Se lo strappo viene dal Colle

Dalla nomina del Presidente del Consiglio dei Ministri all’istruzione di un programma di governo. La convocazione dei cosiddetti “saggi”, un vero e proprio gabinetto presidenziale, esorbita le funzioni del Capo dello Stato di una repubblica parlamentare. In queste ore si osserva un cambiamento di regime pilotato dal Colle, una forzatura della nostra Legge Fondamentale. La debolezza dei partiti, certo, rende possibile un tale svolgimento dei rapporti tra organi costituzionali, ma non lo giustifica. Lo scetticismo delle forze politiche nei confronti di un’iniziativa di questa gravità è misurato, contenuto dalla paura che polemiche più aspre compromettano irrimediabilmente l’immagine del Paese all’estero. Ma se uno strappo viene dal Quirinale, non è meno grave, anzi. Nel 1992 fu la magistratura a occupare il vuoto di potere lasciato dai partiti tradizionali. Da allora si parla impropriamente di Seconda Repubblica. Impropriamente perché in relazione al nuovo equilibrio politico che s’instaurò dopo Tangentopoli non fu adottata una nuova Costituzione: la Carta non disciplina direttamente la magistratura, che si autogoverna, né riconosce i partiti come associazioni necessarie al funzionamento dello Stato. Quella partita risparmiò le istituzioni disputandosi sui media di massa. Mentre la politica diventava circo, il Quirinale si elevava sopra le parti moderando autorevolmente il discorso pubblico. Da oggi, invece, finisce la neutralità del Presidente della Repubblica, la sua estraneità alla funzione d’indirizzo politico del Governo. Legislativo ed esecutivo tendono a congiungersi nella persona del Capo dello Stato. Ammettiamo la buona fede di Napolitano ma, se Bersani ha fallito l’incarico di formare il governo, il Presidente della Repubblica avrebbe potuto incaricare qualcun altro oppure dimettersi per consentire un più rapido ritorno alle urne. Il resto non gli compete.


Vendola spariglia, le chimere di Renzi

Bersani 45 percento, Renzi 35. È ballottaggio. Deciderà Nichi Vendola con il suo 16 percento. Di assoluto rilievo il dato dell’affluenza: oltre tre milioni di elettori. Nella sola Milano hanno votato 170mila persone, due anni fa per il candidato a Sindaco i votanti furono meno di 70mila. Se le primarie avevano l’obiettivo di destare l’opinione pubblica, di motivare gli elettori sfiduciati riguadagnandoli alla politica prim’ancora che al centrosinistra una risposta c’è stata. Ma attenzione a non confondere l’affluenza con la partecipazione. Le primarie restano una forma marginale di coinvolgimento nella vita politica dei cittadini-elettori, un’istituzione senza riscontro nell’ordinamento costituzionale del Paese. Non sopravvalutiamone l’effetto in termini di progresso democratico. La cittadinanza si attiva trecentosessantacinque giorni l’anno e determina costantemente l’organizzazione della politica, dal basso; non illudiamoci di modificare le cose indicando una leadership, di innescare così un meccanismo a cascata. Renzi può essere soddisfatto del suo risultato: costringe il Segretario Pd al ballottaggio, è accreditato di un terzo dei voti della coalizione. Comunque vada il prossimo turno, Matteo lascia un segno profondo, condiziona la dinamica interna al centrosinistra e pure quella esterna. Costituisce un riferimento credibile per una vasta area di elettorato, chiaramente moderato, che lo preferirebbe sia ad Alfano che a Casini. Secondo un’indagine condotta dalla società CISE una coalizione di centrosinistra guidata da Renzi potrebbe superare il 44 percento degli elettori, con Bersani avrebbe il 35. Renzi ha già detto che in caso di sconfitta tornerebbe a fare il Sindaco, ma «Alle Sirene giungerai da prima, Che affascinan chiunque i lidi loro Con la sua prora veleggiando tocca». Nelle prossime ore Vendola, che ha raccolto quasi mezzo milione di preferenze, indicherà Bersani ai suoi elettori. Otterrà dal Segretario una maggiore apertura su lavoro e diritti civili. In un Bersani più di sinistra confidano Sel e settori significativi dello stesso Partito democratico.


Un partito nato morto

Non è un partito di sinistra, né di centro né di destra. In Europa snobba i popolari quanto i socialisti. Vorrebbe forse essere un partito “pigliatutto”, come il PDL, ma finora ha preso ben poco. Il Partito Democratico, dopo la sconfitta (l’ennesima) alle elezioni regionali pare voglia continuare la sua fallimentare avventura nonostante i tragici risultati raccolti fin dal giorno della sua nascita. Dalle politiche del 2008, passando per le europee del 2009 per giungere alla disfatta delle regionali 2010 il cammino dal PD è costellato da brucianti sconfitte. E’ chiaro che quando si è già morti ancor prima di nascere non si può andare lontano. Dramma nel dramma: il Paese è completamente nelle mani di Berlusconi che gira e rigira lo Stivale a suo piacimento, senza che nessuno riesca a contrastarlo.

Ecco la mia personalissima e utopica cura:
Pierluigi Bersani deve dimettersi. I delegati, riuniti in un’assemblea straordinaria, devono porre fine a questa agonia sciogliendo il partito. Nichi Vendola deve riunire le forze riformiste e socialiste del Paese e deve creare un grande partito unico della sinistra. La convention del nuovo partito dovrà eleggere Vendola segretario per acclamazione. I probi viri dovranno fare attenzione alle infiltrazioni indesiderate e chiedere senza tentennamenti che gli indegni vengano espulsi. Naturalmente sarà necessario entrare nel Partito Socialista Europeo. Chi è troppo “di centro” per questa soluzione ha sempre la possibilità di seguire Rutelli e/o Casini che ancora stanno appresso alle direttive della madre Chiesa. Chi è troppo “di sinistra” invece può sempre seguire quei personaggi un pò retrò tipo Ferrando e/o Diliberto che ancora stanno appresso alla morta e sepolta madre Russia.

L’auspicio in Calabria
Se invece il Partito Democratico decidesse di perseverare nell’agonia, che almeno faccia piazza pulita di tanti suoi esponenti calabresi. L’assurda idea di ricandidare in Calabria il presidente uscente Agazio Loiero è stato un suicidio politico dati i cinque anni di malgoverno e di malcontento generalizzato. Come minimo, dopo la disfatta elettorale, auspico una tabula rasa dei vertici del PD calabrese: persone che da troppi anni siedono sulle poltrone che contano e che hanno lasciato marcire la Regione esattamente dove l’avevano trovata.