La regola dell’austerità

L’Italia si è obbligata nei confronti dell’Unione Europea al dimezzamento del proprio debito pubblico entro i prossimi venti anni. Dal 126 percento del PIL stimato per tutto il 2012 al 60 nel 2032. Tradotto in valuta corrente (non si sa ancora per quanto, ndr) fanno 45 miliardi di euro in meno all’anno, senza contare gli interessi che matureranno sulla spesa che ancora finanzieremo a debito. Un’enormità capace di ridicolizzare anche la terribile spending review, che riduce la spesa di soli, si fa per dire, 10 miliardi all’anno per tre anni (eppure fa male, perché si tratta di tagli lineari, non di una revisione della spesa disposta per migliorare l’efficienza e l’efficacia della pubblica amministrazione). L’austerità, da eccezione, va diventando regola. Il governo è determinato ad abbattere le acquisizioni dello stato sociale per restaurarne uno minimo, come se la crisi che sperimentiamo fosse scaturita cinque estati fa dall’intervento dello stato, dalla sua esuberanza, e non piuttosto dalla spregiudicatezza dei mercati tanto famigerati. Non ci vuole uno scienziato per ipotizzare gli effetti, perversi, di una politica tutta improntata al rigore per i prossimi due decenni. Siamo un paese a crescita zero o negativa, il denominatore del rapporto debito/pil di per se non aumenta, inchiodato dall’inefficienza della nostra economia. Allora il governo punta tutto sul numeratore, ma riducendolo a colpi d’ascia mette in crisi la propensione marginale al consumo delle famiglie determinando una riduzione dello stesso denominatore. Insomma ci stiamo scavando la fossa da soli. Ne sono consapevoli anche i partiti di centrodestra che, opportunisti, sostengono questo esecutivo dichiarando l’intenzione, una volta al governo, di proseguire nel solco tracciato da Mario Monti. Lo sa il Partito democratico, drammaticamente diviso tra chi guarda al centro disposto ad allearsi con i moderati nel 2013 e chi non ci pensa proprio. La prossima partita politica si gioca sull’uscita dell’Italia dalla crisi economica. Il Pd sarà alternativo al centrodestra, tornando ad esempio a concepire l’intervento diretto dello stato nell’economia per conseguire sviluppo economico e piena occupazione, o non sarà più.

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