Il voto

Non è mica facile non andare a votare. Soprattutto non è bello farlo così, a cuor leggero, o addirittura farsene un vanto. C’è dentro il disagio di non appartenere più a niente, di essere diventati totalmente impotenti. C’è dentro il dolore di essere diventati così poveri di ideali, senza più uno slancio, un sogno, una proposta, una fede. È come una specie di resa. Ma al di là di chi vota e di chi non vota, al di là dell’intervento, al di là del fare o non fare politica, l’importante sarebbe continuare a “essere” politici. Perché in ogni parola, in ogni gesto, in qualsiasi azione normale, in qualsiasi momento della nostra vita, ognuno di noi ha la possibilità di esprimere il suo pensiero di uomo e soprattutto di uomo che vuol vivere con gli uomini. E questo non è un diritto. È un dovere.

Giorgio Gaber

Non è mica facile, caro Giorgio, far capire le tue parole a quelle persone che il voto lo disprezzano, magari senza rendersene conto. C’è chi lo butta, chi lo scambia, chi lo vende, chi lo regala. Disinformati cronici e schiavi del tornaconto, inconsapevoli del potere che possiede quella matita: un potere mortificato, calpestato e reso vano nel momento in cui questi elettori svestono i panni di cittadini e si tramutano in semplici “pacchetti”. Come si può far capire a questi pacchetti che il voto “all’amico” oppure “al politico che mi fa il favore” oppure “al politico che mi da 10 euro” non serve a nessuno, tantomeno ai pacchetti stessi? Ma non ci accorgiamo che le regioni in cui imperano i pacchetti, come la Calabria, sono sempre le ultime della classe? Le più povere? Le peggio funzionanti? Perché lasciare l’amministrazione della cosa pubblica ad un mangiasoldi, incapace e nullafacente qualunque quando si può scegliere liberamente di meglio, se non il meglio? E quale soddisfazione prova un politicante eletto dal suo pacchetto attraverso i voti falsi, inconsapevoli, comprati? Semplici voti, senza consenso. Anch’egli diviene un oggetto da utilizzare, riciclare e buttare. Pacchetti e politicanti finiscono per essere schiavi gli uni degli altri, causano contrasti nei partiti e nella società, bloccano la crescita economica e culturale di intere comunità e sviliscono la sana partecipazione politica. Un’intera generazione di pacchetti forse è ormai irrecuperabile, ma la scuola può salvarci dal baratro in cui siamo precipitati. Una scuola che non insegna l’educazione civica ai propri studenti non è degna del Paese che vogliamo. A cosa serve essere studenti modello se non impariamo ad essere liberi?

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