La paura di offendere

What’s not civilised is to hold America responsible for everything that happens in its borders.

Int. a Salman Rushdie, Salman Rushdie: the fatwa, Islamic fundamentalism and Joseph Anton. The author on his new memoir and the blackest period of his life. The Guardian, Monday 17 September 2012 (Stuart Jeffries)

Bastano pochi frame di un film spazzatura a scatenare la protesta islamica in venti paesi del Mondo. Dal Nord Africa all’Oceania, dal “Londonistan” alla penisola arabica. A Bengasi, nel 2011 teatro della resistenza contro il dittatore libico Gheddafi, un attentato al consolato Usa uccide quattro persone, tre funzionari e l’ambasciatore Christopher Stevens. Un attacco suicida a Kabul, rivendicato da integralisti islamici, fa dodici morti. La dietrologia si spreca. A produrre la pellicola blasfema sarebbe un’associazione di cristiani-copti islamofobi, simpatizzanti di George W. Bush dunque inclini allo scontro di civiltà. La paura si propaga. Al-Qaida condanna a morte l’intero corpo diplomatico degli Stati Uniti d’America. Il revanscismo islamista si sfoga nelle piazze degli stati a maggioranza musulmana, mentre in Occidente la corda che tiene insieme società multietniche è sempre più tesa. L’informazione globalizzata, quella che viaggia sulla rete, amplifica gli orizzonti della conoscenza per un verso, comprime lo spazio della critica entro limiti sempre più avvilenti per un altro. Nel 2004 il regista olandese Theo van Gogh fu assassinato dal fanatico Mohammed Bouyeri, sgozzato come un capretto per le vie della tollerante Amsterdam. Il cortometraggio dal titolo Submission racconta la storia di una donna musulmana violentata da un parente; sul corpo della vittima van Gogh riportò alcuni versetti coranici. Salman Rushdie, autore nel 1988 di Versi Satanici, scampò nel Regno Unito alla fatwa emessa nei suoi confronti dall’Ayatollah Khomeini per blasfemia. Intervistato dall’emittente americana Cbs, lo scrittore indiano naturalizzato britannico replicò alle minacce di morte: “Vorrei aver scritto un libro più critico”. Venticinque anni dopo quell’intervista, a Stuart Jeffries del Guardian, Rushdie dice che se presentasse il manoscritto di un nuovo romanzo, più critico di Versi Satanci, probabilmente il suo agente oggi non lo pubblicherebbe per timore di offendere l’Islam.

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