Rifare l’Italia, Orfini, le parole che non gli ho detto

Venerdì 24 Febbraio Matteo Orfini ha concluso l’iniziativa di Rifare l’Italia a Cosenza. Avrei voluto sollecitarlo su un paio di temi ma chi teneva la scaletta degli interventi, molto democraticamente, non me lo ha permesso. Ringrazio Giovanni Caporale per la sua intercessione. Non è bastata.

***

Un paradosso vuole che si parli di rinnovare il Pd dopo appena cinque anni di vita. Ma tant’è. Sarà bene che non ripetiamo gli errori del passato. Sono testimone di un’esperienza che non è mia solamente. È quella di tanti, più o meno giovani, che hanno iniziato a militare nel Pd senza precedenti. È stata la nostra prima tessera. Abbiamo considerato l’adesione al Partito democratico un’opportunità imperdibile per contribuire alla (ri)organizzazione politica del Paese in generale, del mezzogiorno in particolare. Ma ad alcune condizioni. Che fosse un partito. Non un cartello elettorale. Un’organizzazione di persone dedicate, da identificare con esso a partire dalle idee, dalla visione di stato e società che dovrebbe accomunare i suoi iscritti. Che fosse ben radicato nei territori, magari a partire dalle sezioni dei vecchi partiti, ma senza dazi da pagare alle loro burocrazie. Perché una delle ragioni fondamentali del nostro impegno è proprio l’avvicendamento del ceto politico locale che, con autorevolissime eccezioni, svolge un’attività di tipo clientelare per assicurarsi la continuità nelle istituzioni di governo e rappresentative della regione. Non uno svecchiamento fine a se stesso dunque, non siamo “rottamatori”. Il Pd a Cosenza si regge su notabili sempre con la valigia pronta; che oggi ci sono, domani chissà. È difficile persino tenere la contabilità dei passaggi da uno schieramento all’altro. Chi dirige il partito in questa provincia non si spende per fidelizzare gli elettori alla sua organizzazione, piuttosto a se stesso. Non sprechiamo il commissariamento. È una misura drastica, ma ancora necessaria per dare un’agibilità democratica al Pd, per esigere la lealtà del suo personale, per fare politica, che è molto più di una campagna elettorale. Il governo Monti pone un problema tutto politico, che investe l’identità stessa del Pd. Il presidente del Consiglio deriva la sua ricetta per la crescita della nostra economia da una ideologia che non ci appartiene, è determinato a rompere la coesione sociale mettendo una distanza enorme tra il suo indirizzo e i principi che ispirano il nostro partito e la stessa costituzione economica della Repubblica. L’austerità di Monti è quella che ipoteca il futuro della Grecia. In Europa i socialisti si oppongono. Noi cosa aspettiamo? Ci rendiamo conto che il disagio sociale alimentato dalla crisi ha bisogno di essere rappresentato? Oppure la linea è quella di Veltroni?

Annunci

7 commenti on “Rifare l’Italia, Orfini, le parole che non gli ho detto”

  1. Gaetano Miele ha detto:

    Semplicemente da ipotecare come unica strada percorribile per (ri)fondare un partito mai nato.
    Grazie Antonio!

  2. Andrea De Seta ha detto:

    Caro Antonio, i socialismi europei sono tutti in crisi teorico-pratica e/o da rifondare, a parte l’esperienza “nordica”, ove sono applicate politiche e logiche ispirate all’innovazione (leggi flexsecurity), quindi di certo non facilmente contrapponibili alle posizioni di alcuni esponenti del governo Monti. Il pd non è nato (nè possiamo auspicare lo faccia ora) per rifare -a ritroso- la socialdemocrazia, nè tantomeno un ipotetico partitino della sinistra italiana, concorrente con il parolaio della Puglia, tutto bandiere, ideologie, retoricche e burocrazie. Monti non è un libersita ma un difensore delle buone ragioni (ancora c’è ne sono) di un mercato, efficiente, regolato e competitivo. Condivido e sottoscrivo la parte iniziale sul pd locale e sulle sue miserie in …serie. Sulla linea di Veltroni, che pare agitare i tuoi sogni e quelli di una certa “sinistra” del pd, sommessamente ricordo che in condizioni disperate fece avere al pd il 32% dei voti. Un saluto

    • Antonio De Rose ha detto:

      non m’interessa fare a ritroso la socialdemocrazia. L’esatto contrario. Un mercato del lavoro senza articolo 18, ad esempio, è un mercato deregolato. La deregolazione è tipica del liberismo. Su Veltroni sono punti di vista. Per te fece avere al Pd il 32% dei voti, per me fu il principale artefice della sconfitta elettorale del centrosinistra. Saluti.

