Quello che il mio partito non dice

FERMOPOSTA

Nel secondo dopoguerra la Politica (con la “P” maiuscola) moderò i rapporti economici favorendo una clamorosa espansione della produzione italiana. Quando il vantaggio competitivo legato al basso costo della manodopera svanì, dal momento che i lavoratori aumentarono il potere contrattuale nei confronti delle aziende, il meccanismo s’inceppò. Erano gli anni ’70, si poteva ancora rimediare. Volendo. Sfruttando gli ampi margini di crescita del Mezzogiorno, adeguando la sua agricoltura agli standard di produzione e commercializzazione dell’industria meccanica e chimica del Nord. Per esempio. Invece lo Stato aiutò imprese fuori mercato e incrementò la dipendenza del Sud dalla spesa pubblica, burocratizzando la sua forza lavoro e inondando le regioni meridionali di sussidi. Un modo perverso di sostenere la domanda interna, congeniale alla riproduzione del potere politico, sempre uguale a se stesso. Poi venne Maastricht, fine degli aiuti di Stato. E l’Euro, fine delle svalutazioni competitive. La coperta diventò improvvisamente (ma non tanto) corta…

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