IdV, il gabbiano non è di destra né di sinistra

Gli autorevoli rappresentanti della politica e della cultura (Massimo Donadi, Gianni Vattimo, Angelo Panebianco, Aldo Schiavone, Sergio Cofferati, Giorgio Stracquadanio, Marianna Rizzini) intervenuti l’altro ieri alla trasmissione di Gad Lerner, L’Infedele, si sono interrogati sulla natura di Italia de Valori, partito fondato da Antonio Di Pietro nel 1998, sul suo essere o no di sinistra. Il tema è tanto più appassionante quanto più ci rendiamo conto che IdV rappresenta in questa fase l’unica opposizione al governo in carica, in parlamento e nelle piazze, culturale e programmatica.

Il centrodestra esprime una cultura di governo che, piaccia o no, – a me non piace, ndr – ha lasciato un segno tangibile del suo passaggio. E continuerà a farlo. A sinistra, invece, si sono dismessi simboli ed ideologie del Novecento per approdare a niente. Il Partito democratico, in particolare, è una formazione di reduci che ha inseguito “il principale esponente dello schieramento avverso” sul terreno a lui più congeniale, il populismo.

Il centrosinistra, più in generale, ha saputo esprimere, a parte la meritoria campagna di adesione al gruppo di testa dei paesi che avrebbero adottato l’Euro e le leggi sul decentramento amministrativo (parliamo del biennio 1996-’98, pare un tempo mitico) una sottocultura, l’antiberlusconismo, che è la madre di tutte le successive sciagure. L’ultima è proprio Italia dei Valori.

Archiviata la prima “fase antipolitica”, legata alle inchieste giudiziarie del 1992-’94, è iniziata una nuova stagione caratterizzata dal dualismo tra Berlusconi, che ha costruito, e insieme a lui un’intera classe politica, la sua fortuna occupando il vuoto lasciato dalla vecchia partitocrazia, e un’alleanza di centrosinistra dalle geometrie decisamente variabili, cementata proprio con l’arenaria dell’antiberlusconismo.

Questo quadro è scaduto l’anno passato. Veltroni ha chiesto un voto utile a superare il multipartitismo esasperato e “i vecchi schemi della Sinistra”, a semplificare il quadro politico, mettendo da parte l’antiberlusconismo. Mentre il Pd si suicidava, Di Pietro ha svolto in piena autonomia la sua attività di propaganda legalitaria e moralizzatrice della politica traendone un grosso benificio in termini elettorali. IdV è riuscita, infatti, a superare la soglia di sbarramento che la legge elettorale fissa al quattro per cento a danno soprattutto del Partito democratico, suo alleato.

Dopo le elezioni, prendendo atto della debolezza del Pd, Italia dei Valori ha marcato ancora di più le differenze rispetto ai democratici. Ma le divisioni tra IdV e i due partiti maggiori, Pdl e Pd, non si esprimono collocando il partito di Di Pietro lungo l’asse geometrico destra-sinistra. Il gabbiano non è di destra né di sinistra. L’humus di IdV è la società civile dentro la quale è tornata d’attualita una grande questione, che individua uno spettro politico suo proprio: la questione morale.


Liberazione

La prudenza della destra, l’ortodossia della sinistra, l’opportunismo del premier

Un paradosso tutto italiano vuole che, sessantaquattro anni dopo la Liberazione dal nazifascismo, questo evento non sia ancora entrato nella cosapevolezza di tutti gli italiani quale momento fondamentale, originario, dell’ordine politico, economico e sociale che abbiamo ricevuto in eredità dai nostri padri costituenti. Piuttosto questa festa continua ad essere strumentalizzata dai partiti politici per delegittimarsi a vicenda.

La sinistra italiana, quella ortodossa, si è per troppo tempo considerata depositaria esclusiva dei valori resistenziali, dell’antifascismo. Li ha branditi addirittura contro se stessa, verso quegli eretici (v. Pansa) che hanno osato smitizzare la Resistenza. Una lettura sacrale degli eventi che precedono il 25 aprile e che da quella data procedono, fortemente simbolica, indisponibile a qualsivoglia tipo di revisione storica, è stata tramandata fino a noi. Ma non ci può essere una memoria condivisa senza una tradizione “laica” della Guerra di Liberazione.

La destra nazionale, confluita nel Pdl, in un movimento liberal-conservatore che, in quanto tale, non dovrebbe aver alcuna difficoltà a schierare i propri esponenti nelle manifestazioni celebrative della Liberazione, quando va bene tiene un profilo basso, un atteggiamento prudente, badando a non compromettersi con l’antifascismo; quando no, stabilisce delle improponibili uguaglianze tra repubblichini di Salò e partigiani combattenti per la libertà.

Poi c’è Berlusconi. Il quale ha rinviato più volte il suo appuntamento con la Liberazione per ragioni di mero opportunismo politico. Preparando la scesa in campo del 1993/’94, infatti, sdoganò il Movimento sociale italiano, fondato proprio da reduci della Rsi, strizzando l’occhio al suo elettorato. L’avversione del Cavaliere per il comunismo, poi, si è tradotta in una valutazione storica della Liberazione e della Resistenza speculare a quella della sinistra.

Quest’anno, il turbamento nazionale suscitato dalla tragedia d’Abruzzo e lo straordinario momento di popolarità del capo del Governo hanno consigliato la presenza di Berlusconi ad Onna, un luogo simbolo del recente terremoto e della stessa Resistenza. La formazione di una coscienza nazionale è l’incompiuta del nostro Paese. Magari questo gesto del presidente del Consiglio, di responsabilità istituzionale, fosse l’inizio di una pacificazione vera.


Populismi

Con un sorriso insolitamente spento, il volto melodrammaticamente triste e il fondotinta gocciolante, Berlusconi annuncia che, oltre al Consiglio dei Ministri, nella città dell’Aquila potrebbe svolgersi anche il G8 del prossimo luglio. Il Cavaliere si era già esibito in manifestazioni analoghe trasferendo la prima riunione del suo Governo a Napoli, in quel periodo sommersa dai rifiuti.

Come tutti sappiamo Roma è la capitale d’Italia e in una delle sue bellissime piazze, piazza Colonna, si trova Palazzo Chigi, sede del Governo della Repubblica. Il Consiglio dei Ministri si svolge lì dentro. Punto.

Riunire il Governo a l’Aquila, offrendo vicinanza solo fisica ai cittadini terremotati, perdipù avendo rifiutato di risparmiare un sacco di soldi da destinare alla ricostruzione per obbedire alla Lega Nord che minacciava la crisi, puzza non di semplice populismo, ma di populismo di basso porto e di cattivo gusto. Cosa dire del G8 in Abruzzo? Bella idea. Verranno risparmiati i costi delle ruspe, ci penseranno i black block a demolire ciò che è rimasto in piedi.

Per la ricostruzione invoco l’apertura alle imprese edili giapponesi e/o statunitensi, specializzate in costruzioni anti-sismiche e meno esposte a infiltrazioni mafiose. Leggi il seguito di questo post »