      • Andrea de seta ha detto:

        Nel nostro paese abbiamo visto all’opera solo uno statalismo senza confini, con tutte le sue degenerazioni, altro che liberismo; é tempo che soprattutto i giovani più avveduti e disintossicati dal virus delle ideologie, se ne rendano utilmente consapevoli

  3. antoniotursi ha detto:

    Ne liberista ne socialista. La discussione sull’art. 18 è strumentale. E’ la bandiera da attaccare per colpire ancora il mondo del lavoro (è questo non va, non può andare). Ma è anche la bandiera da agitare e difendere per un improponibile richiamo della foresta. La vecchia foresta non c’è più e non può essere riesumata (ha infatti compiuto – e bene – la sua funzione). Abbiamo bisogno di piantare alberi per una nuova foresta. Ecco cosa avrei detto a Orfini…

    • Giovanni ha detto:

      condivido quanto scritto dagli “antoni”, in particolare c’è da riflettere su quella che può essere la via della sinistra nel XXI secolo. di certo non può essere né l’economia pianificata né il liberismo senza solidarietà (categorie arruginite e fallite entrambe). Le riflessioni economiche e politiche degli ultimi anni ci stanno indicando una direzione ..che non è ancora un disegno preciso. Scrive Polany (la grande trasformazione) dove entrano i rapporti economici vengono meno i rapporti sociali. Gli economisti del 900 mi sembrano come quegli scienziati che misuran l’intelligenza solo sulla base delle capacità matematiche..perché più facilmente misurabili (ciò che è non capscono….non è scientifico), solo di recente è stato introdotto il concetto di “Intelligenza sociale” (capacità di intrattenere relazioni). Allo stesso modo gli economisti adorano il PIL perchè è un concetto quantitativo facilmente misurabile, ma che l’utilità di cosa produciamo e la funzionalità rispetto alla qualità della vita è qualcosa di così ovvio… che solo degli adoratori dei numeri non hanno potuto vederlo. Ci sono voluti Amartya Sen (e in misura minore Stigllitz) per iniziare ad avventurarsi nei meandri del “per cosa produciamo” e per rendersi conto che ciò che deve essere prodotto prima di ogni cosa è una rete di relazioni sociali. Consiglio la lettura de “Saggio sul dono” di Mauss che ci ricorda come lal trasformazione di un’economia basata su dono (in realtà uno scambio differito) fosse più complessa ed evoluta di quella basata sulla vendita e sula moneta, una semplificazione e tutto sommato un imbarbarimento (vabbé ho esagerato).
      p.s. prego

  4. Nicola Scirchio ha detto:

    Le apparenti diatribe liberismo-socialismo ed economia-solidarietà si collegano al problema reale delle alleanze politiche. Non vorrei uscire fuori tema, ma per quanto mi riguarda questo è un punto interrogativo che il PD non può permettersi.
    Ho apprezzato l’iniziativa di Obiettivo Sud e gli interventi dei relatori, ma una frase del Presidente Rosy Bindi mi ha lasciato un pò perplesso: “Casini deve decidere da che parte stare”…. Aspetta, cara Rosy, Casini sta lì e dal centro non si muove. Questa è una delle poche certezze che ha la politica italiana. Dovrebbe essere invece il PD che deve scegliersi una collocazione definitiva in Europa.
    Forse, come dice Andrea, il PD non è nato per rifare la socialdemocrazia nè per essere il partito della sinistra… però ha miseramente fallito, è nato morto, è stato solo un miscuglio senza identità. Meglio spaccare il partito e dargli finalmente una collocazione chiara per non rimanere in questo limbo. A mio avviso il PD deve aderire al PSE e diventare un partito socialdemocratico moderno e l’alleanza col “parolaio della Puglia” sarebbe una logica conseguenza. Per chi non ci sta l’UDC, l’API e se esiste ancora l’UDEUR sono lì che aspettano a braccia aperte.
    Ricordiamoci che “il liberismo è di sinistra” come dicono Alesina e Giavazzi.


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...