Miserando atque eligendo

Gesù vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: “Seguimi” (Mt 9,9).

La buona notizia del Cristianesimo è una. Con Ratzinger o con Bergoglio, non importa. Dio s’incarna, muore e risorge per la salvezza dell’umanità. Così da 2013 anni. La fede non cambia. Cambia la ragione, la conoscenza naturale di Dio. La Chiesa non ammette, al di fuori della sua dottrina, l’autonoma e responsabile ricerca di un rinnovato equilibrio tra fede e ragione. Come se la rivelazione di Cristo non fosse abbastanza forte da imporsi alle coscienze senza organizzare la comunità dei fedeli in modo assolutistico. Un novellato senso della giustizia motivò i primi testimoni della fede al martirio, non le strutture. La confusione dell’autorità morale con quella politica accrebbe l’influenza della Chiesa, incrementandone tuttavia la burocratizzazione. Di qui la difficoltà cronica di adeguarsi al mutamento e la perdita di credibilità dell’istituzione deputata all’annuncio del Vangelo. Non è un caso che Bergoglio provenga dalla Compagnia di Gesù. L’ordine fu fondato da Sant’Ignazio di Loyola a guardianìa del papato. Il ministero dei gesuiti consiste nell’ascolto delle confessioni e nell’istruzione; tra di loro grandi consiglieri, precettori e rigorosi penitenti. La Chiesa inizia dunque un processo di conversione, di riconciliazione con l’imperativo missionario di Gesù. E papa Francesco ne è il garante. Il messaggio è chiaro sin dalle prime battute del nuovo pontificato. Niente orpelli: mozzetta, rocchetto e croce d’oro. Si affaccia con la talare bianca, mantiene la sua croce di ferro. Parla a braccio, semplice e diretto; chiede ai fedeli di pregare per lui. Per tornare a Santa Marta usa il pulmino dei cardinali. Paga il conto dell’albergo. Il mattino seguente all’elezione si reca a Santa Maria Maggiore su un’auto di serie. Un pontefice spartano. Non farà la rivoluzione che molti auspicano in tema di diritti civili, non è Carlo Maria Martini (gesuita pure lui). Bergoglio è un cattolico integrale, chiamerà tutti perché lo seguiamo. Come recita il suo motto episcopale tratto dal vangelo secondo Matteo: “Miserando atque eligendo”.


L’ambizione al potere

Fratelli, semo vecchi… c’avemo le ore contate. Volemo fa’ ‘na bona azione, prima de mori’? Una sola: mannamo ero boja in pensione e chiudemo in bellezza. Cercamo d’esse preti, io solo questo ve chiedo: d’esse preti, che nun ce perdemo niente” (Luigi Magni, In nome del Papa re)

I documenti riservati che appaiono nel best seller di Gianluigi Nuzzi, Sua Santità, scandalizzano solo un pubblico di educande. Per loro suona la sveglia dell’editore indipendente Chiarelettere. Rispetto per il fiuto giornalistico che ha captato la fuga di notizie dalle segrete stanze del Palazzo Apostolico. Ma che il Vaticano fosse sede di ambizioni terrene e intrighi di potere è un fatto risalente di mille e cinquecento anni. Il segretario di stato Tarcisio Bertone, il quale avrebbe volentieri allungato la mano sul San Raffaele per salvarlo dal fallimento, incarnerebbe l’ambizione al potere; sua eminenza ha ottenuto la destituzione dell’economista Gotti Tedeschi dallo Ior. L’ex presidente della banca vaticana intendeva adeguare l’Istituto per le Opere di Religione alle norme internazionali antiriciclaggio, ma i suoi avversari interni preferiscono la tradizionale riservatezza alla trasparenza dei flussi di denaro da e per la Città del Vaticano. Una crisi di fiducia s’abbatte sulla Chiesa Universale. Per uscirne il papa, nel corso del VII incontro mondiale delle famiglie, apre al dialogo con i non credenti e gli emarginati, in particolare con i «fedeli che, pur condividendo gli insegnamenti della Chiesa sulla famiglia, sono segnati da esperienze dolorose di fallimento e di separazione». Ratzinger guarda al revisionismo di Carlo Maria Martini e al solidarismo di Dionigi Tettamanzi. Meglio tardi che mai. Per fermare l’involuzione della Chiesa, per essere semplicemente preti.