Sulla testa del calciatore

Proporsi ad una conferenza stampa quando sei Antonio Cassano, con il dovuto rispetto per il talento calcistico, è come presentarsi armati di scopa ad uno scontro a fuoco. Alla prima domanda sui gay sei sicuro di lasciarci la pelle. È successo al gioiello di Bari vecchia la scorsa settimana. Io stesso ci ho inzuppato il pane su Twitter, parafrasando Vujadin Boskov: “testa di Cassano buona solo per tenere cappello”. Attenzione, però, a non generalizzare; se adeguatamente istruito, l’intelletto del giocatore può dare risultati insperati. Lo stesso tema, dei calciatori omosessuali, svolto da Claudio Marchisio rivela un notevole senso critico: “Il nostro ambiente, in effetti, sull’argomento è un po’ ingessato. Se uno esce dal posto di lavoro per mano al proprio compagno per fortuna non fa più scalpore, all’uscita da un campo di allenamento, invece, la scena non si può immaginare. E non è giusto. Sull’adozione dei figli, invece, istintivamente trovo più indicate le figure tradizionali di un uomo e di una donna. Provo a pensare all’equilibrio necessario ai ragazzi, ma è un tema complicato. Non e’ che si possa sostenere che una coppia eterosessuale sia per forza in grado di dare più amore a un bambino”. Politicamente corretto? Può darsi. Intanto il centrocampista della Juventus non ha bisogno di un Bonucci qualunque che gli tappi la bocca.


Ricordando Donato Bergamini

Dal nostro intervento del 18/11/2011 in occasione di “Ricordando Denis calciatore in… parole, note, immagini”.

“I ragazzi della curva non portano più il giubbotto jeans, i rayban contraffatti e le scarpe da ginnastica, non ascoltano più i Cure, i Duran Duran o gli Smiths. Le generazioni si susseguono, gli ultrà oggi sono giovani uomini che nel 1988, anno in cui il Cosenza ottenne la storica promozione in “B”, erano in fasce o addirittura non ancora nati. Eppure quegli “11” che conquistarono la serie cadetta e che l’anno dopo sfiorarono addirittura la serie A sono tuttora scolpiti nei cuori dei tifosi rossoblu: Simoni, Marino, Lombardo, Castagnini, Schio, Giovanelli, Galeazzi, Bergamini, Lucchetti, Urban, Padovano. Uno di loro vent’anni fa ci ha misteriosamente e tragicamente lasciato. Mai è stata fatta luce su ciò che realmente accadde a Donato Bergamini (foto) il 18 novembre 1989. Adesso qualcosa è cambiato. A noi piace ricordarlo sul prato verde mentre correva dietro al pallone con la sua maglia numero 8. Mai lo dimenticheremo quando in spalla ad un gruppo di tifosi festeggiava la promozione con le braccia rivolte verso l’alto e i pugni chiusi”.


Coppi, negli almanacchi non si trova la sua grandezza

Negli almanacchi si trovano i campioni del passato, ordinati per numero di vittorie e primati vari. La loro grandezza no, quella non siamo in grado di registrarla, di fermarla in una cifra. I numeri dicono che il più forte ciclista di tutti i tempi, capace di imporsi in 426 corse tra il 1965 e il 1978, di vincere tutto quello che c’era, sempre, senza nulla lasciare agli avversari (perciò fu soprannominato Il Cannibale), è il belga Eddy Merckx.

Ma il più grande? Adriano De Zan, che mi educava e istruiva dalla televisione mentre papà ronfava sul divano durante le cronache di tappa dei grandi giri, amava dire: “Eddy Merckx è stato il più forte di tutti, Fausto Coppi il più grande”.

A farlo entrare nel cuore della gente è la vittoria all’esordio sulle strade del giro (1940). Comincia da gregario di Bartali; ma il capitano della Legnano cade nelle prime tappe, dando il via libera al talentuoso compagno. Nella Firenze-Modena, Fausto parte sull’Abetone; all’arrivo è maglia rosa, la difenderà fin sul traguardo di Milano. Dopo la guerra (1946), vince la Milano-Sanremo con un quarto d’ora sul secondo. La radio fa un esilarante annuncio: “Primo classificato Coppi Fausto; in attesa del secondo classificato trasmettiamo musica da ballo”.

La rivalità sportiva con Gino Bartali contribuisce alla mitizzazione di Coppi, sancita dalla prematura scomparsa del Campionissimo.

Giro del 1949. La radiocronaca della tappa Cuneo-Pinerolo si apre con la voce del giornalista Mario Ferretti che compone un poemetto epico in diretta: “Un uomo solo è al comando; la sua maglia è bianco-celeste; il suo nome è Fausto Coppi”. Nello stesso anno Fausto centra l’accoppiata Giro-Tour, primo nella storia. Per i francesi è “Fostò”. Lo amano, pure se italiano, lo venerano per la sua classe ed eleganza. Ripeterà l’accoppiata nel 1952.

Nel ’53 arriva il titolo di Campione del Mondo su strada, conquistato a Lugano. Nel giugno di quell’anno la relazione extraconiugale tra Fausto Coppi e Giulia Occhini, La Dama Bianca, suscita un grave scandalo nel Paese. I due sono perseguiti per adulterio: condannato a due mesi di reclusione lui, a tre mesi lei.

