La madre di tutte le decisioni

Una compensazione debiti-crediti di appena 1,9 miliardi di euro e solo a partire dal 2014. Il governo perde l’occasione di rianimare un’economia nazionale esangue per non sforare il rapporto deficit/pil nel 2013. Il paziente avrebbe bisogno di adrenalina iniettata direttamente nel cuore, ma il primario somministra soluzione fisiologica per endovena. Mentre tocchiamo la cifra di un milione di licenziati nel 2012 siamo ancora in adorazione del feticcio europeo. Della ripartizione di fondi per complessivi 40 miliardi approvati dall’ultimo Consiglio dei Ministri si parlerà dal 15 maggio in poi. Per adesso c’è davvero poco. Solo gli enti locali che hanno avanzi di amministrazione possono liquidare da subito i crediti delle imprese fornitrici fino al cinquanta percento delle rispettive competenze. Forse un giorno torneremo, artefici del nostro destino, a fare politica economica. Speriamo che non sia tardi per assumere la madre di tutte le decisioni: quella di ridurre drasticamente la pretesa tributaria dello Stato. Non c’è solidarietà che la giustifichi oltre.


Se lo strappo viene dal Colle

Dalla nomina del Presidente del Consiglio dei Ministri all’istruzione di un programma di governo. La convocazione dei cosiddetti “saggi”, un vero e proprio gabinetto presidenziale, esorbita le funzioni del Capo dello Stato di una repubblica parlamentare. In queste ore si osserva un cambiamento di regime pilotato dal Colle, una forzatura della nostra Legge Fondamentale. La debolezza dei partiti, certo, rende possibile un tale svolgimento dei rapporti tra organi costituzionali, ma non lo giustifica. Lo scetticismo delle forze politiche nei confronti di un’iniziativa di questa gravità è misurato, contenuto dalla paura che polemiche più aspre compromettano irrimediabilmente l’immagine del Paese all’estero. Ma se uno strappo viene dal Quirinale, non è meno grave, anzi. Nel 1992 fu la magistratura a occupare il vuoto di potere lasciato dai partiti tradizionali. Da allora si parla impropriamente di Seconda Repubblica. Impropriamente perché in relazione al nuovo equilibrio politico che s’instaurò dopo Tangentopoli non fu adottata una nuova Costituzione: la Carta non disciplina direttamente la magistratura, che si autogoverna, né riconosce i partiti come associazioni necessarie al funzionamento dello Stato. Quella partita risparmiò le istituzioni disputandosi sui media di massa. Mentre la politica diventava circo, il Quirinale si elevava sopra le parti moderando autorevolmente il discorso pubblico. Da oggi, invece, finisce la neutralità del Presidente della Repubblica, la sua estraneità alla funzione d’indirizzo politico del Governo. Legislativo ed esecutivo tendono a congiungersi nella persona del Capo dello Stato. Ammettiamo la buona fede di Napolitano ma, se Bersani ha fallito l’incarico di formare il governo, il Presidente della Repubblica avrebbe potuto incaricare qualcun altro oppure dimettersi per consentire un più rapido ritorno alle urne. Il resto non gli compete.


Miserando atque eligendo

Gesù vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: “Seguimi” (Mt 9,9).

