Le ovvietà di Marchionne, i desiderata di Renzi

L’arroganza di Marchionne urta la suscettibilità dei fiorentini e del loro rampante primo cittadino, Matteo Renzi. “E’ la brutta copia di Obama ma pensa di essere Obama. E’ il sindaco di una piccola e povera città” ha detto l’amministratore delegato della Fiat. Il quale, evidentemente risentito per le dichiarazioni che Renzi aveva rilasciato commentando il dietrofront del super manager dal progetto Fabbrica Italia, non si riferiva all’inestimabile patrimonio di cultura del capoluogo gigliato. Ovvio. Piccola è piccola. Con mezzo milione d’abitanti vogliamo mettere Firenze a paragone con le grandi capitali europee, con le metropoli nordamericane, con le megalopoli dei BRICS? Il bilancio del Comune di Firenze per l’anno 2011 ammontava a 700 milioni di euro circa; il budget del sindaco di New York è cento volte quello di Renzi. La provincia di Firenze in un anno produce beni e servizi per 30 miliardi di euro; il Pil dell’area metropolitana di San Paolo del Brasile, economia emergente, è di 260 miliardi di dollari nel 2006… Al netto delle ovvietà di Marchionne su Firenze, resta il giudizio su Renzi, a dir poco tranchant. Nel 2010 il sindaco di Firenze fu tra i celebranti del modello Pomigliano; oggi accusa un suo potenziale grande elettore di tradimento. Qualcuno spieghi a Renzi che la Fiat è una multinazionale. Che per Marchionne l’interesse dell’azienda viene prima dei desiderata politici e sindacali di un paese come l’Italia: sempre più piccolo, sempre più povero.

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