Il primato di Ratzinger

La decisione di Benedetto XVI, di lasciare il pontificato, non è neanche lontanamente paragonabile al “gran rifiuto” di Celestino V. Joseph Ratzinger non è vittima di un complotto, non è indotto alle dimissioni da un cardinal Caetani che ambisce al suo stesso scranno, né soggetto alle pressioni di un Angiò. Viceversa c’è da attendersi – primato assoluto – che  lo stesso Benedetto XVI influenzi, se non addirittura determini, l’elezione del nuovo pontefice. Fosse stato, precedentemente alla sua elezione, un estraneo alla gestione del potere curiale, avrei dubitato. Ma il suo carisma è tale che non mancherà di svolgersi nell’ambito del prossimo conclave. La volontaria, lucida, interruzione del magistero papale sarebbe, secondo autorevoli osservatori, una decisione laica: per la riduzione del ruolo del pontefice, per la distribuzione del potere all’interno della Chiesa, per la valorizzazione dell’episcopato. Forse è troppo per un uomo della gerarchia che ha strenuamente difeso la tradizione cattolica già come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede e, una volta al soglio di Pietro, ha recuperato aspetti a dir poco remoti del costume liturgico. Credo piuttosto che la determinazione di Ratzinger sia, legittimamente, di condurre la successione petrina per preservare i contenuti del suo stesso magistero. Altro che democratizzazione della Chiesa, quella di papa Benedetto è un’autorità ancora piena e indipendente.


Giallo mediterraneo, il rovesciamento di Sciascia, il caso di AGB

Alla presentazione del suo ultimo libro, Gli onori di casa (Sellerio, 211 p., 15,00 euro), presso il Circolo dei lettori di Torino Alicia Gimenez-Bartlett ha detto sul giallo mediterraneo che è più profondo e sociale. Il confronto è con la tradizione letteraria anglosassone e da ultimo con il panorama scandinavo, il tema risalente. Vincenzo Consolo, tra i massimi narratori dell’Italia contemporanea, attribuiva al conterraneo Leonardo Sciascia il rovesciamento dello schema tipico del romanzo poliziesco: la consecutio delitto, indagine, soluzione del caso. Alberto Moravia scrisse che Sciascia procedeva con il metodo opposto a quello dei suoi amati illuministi: questi andavano dal mistero alla verità e alla razionalità; Sciascia andava invece dalla verità e dalla razionalità al mistero. Ma non era un pessimista come voleva Moravia. Nei suoi romanzi il giallo è un espediente per la rappresentazione della realtà politica, un viatico per la denuncia. La domanda non è whodunit? L’indagine ricostruisce l’ambiente sociale in cui il delitto matura, sfida la coscienza civile del lettore sul movente storico del crimine. Il colpevole non si trova mai, la verità è svelata da una riflessione critica sul potere deviato. Il profilo dell’ispettore Petra Delicado è quello di una donna liberata, anticonformista, in rotta con la mondanità. Il vice Fermìn Garzon, omaccione vagamente bigotto, non è una semplice spalla, le sue fisime assicurano l’imparzialità della critica nei confronti dello stato e della società spagnoli. Anche quando sembra alleggerire il racconto deviando dall’indagine quello di Alicia Gimenez-Bartlett non è un divertissement. Salvo alcuni stereotipi del genere hard boiled: il cinico investigatore in impermeabile col vizio del fumo e la passione per lo scotch, l’autrice rivendica con ragione la sua diversità dal giallo deduttivo à la Conan Doyle.


