Craxi, la storia non ammette strumentalizzazioni

Alla magistratura spettava l’accertamento giudiziario dei reati, corruzione e finanziamento illecito ai partiti, per i quali Bettino Craxi è stato condannato con sentenza passata in giudicato rispettivamente a cinque anni e sei mesi e a quattro anni e sei mesi. Gli altri processi che vedevano come imputato il leader socialista si sono estinti con lui il 19 gennaio del 2000.

L’inchiesta mani pulite fu strumentalizzata, negli anni 1992-’94, da ambo gli schieramenti che si andavano condensando attorno al Pds di Occhetto e al partito azienda di Berlusconi, a fini di lotta politica. Da una parte gli eredi del Pci, i quali affermavano la loro “diversità morale” dai partiti di governo; dall’altra gli emergenti: la Lega e il movimento in predicato di diventare Forza Italia, che all’epoca si guardavano bene dal delegittimare i giudici, anzi. A Di Pietro e D’Avigo fu persino chiesto di entrare nel primo governo Berlusconi.

Il nostro presente mantiene legami forti con il craxismo, perciò dobbiamo fermarci e riflettere. Alla maniera di Spinoza: “né ridere né piangere, né sperare né temere, ma capire”. A chi resta spetta un giudizio di tipo storico che non ammette strumentalizzazioni.

Ridurre sul fuoco della polemica politica la figura, e la statura, di Craxi a quella di un ladrone, gravare la sua memoria di tutta Tangentopoli, non è rendere un servizio alla verità. Senza negare il significato controverso della sua vicenda pubblica, inizierei ad astrarre Craxi dal sistema corruttivo che non riguardò solo lui e che egli certamente non inventò per cogliere la sostanza migliore della sua politica: dagli accordi di revisione dei patti lateranensi al taglio della scala mobile a Sigonella.

Così come le tangenti, i meriti non si cancellano.

Leggi Bettino Craxi, discorso alla Camera del 3 luglio 1992.

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IdV, il gabbiano non è di destra né di sinistra

Gli autorevoli rappresentanti della politica e della cultura (Massimo Donadi, Gianni Vattimo, Angelo Panebianco, Aldo Schiavone, Sergio Cofferati, Giorgio Stracquadanio, Marianna Rizzini) intervenuti l’altro ieri alla trasmissione di Gad Lerner, L’Infedele, si sono interrogati sulla natura di Italia de Valori, partito fondato da Antonio Di Pietro nel 1998, sul suo essere o no di sinistra. Il tema è tanto più appassionante quanto più ci rendiamo conto che IdV rappresenta in questa fase l’unica opposizione al governo in carica, in parlamento e nelle piazze, culturale e programmatica.

Il centrodestra esprime una cultura di governo che, piaccia o no, – a me non piace, ndr – ha lasciato un segno tangibile del suo passaggio. E continuerà a farlo. A sinistra, invece, si sono dismessi simboli ed ideologie del Novecento per approdare a niente. Il Partito democratico, in particolare, è una formazione di reduci che ha inseguito “il principale esponente dello schieramento avverso” sul terreno a lui più congeniale, il populismo.

Il centrosinistra, più in generale, ha saputo esprimere, a parte la meritoria campagna di adesione al gruppo di testa dei paesi che avrebbero adottato l’Euro e le leggi sul decentramento amministrativo (parliamo del biennio 1996-’98, pare un tempo mitico) una sottocultura, l’antiberlusconismo, che è la madre di tutte le successive sciagure. L’ultima è proprio Italia dei Valori.

Archiviata la prima “fase antipolitica”, legata alle inchieste giudiziarie del 1992-’94, è iniziata una nuova stagione caratterizzata dal dualismo tra Berlusconi, che ha costruito, e insieme a lui un’intera classe politica, la sua fortuna occupando il vuoto lasciato dalla vecchia partitocrazia, e un’alleanza di centrosinistra dalle geometrie decisamente variabili, cementata proprio con l’arenaria dell’antiberlusconismo.

Questo quadro è scaduto l’anno passato. Veltroni ha chiesto un voto utile a superare il multipartitismo esasperato e “i vecchi schemi della Sinistra”, a semplificare il quadro politico, mettendo da parte l’antiberlusconismo. Mentre il Pd si suicidava, Di Pietro ha svolto in piena autonomia la sua attività di propaganda legalitaria e moralizzatrice della politica traendone un grosso benificio in termini elettorali. IdV è riuscita, infatti, a superare la soglia di sbarramento che la legge elettorale fissa al quattro per cento a danno soprattutto del Partito democratico, suo alleato.

Dopo le elezioni, prendendo atto della debolezza del Pd, Italia dei Valori ha marcato ancora di più le differenze rispetto ai democratici. Ma le divisioni tra IdV e i due partiti maggiori, Pdl e Pd, non si esprimono collocando il partito di Di Pietro lungo l’asse geometrico destra-sinistra. Il gabbiano non è di destra né di sinistra. L’humus di IdV è la società civile dentro la quale è tornata d’attualita una grande questione, che individua uno spettro politico suo proprio: la questione morale.