutti è emblematico in tal senso). Gente che sembra immortale nel suo volontario isolamento all’interno di un mondo dato per scontato. Eppure, grazie alla rivoluzione copernicana trasportata dal tandem amministrative-referendum, mi sembra evidente che anche questi signori si trovino a un punto di svolta. Costretti a fare i conti con una necessaria revisione generale, pena la (loro) sopravvivenza del partito stesso. Come scrive puntualmente il direttore Paolo Pollichieni nel numero precedente del Corriere, il PD calabrese si trova «alle prese con la necessità di ripulire casa e riaprire le porte alla gente». Ossia svecchiare e creare partecipazione. Come fare? Lasciandosi alle spalle l’invadente autoreferenzialità, ombra e armatura del politico di professione, e prestando orecchio alla gente comune, alle associazioni, ai movimenti, a tutti quelli che hanno qualcosa da dire. Significa, in altri termini, favorire l’emersione di quella sfera pubblica di habermasiana memoria, intesa come spazio di confronto e discussione in cui cittadini e politici si confrontano liberamente e razionalmente su temi di interesse collettivo. Dialogare insieme al fine di decidere insieme. Senza presunzione né barriere. Eh sì, perché anche nel nostro bistrattato Mezzogiorno la sfera pubblica continua a esistere. E i “giovani democratici” che si impegnano quotidianamente in politica (ma che di essa non vivono) ne sono, forse, la dimostrazione più evidente. Questi giovani politici (che agli occhi dei “vecchi” devono sembrare alieni) che non ne vogliono più sapere di beceri clientelismi o del precariato perenne. Che concepiscono la partecipazione dialogica come mezzo principale di confronto. Che abitano internet e i social network come una sorta di seconda pelle.

Questi giovani politici (democratici, riformisti, rivoluzionari, ecologisti, ecc.) ci danno prova che anche l’ambiente del centrosinistra meridionale è poroso, riflessivo e agente. Che sono tantissimi gli under quaranta di quell’ambito che pensano a un «nuovo meridionalismo» (mutuando l’espressione coniata da Lucio Iaccarino su Repubblica). Che se il centrosinistra in Italia si trova all’anno zero, i ragazzi del Sud hanno sostanza e idee per guidarlo negli anni a venire. Basta soltanto fidarsi di loro.

(*) il commento del sociologo appare sul n.2 del Corriere della Calabria, settimanale di cronaca, politica, cultura, spettacoli, sport diretto da Paolo Pollichieni. Arancia Rossa [org] saluta l’iniziativa di Sviluppo Editoriale Calabria S.r.l. A tutta la redazione va l’augurio di buon lavoro.

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