Muore il 2 gennaio del 1960 di malaria, contratta durante una battuta di caccia in Burkina Faso (all’epoca Alto Volta). In Italia è curato per un’influenza stagionale.

Con Coppi se ne va l’iniziatore di una nuova era del ciclismo professionistico. La natura ha dotato l’Airone di Castellania (Al) di un fisico eccezionale. Nato per la bicicletta. La sua capacità polmonare è di 6,5 litri, le pulsazioni del cuore a riposo sono 44 al minuto. Agile in bici, ma anche molto fragile. Asseconda le sue doti atletiche prestando un’attenzione maniacale alla dieta e ai metodi di allenamento. A questo proposito c’è un aneddoto che ci restituisce l’immagine del passaggio generazionale dal ciclismo eroico dell’anteguerra, impersonato da Gino Bartali, alla sua evoluzione, assistita dalla scienza medica, incarnata da Coppi.

Alla prima partecipazione al Giro d’Italia, Fausto Coppi ha vent’anni. Il peso della maglia rosa è troppo anche per un talento come il suo. Sulle Dolomiti una pessima giornata quasi lo costringe al ritiro, quando Bartali si accorge della crisi. E’ la tappa che da Pieve di Cadore conduce ad Ortisei: Bartali vuole vincere, Coppi lo segue. Sul Pordoi Fausto va in crisi, è una cotta tremenda. Ginettaccio se ne accorge e lo aspetta. Lo incoraggia, ma niente. Fausto è sul punto di mettere il fatidico piede a terra, di lasciare la corsa. Allora Bartali scende dalla Bici prende una manata di neve da bordo strada e la passa sulla fronte di Coppi, anche sotto la maglia. Il campione alessandrino reagisce alle urla di Bartali: “Coppi, sei un acquaiolo! Ricordatelo! Solo un acquaiolo!”. Bartali intende dire che uno che non beve vino, anche prima di una gara, è un uomo di scarso valore. Altro che dieta.

Queste righe sono un timido tributo a Fausto Coppi nel cinquantesimo anniversario della morte; il tempo e lo spazio che impiegano, un modesto riguardo alla memoria di un grande italiano. Di una grandezza che non si apprende dagli almanacchi sportivi.


Festa!

festa-300x215Rubando il gioco di parole al nostro amato Tam Tam e Segnali di Fumo è proprio il caso di dire che in due stagioni il Cosenza ha compiuto un “doppio salto vitale”. Dai dilettanti alla prima divisione (ex C1). Due campionati vinti sul campo, nessun ripescaggio, nessun tipo di aiuto. Soltanto un prato verde, una media di cinque mila spettatori ogni domenica, un gruppo di ragazzi con gambe, cuore e tecnica, una dirigenza sana e preparata e un direttore generale, Massimiliano Mirabelli, che ha garantito un organico competitivo. Dalla prima all’ultima giornata è stato un campionato di vertice, una fuga che ha lasciato alle inseguitrici soltanto la polvere e la speranza di conquistare un posto valido per i play off. Il Cosenza ha vissuto un solo momento difficile, alla fine del girone d’andata, quando i risultati stentavano ad arrivare. Ma gli ingaggi a gennaio di validissimi giocatori come Francesco Mortelliti, Raffaele Battisti e Paolo Ramora hanno dato quella spinta in più che è servita alla squadra per conservare il primato fino alla fine della stagione. Quindicimila persone in festa hanno assistito all’ultima gara giocata in casa, Cosenza – Melfi. Bastava un punto per la matematica promozione e pareggio è stato. Uno spettacolo di bandiere rossoblu, l’assordante e continuo suono delle trombette, i cori provenienti dalla mitica curva sud “Donato Bergamini”, la fantastica tribuna B che ha realizzato una bella coreografia e per due volte durante la partita ha lanciato la “ola”. Poi tutti in strada a piedi, in macchina o sui furgoncini, un corteo festante partito dallo stadio destinazione piazza XV marzo, nel cuore del centro storico, dove i giocatori hanno festeggiato insieme ai tifosi. La società ha dichiarato che questa promozione non è che un punto di partenza, l’obbiettivo si chiama “serie B” e nessuno nasconde l’ambizione e la voglia di tentare la terza promozione consecutiva. Per questo motivo gli addetti ai lavori stanno già lavorando sull’organico che dovrà battersi l’anno prossimo in prima divisione e le premesse fanno ben sperare. Non si può omettere un pensiero quasi utopico… Il 2014 sarà l’anno del centenario e tutti noi sotto sotto coviamo un sogno. Mi fermo qui e faccio anche gli scongiuri. E’ giusto fare i complimenti alla squadra che ci ha impensierito più delle altre, il Gela, che ha conquistato la seconda posizione. Ed è altrettanto giusto salutare i nostri vicini con un vecchio slogan che è stato rispolverato lo scorso 10 maggio 2009 sulle tribune del San Vito:

CATANZARO: MAL DI TESTA? VIVIN C2!