La buona notizia del Cristianesimo è una. Con Ratzinger o con Bergoglio, non importa. Dio s’incarna, muore e risorge per la salvezza dell’umanità. Così da 2013 anni. La fede non cambia. Cambia la ragione, la conoscenza naturale di Dio. La Chiesa non ammette, al di fuori della sua dottrina, l’autonoma e responsabile ricerca di un rinnovato equilibrio tra fede e ragione. Come se la rivelazione di Cristo non fosse abbastanza forte da imporsi alle coscienze senza organizzare la comunità dei fedeli in modo assolutistico. Un novellato senso della giustizia motivò i primi testimoni della fede al martirio, non le strutture. La confusione dell’autorità morale con quella politica accrebbe l’influenza della Chiesa, incrementandone tuttavia la burocratizzazione. Di qui la difficoltà cronica di adeguarsi al mutamento e la perdita di credibilità dell’istituzione deputata all’annuncio del Vangelo. Non è un caso che Bergoglio provenga dalla Compagnia di Gesù. L’ordine fu fondato da Sant’Ignazio di Loyola a guardianìa del papato. Il ministero dei gesuiti consiste nell’ascolto delle confessioni e nell’istruzione; tra di loro grandi consiglieri, precettori e rigorosi penitenti. La Chiesa inizia dunque un processo di conversione, di riconciliazione con l’imperativo missionario di Gesù. E papa Francesco ne è il garante. Il messaggio è chiaro sin dalle prime battute del nuovo pontificato. Niente orpelli: mozzetta, rocchetto e croce d’oro. Si affaccia con la talare bianca, mantiene la sua croce di ferro. Parla a braccio, semplice e diretto; chiede ai fedeli di pregare per lui. Per tornare a Santa Marta usa il pulmino dei cardinali. Paga il conto dell’albergo. Il mattino seguente all’elezione si reca a Santa Maria Maggiore su un’auto di serie. Un pontefice spartano. Non farà la rivoluzione che molti auspicano in tema di diritti civili, non è Carlo Maria Martini (gesuita pure lui). Bergoglio è un cattolico integrale, chiamerà tutti perché lo seguiamo. Come recita il suo motto episcopale tratto dal vangelo secondo Matteo: “Miserando atque eligendo”.


Il primato di Ratzinger

La decisione di Benedetto XVI, di lasciare il pontificato, non è neanche lontanamente paragonabile al “gran rifiuto” di Celestino V. Joseph Ratzinger non è vittima di un complotto, non è indotto alle dimissioni da un cardinal Caetani che ambisce al suo stesso scranno, né soggetto alle pressioni di un Angiò. Viceversa c’è da attendersi – primato assoluto – che  lo stesso Benedetto XVI influenzi, se non addirittura determini, l’elezione del nuovo pontefice. Fosse stato, precedentemente alla sua elezione, un estraneo alla gestione del potere curiale, avrei dubitato. Ma il suo carisma è tale che non mancherà di svolgersi nell’ambito del prossimo conclave. La volontaria, lucida, interruzione del magistero papale sarebbe, secondo autorevoli osservatori, una decisione laica: per la riduzione del ruolo del pontefice, per la distribuzione del potere all’interno della Chiesa, per la valorizzazione dell’episcopato. Forse è troppo per un uomo della gerarchia che ha strenuamente difeso la tradizione cattolica già come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede e, una volta al soglio di Pietro, ha recuperato aspetti a dir poco remoti del costume liturgico. Credo piuttosto che la determinazione di Ratzinger sia, legittimamente, di condurre la successione petrina per preservare i contenuti del suo stesso magistero. Altro che democratizzazione della Chiesa, quella di papa Benedetto è un’autorità ancora piena e indipendente.


Il mondo riderebbe di noi

Archeologia e paesaggio sono capitali da investire per il rilancio dell’economia italiana. La quale ha urgente bisogno di una riconversione. 55.000 metri cubi di cemento a pochi metri dalla villa di Marco Valerio Messalla Corvino: il mondo riderebbe di noi. Facciamo nostro l’appello di Ciampino Bene Comune a Lorenzo Ornaghi, Ministro per i Beni e le Attività culturali, alle Soprintendenze Archeologica e Paesaggistica competenti per territorio, all’Amministrazione Comunale di Ciampino.

FERMATEVI!
NON SEPPELLITE CON IL CEMENTO BELLEZZA STORIA E PAESAGGIO.
DALL’ULTIMA AREA DI VERDE RIMASTO A CIAMPINO PUO’ RIPARTIRE UNA NUOVA ECONOMIA
PER LA VITA DELLA CITTA’ BENE COMUNE

