Giallo mediterraneo, il rovesciamento di Sciascia, il caso di AGB

Alla presentazione del suo ultimo libro, Gli onori di casa (Sellerio, 211 p., 15,00 euro), presso il Circolo dei lettori di Torino Alicia Gimenez-Bartlett ha detto sul giallo mediterraneo che è più profondo e sociale. Il confronto è con la tradizione letteraria anglosassone e da ultimo con il panorama scandinavo, il tema risalente. Vincenzo Consolo, tra i massimi narratori dell’Italia contemporanea, attribuiva al conterraneo Leonardo Sciascia il rovesciamento dello schema tipico del romanzo poliziesco: la consecutio delitto, indagine, soluzione del caso. Alberto Moravia scrisse che Sciascia procedeva con il metodo opposto a quello dei suoi amati illuministi: questi andavano dal mistero alla verità e alla razionalità; Sciascia andava invece dalla verità e dalla razionalità al mistero. Ma non era un pessimista come voleva Moravia. Nei suoi romanzi il giallo è un espediente per la rappresentazione della realtà politica, un viatico per la denuncia. La domanda non è whodunit? L’indagine ricostruisce l’ambiente sociale in cui il delitto matura, sfida la coscienza civile del lettore sul movente storico del crimine. Il colpevole non si trova mai, la verità è svelata da una riflessione critica sul potere deviato. Il profilo dell’ispettore Petra Delicado è quello di una donna liberata, anticonformista, in rotta con la mondanità. Il vice Fermìn Garzon, omaccione vagamente bigotto, non è una semplice spalla, le sue fisime assicurano l’imparzialità della critica nei confronti dello stato e della società spagnoli. Anche quando sembra alleggerire il racconto deviando dall’indagine quello di Alicia Gimenez-Bartlett non è un divertissement. Salvo alcuni stereotipi del genere hard boiled: il cinico investigatore in impermeabile col vizio del fumo e la passione per lo scotch, l’autrice rivendica con ragione la sua diversità dal giallo deduttivo à la Conan Doyle.


Per l’agenda Bersani: “la prova spetta a chi afferma”.

Cacciare un evasore fiscale col redditometro è come pescare una balena all’amo. Inutile. Di più ottiene – è la tesi di Adusbef – “l’effetto di un ulteriore risentimento dei contribuenti onesti” nei confronti dell’amministrazione finanziaria dello Stato. L’Agenzia delle Entrate è già un “grande fratello”: svolge un controllo a dir poco invasivo sulle movimentazioni di denaro per l’acquisto di beni e servizi, monitora conti correnti e depositi bancari, esige la tracciabilità dei pagamenti al di sopra dei mille euro. Tutto ciò che serve per fare emergere base imponibile occultata da contribuenti infedeli è già nella disponibilità degli agenti del fisco. Ci mancava solo l’inversione dell’onere della prova. Affirmanti incumbit probatio, dicevano i latini: “la prova spetta a chi afferma”. In uno stato di diritto è l’amministrazione pubblica che dimostra l’incongruenza del tenore di vita di un cittadino con la sua denuncia dei redditi, non viceversa. Il decreto legge n. 78 del 2010 s’informa ad una concezione dispotica del governo, da stato di polizia. Mentre Monti e Berlusconi sul tema fanno a scaricabarile, Bersani appunti sulla sua agenda il ripristino della presunzione d’innocenza.