Il momento dell’onore

Rita Levi Montalcini è morta a 103 anni nella sua casa di Roma. Non è il momento del dolore. È una volta di più il momento dell’onore. Italiana di Torino, tra i principali artefici del progresso scientifico nel secolo scorso. Ebrea costretta alla clandestinità durante la Seconda Guerra Mondiale, antifascista. Il suo lascito non consiste solo di clamorose scoperte nell’ambito della neurologia: per il fattore di crescita nervoso (NGF) fu insignita del Nobel nel 1986. Rita Levi Montalcini ebbe un ruolo nel movimento di emancipazione femminile, fu per la regolamentazione dell’aborto, antiproibizionista; prestò il suo carisma alle lotte per i diritti civili. L’approccio alla ricerca metodologicamente inappuntabile le valse l’ammissione, prima donna nella storia, alla Pontificia Accademia della Scienze. Epistemologa. Per la libertà della ricerca: “Non si può mettere un lucchetto al cervello umano“. Sensibile al tema della sostenibilità etica delle scienze applicate: “non tutto ciò che tecnicamente può essere fatto deve necessariamente essere fatto“.


La paura di offendere

What’s not civilised is to hold America responsible for everything that happens in its borders.

Int. a Salman Rushdie, Salman Rushdie: the fatwa, Islamic fundamentalism and Joseph Anton. The author on his new memoir and the blackest period of his life. The Guardian, Monday 17 September 2012 (Stuart Jeffries)

Bastano pochi frame di un film spazzatura a scatenare la protesta islamica in venti paesi del Mondo. Dal Nord Africa all’Oceania, dal “Londonistan” alla penisola arabica. A Bengasi, nel 2011 teatro della resistenza contro il dittatore libico Gheddafi, un attentato al consolato Usa uccide quattro persone, tre funzionari e l’ambasciatore Christopher Stevens. Un attacco suicida a Kabul, rivendicato da integralisti islamici, fa dodici morti. La dietrologia si spreca. A produrre la pellicola blasfema sarebbe un’associazione di cristiani-copti islamofobi, simpatizzanti di George W. Bush dunque inclini allo scontro di civiltà. La paura si propaga. Al-Qaida condanna a morte l’intero corpo diplomatico degli Stati Uniti d’America. Il revanscismo islamista si sfoga nelle piazze degli stati a maggioranza musulmana, mentre in Occidente la corda che tiene insieme società multietniche è sempre più tesa. L’informazione globalizzata, quella che viaggia sulla rete, amplifica gli orizzonti della conoscenza per un verso, comprime lo spazio della critica entro limiti sempre più avvilenti per un altro. Nel 2004 il regista olandese Theo van Gogh fu assassinato dal fanatico Mohammed Bouyeri, sgozzato come un capretto per le vie della tollerante Amsterdam. Il cortometraggio dal titolo Submission racconta la storia di una donna musulmana violentata da un parente; sul corpo della vittima van Gogh riportò alcuni versetti coranici. Salman Rushdie, autore nel 1988 di Versi Satanici, scampò nel Regno Unito alla fatwa emessa nei suoi confronti dall’Ayatollah Khomeini per blasfemia. Intervistato dall’emittente americana Cbs, lo scrittore indiano naturalizzato britannico replicò alle minacce di morte: “Vorrei aver scritto un libro più critico”. Venticinque anni dopo quell’intervista, a Stuart Jeffries del Guardian, Rushdie dice che se presentasse il manoscritto di un nuovo romanzo, più critico di Versi Satanci, probabilmente il suo agente oggi non lo pubblicherebbe per timore di offendere l’Islam.


Servo e padrone

La sensazione che ho avuto da spettatore, all’anfiteatro Tieri di Castrolibero (CS), del recital di Gianfranco Jannuzzo è stata quella che si prova in un’aula universitaria, gremita di studenti e accademici, al cospetto di un grande cattedratico. Una lectio magistralis. Jannuzzo è un attore e commediografo di talento nutrito da irripetibili esperienze: il Laboratorio di Esercitazioni Sceniche di Proietti, il varietà televisivo di Falqui, il sodalizio con Bramieri, la consacrazione alla corte di Pietro Garinei. Capace di intrattenere l’uditorio più esigente, di assorbirne l’attenzione come un’idrovora. Servo del pubblico, padrone della scena. La leggerezza è quella del teatro d’arte varia, popolare, non di massa. La qualità delle caratterizzazioni è alta, da dramma in senso stretto. Gianfranco Jannuzzo è attore-scrittore dei suoi pezzi, scientifica la rassegna dei tipi umani, delle situazioni sociali e ambientali che identificano il nostro Paese. Dopo due ore di raffinata esilarante comicità, il professore si congeda da un pubblico appagato. Fine della lezione.