La villa di Marco Valerio Messalla Corvino, rinvenuta pochi mesi fa a Ciampino nei pressi di Roma, insieme alle sette straordinarie sculture di Niobe e dei suoi figli è in pericolo. 55.000 metri cubi di cemento potrebbero essere costruiti ad appena pochi metri di distanza dall’area degli scavi e dalla piscina, scenario originale delle sculture.
L’area dei rinvenimenti è denominata Muri dei Francesi, toponimo legato alla battaglia che lì si svolse e che determinò la fine della cattività avignonese del papato. Area descritta dalla stessa Soprintendenza Archeologica di notevole valore ambientale, paesaggistico, storico e monumentale già prima delle sensazionali scoperte. Conserva infatti i resti del Barco Colonna, con casali secenteschi e il portale attribuito a Girolamo Rainaldi, dichiarato fin dal 1935 patrimonio nazionale, rovinosamente crollato nel 2011 e finora non restaurato.
Quel luogo, ancora intatto, ha ispirato il circolo letterario di Messalla, frequentato dai più grandi autori classici latini, luogo che con Ovidio e le sue Metamorfosi, permise l’incredibile osmosi tra letteratura e arte plastica rappresentata dal gruppo di Niobidi.
A Ciampino, nell’altra area di scavo in località Colle Olivo, è già stata decisa l’edificazione di 67.000 metri cubi per l’edilizia convenzionata, ad appena 10 metri dalla piscina e dalle terme che sono state recentemente scoperte, stando agli esperti, copia fedele in scala ridotta delle Terme di Ostia Antica. Edificazione che, a ridosso della sommità del colle, compromette la particolare bellezza dell’orizzonte.
Ad essere in pericolo non sono solo i singoli reperti, ma “l’insieme” materiale ed immateriale costituito dai siti dei ritrovamenti tutti di straordinario valore, archeologico e paesaggistico. Tutti insistenti su di una stessa fascia, a ridosso dell’Appia Antica, tra la “Piana di Ciampino” e le prime pendici dei Castelli Romani, che interrompe il continuum edilizio tra Roma e l’area dei Colli Albani.
Per questo motivo chiediamo:
– Di mettere urgentemente in sicurezza quanto rimane del Portale secentesco e provvedere alla sua ricostruzione.
– Di fermare le costruzioni a ridosso dei beni rinvenuti.
– Che venga rispettato il dettato dell’articolo 9 della Costituzione: “La Repubblica […] Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”.
– Che venga rispettato il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, in particolare prescrivendo “le distanze, le misure e le altre norme dirette ad evitare che sia messa in pericolo l’integrità del bene culturale, ne sia danneggiata la prospettiva o la luce”.
– Che anche a Muri dei Francesi e a Colle Olivo sia attuato il criterio di tutela espresso nella recente sentenza del Consiglio di Stato in cui si afferma che “cura dell’interesse pubblico paesaggistico concerne la forma circostante, non le strette cose infisse o rinvenibili nel terreno con futuri scavi”.
– Che l’intera area del Parco dei Casali sia destinata alla città come patrimonio intangibile da salvare senza cedere a derive speculative che compromettono per sempre la ricchezza del territorio.


Per l’agenda Bersani: “la prova spetta a chi afferma”.

Cacciare un evasore fiscale col redditometro è come pescare una balena all’amo. Inutile. Di più ottiene – è la tesi di Adusbef – “l’effetto di un ulteriore risentimento dei contribuenti onesti” nei confronti dell’amministrazione finanziaria dello Stato. L’Agenzia delle Entrate è già un “grande fratello”: svolge un controllo a dir poco invasivo sulle movimentazioni di denaro per l’acquisto di beni e servizi, monitora conti correnti e depositi bancari, esige la tracciabilità dei pagamenti al di sopra dei mille euro. Tutto ciò che serve per fare emergere base imponibile occultata da contribuenti infedeli è già nella disponibilità degli agenti del fisco. Ci mancava solo l’inversione dell’onere della prova. Affirmanti incumbit probatio, dicevano i latini: “la prova spetta a chi afferma”. In uno stato di diritto è l’amministrazione pubblica che dimostra l’incongruenza del tenore di vita di un cittadino con la sua denuncia dei redditi, non viceversa. Il decreto legge n. 78 del 2010 s’informa ad una concezione dispotica del governo, da stato di polizia. Mentre Monti e Berlusconi sul tema fanno a scaricabarile, Bersani appunti sulla sua agenda il ripristino della presunzione d’innocenza.


