Influenza spagnola, lasciamo che ci contagi

Alla vigilia della finale di Kiev il pronostico era obbligato, dava gli spagnoli, campioni d’Europa e del Mondo in carica, favoriti. Il campo si è incaricato di verificare al di là di ogni ragionevole dubbio che loro sono più bravi, chiaro. Ma il bilancio della nostra Nazionale agli Europei è comunque positivo. S’intravvede il barlume di una squadra, di un progetto tecnico-tattico. Guardare con quest’ottica ad un evento che emotivamente ci coinvolge eccome attenua la delusione, addirittura la previene. È calda l’accoglienza del Paese al ritorno degli atleti azzurri, giustamente. Bisogna saper perdere, basta non abituarsi. Per vincere impariamo dalla Spagna. Gianni Mura su Repubblica: “Del Bosque può pescare in due grandi laghi (Madrid e Barcellona) e in un campionato dove i vivai sono seguiti nei fatti e non solo, come da noi, a parole. Prandelli s’appoggia sul blocco-Juve, e meno male che c’è, pescando gli altri da Udine a Napoli, da Firenze a Palermo, da Milano (che ha due squadre xenofile) a Roma”. Non dico che dobbiamo diventare d’un tratto xenofobi. Solo leviamoci i paraocchi. Il Barça vince un anno sì e uno no la Champions League con sette/otto undicesimi della cantera (in italiano: cava). Talenti che si ritrovano in nazionale a fare, né più né meno, quello che fanno nel club. Come il segreto di Pulcinella, tutti lo conoscono. Ma una specie di cortina separa ancora il nostro calcio dall’influenza spagnola. È ora di squarciare quel velo per favorire il contagio.

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