Se lo strappo viene dal Colle

Dalla nomina del Presidente del Consiglio dei Ministri all’istruzione di un programma di governo. La convocazione dei cosiddetti “saggi”, un vero e proprio gabinetto presidenziale, esorbita le funzioni del Capo dello Stato di una repubblica parlamentare. In queste ore si osserva un cambiamento di regime pilotato dal Colle, una forzatura della nostra Legge Fondamentale. La debolezza dei partiti, certo, rende possibile un tale svolgimento dei rapporti tra organi costituzionali, ma non lo giustifica. Lo scetticismo delle forze politiche nei confronti di un’iniziativa di questa gravità è misurato, contenuto dalla paura che polemiche più aspre compromettano irrimediabilmente l’immagine del Paese all’estero. Ma se uno strappo viene dal Quirinale, non è meno grave, anzi. Nel 1992 fu la magistratura a occupare il vuoto di potere lasciato dai partiti tradizionali. Da allora si parla impropriamente di Seconda Repubblica. Impropriamente perché in relazione al nuovo equilibrio politico che s’instaurò dopo Tangentopoli non fu adottata una nuova Costituzione: la Carta non disciplina direttamente la magistratura, che si autogoverna, né riconosce i partiti come associazioni necessarie al funzionamento dello Stato. Quella partita risparmiò le istituzioni disputandosi sui media di massa. Mentre la politica diventava circo, il Quirinale si elevava sopra le parti moderando autorevolmente il discorso pubblico. Da oggi, invece, finisce la neutralità del Presidente della Repubblica, la sua estraneità alla funzione d’indirizzo politico del Governo. Legislativo ed esecutivo tendono a congiungersi nella persona del Capo dello Stato. Ammettiamo la buona fede di Napolitano ma, se Bersani ha fallito l’incarico di formare il governo, il Presidente della Repubblica avrebbe potuto incaricare qualcun altro oppure dimettersi per consentire un più rapido ritorno alle urne. Il resto non gli compete.