Come Oscar Freire

Il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi da Cisano Bergamasco, è un pragmatico, uno che dice di sé appena designato alla presidenza degli industriali: “Ho avuto la maggioranza e sono molto contento; in termini sportivi ce l’ho messa tutta, ho vinto sul filo di lana, ho fatto come Oscar Freire – il tre volte campione del mondo iberico sponsorizzato fino al 2002 proprio dall’azienda di famiglia – che veniva fuori negli ultimi 50 metri e batteva tutti”. Un concreto che intende restituire centralità all’industria manifatturiera, che mal sopporta lo strapotere della finanza sull’economia reale. Uno che spende ma non sciala, soffre dietro al Sassuolo Calcio portandolo gradualmente, senza strepiti, dai dilettanti alle soglie della massima serie. Uno che non adopera mezzi termini e sulla riforma del lavoro attacca il governo Monti: “è una vera boiata, ma non possiamo che prendercela così”. La Fornero è sicura che Squinzi si ricrederà. Di sicuro c’è solo che il signor Mapei non sarà un cliente facile, un docile interlocutore, per l’esecutivo dei tecnici.


Prendere lezioni dalla Cei

A: redazione@ilriformista.it

Quella posta dai vescovi sulla riforma del mercato del lavoro è una questione prima di metodo, poi di merito. Famiglia Cristiana ha raccolto le dichiarazioni di monsignor Giancarlo Maria Bregantini, arcivescovo di Campobasso-Bojano e presidente della commissione Lavoro, giustizia e pace della Conferenza Episcopale Italiana. Bregantini rileva l’esclusione dall’accordo tra governo e parti sociali della CGIL, “quasi che il primo sindacato italiano per numero di iscritti non sia una cosa preziosa per una riforma del lavoro”. Critica l’Esecutivo per la fretta con la quale intende attuare una disciplina così importante. Per ultimo, ma non ultimo, esprime il timore che in politica la tecnica prenda il sopravvento sull’etica: “Il lavoratore non è una merce. Non lo si può trattare come un prodotto da dismettere, da eliminare per motivi di bilancio”. Il Partito democratico prende una durissima lezione dalla Cei. Se la Conferenza episcopale fosse un partito politico diremmo che il Pd si è visto scavalcare a sinistra.

Antonio De Rose


Il governo politico e l’imbarazzo del Pd

A: redazione@ilriformista.it

Caro direttore, riforma del lavoro anche senza accordo con le parti sociali. È la determinazione di Mario Monti. La flessibilità rappresenta il nodo da sciogliere. “Uno scalpo”, ha detto qualcuno evidenziando la vanità del problema. La tutela dell’articolo diciotto è disponibile non solo, ovviamente, nelle attese di chi ha interesse a licenziare senza tema che un giudice lo obblighi al reintegro di un lavoratore messo ingiustamente alla porta: le organizzazioni dei datori di lavoro la abolirebbero, si capisce. La stessa istanza è ormai recepita nell’indirizzo politico del governo. Politico, non tecnico. La ricetta è dettata dall’ideologia del mercato senza soggezione ai diritti sociali. Non c’è scienza. Ci sono radici nel liberalismo conservatore. In una cultura superata dai tragici eventi, economici e sociali, degli ultimi cinque anni: dalla crisi dei mutui ai tumulti di Atene dei giorni scorsi, è un continuum logico. Un governo di destra, votato da una maggioranza trasversale. La crisi ha imposto la solidarietà nazionale; l’esigenza di pareggiare il bilancio dello Stato costringe i contribuenti a nuovi sacrifici. Sarebbe ora di crescere, che significa produrre nuovo reddito, occupare più persone. L’input per mettere in moto la meccanica economica non viene dal “pubblico” perché non ci sono i soldi. I profitti non si toccano. Allora non resta che abbassare le tutele dei lavoratori. Ma i contratti atipici esistono dalla metà degli anni Novanta. Costano poco, non impegnano l’impresa. Eppure nel 2012 la disoccupazione tra i giovani e le donne è ai massimi storici, in calo la dignità di chi vive del proprio lavoro, per non parlare delle pensioni. Verrebbe da chiedersi di cosa si discute. Un governo di destra che rompe la coesione sociale avrebbe bisogno di una ferma opposizione di sinistra. Il Pd ne è capace? Alcuni democratici inseguono Monti. Veltroni non guarda neanche più al neokeynesiano Obama. Quelle sull’articolo diciotto sono parole in libertà, imbarazzanti per un partito che vuole stringere ulteriormente la sua collaborazione con i socialisti europei.

Antonio De Rose