Monti, la vulgata del salvatore e il controriformismo

La candidatura del senatore a vita Mario Monti alla presidenza del Consiglio nella prossima legislatura è logica conseguenza dell’iniziativa che l’ha già condotto a Palazzo Chigi. Risponde all’esigenza di garantire gli interessi consolidati attorno al gabinetto uscente, che trovano corrispondenza nella cosiddetta “agenda Monti”. Il presidente del Consiglio inaugura un movimento politico a vocazione maggioritaria, sedicente “popolare e riformista”. Fini e Casini, come natanti in balia delle onde, sperano che Monti, versione rimorchiatore, li traini fino in porto evitandone il naufragio elettorale.
“Noi abbiamo salvato l’Italia: il governo Monti, la buona politica ha evitato che l’Italia facesse la fine della Grecia” ha replicato il leader UDC a Berlusconi in una recente polemica. La vulgata secondo cui l’esecutivo dei tecnici avrebbe restituito credibilità internazionale al nostro Paese, evitandoci il baratro greco, sarà dura da scrostare in campagna elettorale. Ma bisogna provarci. A ciascuno il suo. Un altro Mario, il Draghi governatore della Banca Centrale Europea, placò i mercati determinandosi nel corso dell’estate ad assorbire fino all’ultimo titolo di debito pubblico nel mirino degli speculatori. Senza il suo intervento il contagio non ci avrebbe risparmiato.
A Monti dobbiamo un inasprimento della pressione fiscale che “sana” la contabilità pubblica deprimendo l’economia privata. I consumi calano, dunque si riduce la platea dei contribuenti indiretti; mentre la disoccupazione cresce del 26% su base annua con un’impennata della spesa pubblica in ammortizzatori sociali e una contrazione dei redditi su cui applicare direttamente le aliquote d’imposta. Risultato: il deficit aumenta invece di diminuire. La recessione di questi mesi è frutto di un approccio tutt’affatto ideologico alla materia economica. Un’operazione di scarso livello tecnico, quella del governo Monti, che sposta in avanti la linea del default senza ridimensionare il rischio nel medio periodo.
Nell’ottica delle forze politiche che integravano la “strana maggioranza” a sostegno di Monti, l’emergenza esigeva coesione in Parlamento e sacrifici nel Paese. Ma non giustificava il “deserto dei diritti”, per dirla con Stefano Rodotà, di cui lo stesso Monti si è reso responsabile. Il governo non si è limitato a consolidare le finanze dello Stato spremendo i cittadini. Ha aggredito l’ordinamento del lavoro, profila tagli che ricadranno negativamente su salute e istruzione, sull’effettività dei diritti sociali.
Tanto più grave è quest’offensiva di stampo reazionario quanto più Monti si propone di dissimularla. Conservatori sarebbero quelli che, alla maniera di Stefano Fassina, si oppongono alle sue riforme criticando il verso del cambiamento. Monti sostiene la definitiva liberazione dell’economia dallo Stato, approfitta della “distrazione” della politica, della delegittimazione dei partiti, per imporre l’egemonia culturale del liberalismo economico. È il pensiero unico che abbiamo sperimentato sul finire del secolo scorso. Già allora si diceva: “Destra e sinistra sono categorie superate”. Come se non esistesse più una questione sociale.
Monti lancia una sfida al costituzionalismo democratico, progetta una riduzione del ruolo dello Stato nella redistribuzione della ricchezza. Il suo è un “controriformismo” dai contorni inquietanti che esige una presa di posizione forte da parte del centrosinistra. La coalizione Italia. Bene comune sia baluardo di un Paese assediato e proceda all’integrazione con i democratici e progressisti di tutta Europa. Perché la contesa non finisce con la formazione del nuovo esecutivo e non si limita all’Italia. L’ambizione sia quella di scalare il governo della Repubblica e le istituzioni dell’Unione Europea per determinarne l’indirizzo politico e scardinare la governance neoliberista che ha incancrenito la crisi. Per rilanciare la produzione gli stati sono chiamati ad un intervento diretto dal lato della domanda, altro che laissez-faire. Contro la deregolazione dei mercati e la strisciante individualizzazione dei rischi sociali è necessario riaffermare il principio, alla base del welfare state, che i diritti dipendono dalla cittadinanza, che da solo non si salva nessuno. Il 24 febbraio si vota per questo.


Il momento dell’onore

Rita Levi Montalcini è morta a 103 anni nella sua casa di Roma. Non è il momento del dolore. È una volta di più il momento dell’onore. Italiana di Torino, tra i principali artefici del progresso scientifico nel secolo scorso. Ebrea costretta alla clandestinità durante la Seconda Guerra Mondiale, antifascista. Il suo lascito non consiste solo di clamorose scoperte nell’ambito della neurologia: per il fattore di crescita nervoso (NGF) fu insignita del Nobel nel 1986. Rita Levi Montalcini ebbe un ruolo nel movimento di emancipazione femminile, fu per la regolamentazione dell’aborto, antiproibizionista; prestò il suo carisma alle lotte per i diritti civili. L’approccio alla ricerca metodologicamente inappuntabile le valse l’ammissione, prima donna nella storia, alla Pontificia Accademia della Scienze. Epistemologa. Per la libertà della ricerca: “Non si può mettere un lucchetto al cervello umano“. Sensibile al tema della sostenibilità etica delle scienze applicate: “non tutto ciò che tecnicamente può essere fatto deve necessariamente essere fatto“.


Il voto

Non è mica facile non andare a votare. Soprattutto non è bello farlo così, a cuor leggero, o addirittura farsene un vanto. C’è dentro il disagio di non appartenere più a niente, di essere diventati totalmente impotenti. C’è dentro il dolore di essere diventati così poveri di ideali, senza più uno slancio, un sogno, una proposta, una fede. È come una specie di resa. Ma al di là di chi vota e di chi non vota, al di là dell’intervento, al di là del fare o non fare politica, l’importante sarebbe continuare a “essere” politici. Perché in ogni parola, in ogni gesto, in qualsiasi azione normale, in qualsiasi momento della nostra vita, ognuno di noi ha la possibilità di esprimere il suo pensiero di uomo e soprattutto di uomo che vuol vivere con gli uomini. E questo non è un diritto. È un dovere.