Monti, la vulgata del salvatore e il controriformismo

La candidatura del senatore a vita Mario Monti alla presidenza del Consiglio nella prossima legislatura è logica conseguenza dell’iniziativa che l’ha già condotto a Palazzo Chigi. Risponde all’esigenza di garantire gli interessi consolidati attorno al gabinetto uscente, che trovano corrispondenza nella cosiddetta “agenda Monti”. Il presidente del Consiglio inaugura un movimento politico a vocazione maggioritaria, sedicente “popolare e riformista”. Fini e Casini, come natanti in balia delle onde, sperano che Monti, versione rimorchiatore, li traini fino in porto evitandone il naufragio elettorale.
“Noi abbiamo salvato l’Italia: il governo Monti, la buona politica ha evitato che l’Italia facesse la fine della Grecia” ha replicato il leader UDC a Berlusconi in una recente polemica. La vulgata secondo cui l’esecutivo dei tecnici avrebbe restituito credibilità internazionale al nostro Paese, evitandoci il baratro greco, sarà dura da scrostare in campagna elettorale. Ma bisogna provarci. A ciascuno il suo. Un altro Mario, il Draghi governatore della Banca Centrale Europea, placò i mercati determinandosi nel corso dell’estate ad assorbire fino all’ultimo titolo di debito pubblico nel mirino degli speculatori. Senza il suo intervento il contagio non ci avrebbe risparmiato.
A Monti dobbiamo un inasprimento della pressione fiscale che “sana” la contabilità pubblica deprimendo l’economia privata. I consumi calano, dunque si riduce la platea dei contribuenti indiretti; mentre la disoccupazione cresce del 26% su base annua con un’impennata della spesa pubblica in ammortizzatori sociali e una contrazione dei redditi su cui applicare direttamente le aliquote d’imposta. Risultato: il deficit aumenta invece di diminuire. La recessione di questi mesi è frutto di un approccio tutt’affatto ideologico alla materia economica. Un’operazione di scarso livello tecnico, quella del governo Monti, che sposta in avanti la linea del default senza ridimensionare il rischio nel medio periodo.
Nell’ottica delle forze politiche che integravano la “strana maggioranza” a sostegno di Monti, l’emergenza esigeva coesione in Parlamento e sacrifici nel Paese. Ma non giustificava il “deserto dei diritti”, per dirla con Stefano Rodotà, di cui lo stesso Monti si è reso responsabile. Il governo non si è limitato a consolidare le finanze dello Stato spremendo i cittadini. Ha aggredito l’ordinamento del lavoro, profila tagli che ricadranno negativamente su salute e istruzione, sull’effettività dei diritti sociali.
Tanto più grave è quest’offensiva di stampo reazionario quanto più Monti si propone di dissimularla. Conservatori sarebbero quelli che, alla maniera di Stefano Fassina, si oppongono alle sue riforme criticando il verso del cambiamento. Monti sostiene la definitiva liberazione dell’economia dallo Stato, approfitta della “distrazione” della politica, della delegittimazione dei partiti, per imporre l’egemonia culturale del liberalismo economico. È il pensiero unico che abbiamo sperimentato sul finire del secolo scorso. Già allora si diceva: “Destra e sinistra sono categorie superate”. Come se non esistesse più una questione sociale.
Monti lancia una sfida al costituzionalismo democratico, progetta una riduzione del ruolo dello Stato nella redistribuzione della ricchezza. Il suo è un “controriformismo” dai contorni inquietanti che esige una presa di posizione forte da parte del centrosinistra. La coalizione Italia. Bene comune sia baluardo di un Paese assediato e proceda all’integrazione con i democratici e progressisti di tutta Europa. Perché la contesa non finisce con la formazione del nuovo esecutivo e non si limita all’Italia. L’ambizione sia quella di scalare il governo della Repubblica e le istituzioni dell’Unione Europea per determinarne l’indirizzo politico e scardinare la governance neoliberista che ha incancrenito la crisi. Per rilanciare la produzione gli stati sono chiamati ad un intervento diretto dal lato della domanda, altro che laissez-faire. Contro la deregolazione dei mercati e la strisciante individualizzazione dei rischi sociali è necessario riaffermare il principio, alla base del welfare state, che i diritti dipendono dalla cittadinanza, che da solo non si salva nessuno. Il 24 febbraio si vota per questo.