Fides et religio

Un immigrato italiano in Romandia fa ad un altro trapiantato a Brescia dalla Calabria: “sai cosa? In una società multiculturale come quella ginevrina io, che sono ateo, mi sento cattolico: così mi identificano in quanto italiano ed io non nego la mia estrazione socio-culturale; me la sento addosso anche se faccio scelte di vita profondamente laiche”. L’altro si scandalizza: “ma tu non sei cattolico, e il cattolicesimo non identifica affatto gli italiani. La religione come sistema sociale di vita è ben altra cosa da ciò che si vede in Italia”. “Eppure – replica l’italiano di Ginevra – in una terra tollerante e d’asilo come la Svizzera Romanda mi rendo conto di provenire da un gruppo umano, da un ambiente, in cui il senso comune è influenzato dalla religione cattolica e che certe differenze non sono facilmente riducibili”. Il discorso prosegue. Ognuno resta della sua, ma non si tratta di opinioni così distanti. Se solo sostituissimo al termine religione quello di fede. I due si accorderebbero subito. E’ innegabile che il cattolicesimo fornisca elementi socio-culturali di identificazione degli italiani, così come il protestantesimo degli anglosassoni. Ma la fede è un’altra cosa. Di “lealtà” nei confronti della comunità religiosa ce n’è sempre meno; forse non c’è mai stata essendosi trattato piuttosto di “assoggettamento” da parte dei cosiddetti fedeli ad un’autorità secolare, oltre che morale, come quella di Santa Romana Chiesa.


Pinne, fucile ed occhiali

Due questuanti hanno visitato mia madre lasciando un avviso: “Solenni festeggiamenti in onore di Maria SS. della Sanità e dei Santi Medici”. Ricordo quando aspettavo la processione motorizzata dei Santi all’ombra di un grande abete, le finestre dell’Acquedotto addobbate con le coperte buone; nonna Maria affacciata al balcone porticato del palazzo dove ci saremmo trasferiti anche noi. Correva l’anno 1992. Una cosa tira l’altra. Dalla libreria riprendo un saggio di Salvatore Plastina. Il suo Viaggio nella… memoria dedica un capitolo proprio alle feste religiose che si svolgono nel “quartiere più suggestivo della città: Portapiana”. Quando l’organizzatore era Francesco Sirianni “i sciassa”. Quando la festa della Sanità era “l’evento dell’estate” e la messa delle dieci s’affollava di giovani che s’incontravano e si sceglievano “per futuri matrimoni”. E poi il pranzo. La classica “cucuzza longa chjina”, che si diceva i portapianesi mangiassero dal cassetto del tavolo per non doverla dividere con eventuali visitatori. La consuetudine d’accogliere un vecchietto dell’ospizio, un orfano o un suonatore della banda. Riti sacri e profani. Il percorso della processione si snodava per i quartieri alti del centro storico di Cosenza: Portapiana, San Giovanni, il Castello, la Motta, Largo Vergini, Archi di Ciaccio e ritorno. Le statue portate da devotissimi atei. “Mmienzu u chjianu” i giochi popolari e lo spettacolo del macchiettista Cicciu Scupetta. Altri tempi. Adesso il palco è allestito sul sagrato della chiesa. Quest’anno si esibisce Edoardo Vianello nel cinquantesimo di Pinne fucile ed occhiali. Per la Sanità Portapiana riabbraccia i suoi figli che, sul finire degli anni ’60 del secolo scorso e per tutto il decennio successivo, si trasferirono nella città nuova. Senza mai dimenticare.