Giorgio Gaber

Non è mica facile, caro Giorgio, far capire le tue parole a quelle persone che il voto lo disprezzano, magari senza rendersene conto. C’è chi lo butta, chi lo scambia, chi lo vende, chi lo regala. Disinformati cronici e schiavi del tornaconto, inconsapevoli del potere che possiede quella matita: un potere mortificato, calpestato e reso vano nel momento in cui questi elettori svestono i panni di cittadini e si tramutano in semplici “pacchetti”. Come si può far capire a questi pacchetti che il voto “all’amico” oppure “al politico che mi fa il favore” oppure “al politico che mi da 10 euro” non serve a nessuno, tantomeno ai pacchetti stessi? Ma non ci accorgiamo che le regioni in cui imperano i pacchetti, come la Calabria, sono sempre le ultime della classe? Le più povere? Le peggio funzionanti? Perché lasciare l’amministrazione della cosa pubblica ad un mangiasoldi, incapace e nullafacente qualunque quando si può scegliere liberamente di meglio, se non il meglio? E quale soddisfazione prova un politicante eletto dal suo pacchetto attraverso i voti falsi, inconsapevoli, comprati? Semplici voti, senza consenso. Anch’egli diviene un oggetto da utilizzare, riciclare e buttare. Pacchetti e politicanti finiscono per essere schiavi gli uni degli altri, causano contrasti nei partiti e nella società, bloccano la crescita economica e culturale di intere comunità e sviliscono la sana partecipazione politica. Un’intera generazione di pacchetti forse è ormai irrecuperabile, ma la scuola può salvarci dal baratro in cui siamo precipitati. Una scuola che non insegna l’educazione civica ai propri studenti non è degna del Paese che vogliamo. A cosa serve essere studenti modello se non impariamo ad essere liberi?


Un passo alla volta

Il Partito democratico promuove primarie aperte per la selezione delle candidature al Parlamento. “Ai fini – si legge nel regolamento – della più ampia partecipazione e del rinnovamento della politica”. Tale premessa è in parte contraddetta dalle modalità di formazione delle liste. C’è infatti una discriminazione ingiustificata a favore dei parlamentari uscenti, i quali concorrono alla formazione delle rose di candidati semplicemente facendone richiesta alla Direzione provinciale. Un vantaggio notevole per deputati e senatori “nominati”; una misura che frustra le sacrosante aspirazioni, diffuse tra gli iscrtti e nella società, di rottura rispetto al cosiddetto “partito degli eletti”. Si apre così una caccia all’ultima firma tra gli elettori compresi nell’Albo dell’Italia Bene Comune e i tesserati del 2011 che abbiano rinnovato nel 2012. La Direzione nazionale del partito apparecchia la tavola per i signori delle tessere, che dispongono di migliaia di firme sull’unghia; lascia poco spazio a candidature “laiche”, che sfuggono alla logica del notabilato politico, del carrierismo più rampante. I tempi stretti non aiutano, ma il cambiamento, quello vero, esige ben altra ingegneria elettorale. Eppure la mancata riforma del Porcellum fa risaltare un’iniziativa di tal fatta. Passa l’immagine di un partito che lentamente si schiude alla società, un passo alla volta. Accompagnamolo.


Credibilità

Dopo il disastroso ventennio berlusconiano fatto di promesse, slogan e populismo che ha portato il nostro Paese alla situazione economica e sociale che, chi più chi meno, tutti noi stiamo vivendo, dopo più di un anno di Governo tecnico che per tentare di rimediare ha finito per tartassarci un po’ alla cieca e dopo la deriva assolutista di Beppe Grillo che sta affossando il movimento da lui stesso creato, il Partito Democratico si trova davanti ad una opportunità irripetibile.

Sono andate bene le primarie che hanno incoronato Pierluigi Bersani candidato premier, è ottimo il proposito di ripetere l’esperienza a breve per scegliere i candidati per le politiche del 2013, ha fatto bene al partito l’aria di novità e rinnovamento portata a suo modo da Matteo Renzi. Ma gli elettori vogliono altro. E hanno ragione.

L’elevato astensionismo registrato nelle ultime tornate elettorali e l’exploit del Movimento 5 Stelle manifestano un malcontento che non può essere sanato né dai bei propositi né dalle dimostrazioni di democrazia interna. Al PD manca ancora la credibilità.

I privilegi, i vitalizi, gli stipendi, i “rimborsi elettorali” e l’enorme ed ingiustificata quantità di denaro gestita dai partiti rappresentano un ostacolo al consenso, sono la causa dell’enorme distanza che intercorre fra “i politici” e gli esseri umani normali. In una situazione politica del genere il partito che si fa promotore del ridimensionamento di questi fattori otterrebbe con estrema facilità quella percentuale di consensi che significherebbe governare in tranquillità e stabilità senza dover per forza costruire fragili alleanze dalla vita breve.

Eliminando i privilegi di cui sopra sono certo che, oltre al risparmio economico e la ritrovata credibilità, avremmo anche il piacere di non rivedere mai più alcuni politicanti occasionali, semplici amanti della moneta privi di moralità e pudore come i vari Belsito, Fiorito, Lusi e Maruccio, tanto per elencarne qualcuno, che hanno inquinato i loro rispettivi partiti ed il buon nome della Politica. E probabilmente scomparirebbe anche buona parte di quella generazione che di politica campa e che pur di stare a galla passa da una parte all’altra e compra voti sfruttando l’ingenuità, l’ignoranza e spesso anche il bisogno dei cittadini.

In poche parole il Partito Democratico deve riavvicinarsi agli elettori rinunciando, quindi, a ciò che da essi l’allontana, deve guadagnarsi non solo i voti, ma il consenso. Compreso il mio.